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	<title>Martina Ucci Prismag</title>
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		<title>Perché nei film tifiamo per i cattivi</title>
		<link>https://prismag.it/nei-film-tifiamo-buono-cattivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 21:52:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 22]]></category>
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		<category><![CDATA[Sulla sessualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le nuove narrazioni ribaltano il binomio buono-cattivo e ci avvicinano a chi è ai margini. Da Parasite a Straw – Senza uscita, fino a Squid Game, il pubblico empatizza con i fragili e disillusi. Un segnale del malessere verso le crescenti disuguaglianze sociali</p>
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<p>In questa rubrica si raccontano spesso storie di persone, vite reali che ci parlano di fragilità, ingiustizie e resistenze quotidiane. Ma a volte queste stesse storie arrivano a noi anche <a href="https://prismag.it/trump-cinema-anti-white-hollywood-cospirazione-propaganda/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">attraverso il cinema</a> e le serie tv, che sempre più spesso scelgono di dare voce ai margini, di raccontare i cattivi come esseri umani e non più come caricature. È qui che i personaggi diventano specchi delle persone reali: con le loro fatiche, i loro errori e le loro battaglie invisibili. Perché abbiamo iniziato ad amare questo tipo di film? Sembra quasi che il paradigma classico, in cui i personaggi chiave sono protagonista e antagonista, secondo il paradigma buono-cattivo, si sia capovolto: ora è il protagonista a essere il suo stesso antagonista e, spesso, la figura considerata “cattiva” assume sempre più sfaccettature, arrivando a un’analisi psicologica e sociale tanto profonda da farci empatizzare con il suo dolore e la sua disperazione.</p>



<p>Una delle pietre miliari di questa nuova narrazione, dove non basta più l’antitesi buono-cattivo, è <em><a href="https://www.wired.it/play/cinema/2020/01/21/cose-da-sapere-su-parasite/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">Parasite</a></em>, film coreano del 2019 diretto da Bong Joon-ho vincitore di tre premi Oscar (regia, sceneggiatura originale, miglior film). Proprio per la sua trama incentrata sulla lotta tra ricchezza e povertà e sulle sfaccettature psicologiche dei suoi personaggi principali, il <em>topos</em> del “cattivo uguale brutto uguale povero” viene messo da parte. Si analizzano i contesti storici e sociali che hanno portato alcune persone all’incattivimento, umanizzandole e rendendole degne quantomeno di comprensione. La regia di Joon-ho ci porta a disprezzare ciò che normalmente considereremmo il buono, mentre ci ritroviamo non solo a empatizzare, ma persino a fare il tifo per quelle figure che tradizionalmente avremmo considerato come il nemico.</p>



<p>Accade anche nel film <em>Straw – Senza uscita</em>, del 2025, scritto e diretto da Tyler Perry e da qualche settimana disponibile su Netflix. Protagonista è una madre single con gravi problemi economici, che deve provvedere alla figlia malata mentre si ritrova a dover lavorare in un supermercato dove viene maltrattata dal capo e a pagare un affitto per un minuscolo appartamento sudicio in una periferia anonima di una città americana. Janiyah Wiltkinson, interpretata da Taraji P. Henson, è una donna nera povera, abbandonata da tutti, che ogni giorno lotta per la sopravvivenza della sua famiglia. Il film si svolge nell’arco di una sola giornata, in cui Janiyah diventa vittima di una serie di fraintendimenti che la portano a passare da donna buona e disperata a omicida del suo capo e rapinatrice di una banca. Vivendo tutti gli avvenimenti con lei, fin da subito nasce un forte senso di empatia nei confronti di una donna disperata, nel peggiore dei casi ingenua. In questa pellicola, però, la volontà del regista di far empatizzare il pubblico viene esplicitata attraverso un’intera scena in cui la protagonista racconta tutta la sua storia, le sue difficoltà, la malattia della figlia, il razzismo costante, in una telefonata che viene ripresa e trasmessa in diretta sui social da una delle donne tenute in ostaggio nella banca in cui Janiyah era entrata armata ore prima. In <em>Straw – Senza uscita</em> la mano del regista nell’orientare i nostri sentimenti è fin troppo palese, rendendo a tratti stucchevole la messa in scena del racconto.</p>



<p>Di fatto, per anni la capacità di ribaltare il binomio buono-cattivo è stata retaggio di un certo tipo di cinema, spesso considerato impegnato da un punto di vista sociale e civile. Oggi, invece, questa tendenza sta prendendo sempre più piede anche nelle pellicole più pop, diventando uno dei filoni narrativi più utilizzati e reinterpretati in diverse chiavi. Anche <em>Squid Game</em>, che al suo esordio aveva dato relativo spazio alla questione sociale, cavalcando temi più popolari come la povertà umana, l’invidia e la disumanizzazione in situazioni disperate, nelle stagioni successive cambia drasticamente. Il contesto che porta i personaggi della serie a prendere parte al gioco assume sempre più spazio nella narrazione, relegando le prove – nella prima stagione il vero focus della trama – a semplice cornice entro cui si muovono le dinamiche psicologiche dei partecipanti, rendendoceli sempre più vicini e degni di empatia.</p>



<p>Quello che sta succedendo oggi nel cinema e nelle piattaforme di streaming si può racchiudere nell’idea di avvicinare l’arte al sentire del pubblico a cui ci si vuole rivolgere. E nei casi citati sembra che ci si voglia rivolgere a un sentimento di odio nei confronti dei ricchi o – per dirla in maniera meno drastica – a un’intolleranza crescente verso il divario economico che negli ultimi decenni è aumentato vertiginosamente in tutto il mondo. Ne è un esempio l’eroicizzazione di Luigi Mangione, il ragazzo che&nbsp; nel dicembre 2024 ha ucciso con tre colpi di pistola alla schiena Brian Thompson, Ceo dell’azienda statunitense di assicurazioni mediche UnitedHealthcare. Subito dopo l’omicidio internet è stato invaso da persone che sostenevano Mangione, con gruppi sui social che raccoglievano fondi per la sua difesa legale. Tutto questo perché, per molti, quel ragazzo di origini italo-americane è diventato il simbolo della lotta alla ricchezza. Questo episodio, ma soprattutto le reazioni che ha scatenato, hanno reso evidente come il sentimento di invidia od odio verso i più ricchi sia sempre più diffuso, arrivando a richiedere anche al cinema un ribaltamento del topos classico buono-cattivo, ormai incapace di rappresentare le sfaccettature della realtà di oggi. Questi film, in fondo, non inventano nulla: amplificano e rendono visibile ciò che molte persone vivono ogni giorno. Ed è lo stesso terreno su cui si muovono le storie che trovano spazio qui.</p>
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		<title>Ciò che accoglienza non è. Storia di una rifugiata</title>
		<link>https://prismag.it/cosa-e-accoglienza-rifugiati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Aug 2025 22:22:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
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		<category><![CDATA[Numero 20]]></category>
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		<category><![CDATA[sul viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una riflessione, attraverso la storia di Fida dalla Siria a Bologna, di cosa significa per un rifugiato arrivare in un Paese nuovo e cercare di ricostruirsi una vita</p>
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		<title>Quell’astensione che, nonostante la realtà, sorprende ancora</title>
		<link>https://prismag.it/referendum-ecco-perche-crediamo-superare-quorum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 10:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 19]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
		<category><![CDATA[sui complotti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante negli ultimi 28 anni sia passato un solo referendum, sui social si credeva davvero che nei referendum dell’8 e 9 giugno il quorum sarebbe stato raggiunto. Il colpevole? Le bolle algoritmiche</p>
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<p>«Non conosco nessuno che non sia andato a votare. Anzi, se qualcuno me lo chiedeva dicevo tranquillamente di aver scelto di non andare, pur sentendomi in minoranza. Ho sempre percepito un forte giudizio negativo per questa scelta, anche da parte di amici, perché non condividevano la mia posizione e si sono sentiti, in un certo senso, traditi». Elisa (nome di fantasia, come gli altri in questo articolo) ha 21 anni e frequenta la facoltà di giurisprudenza a Bologna. La sera lavora come cameriera in un bar vicino casa. Come molti suoi coetanei, è stata spiazzata dall’esito dei referendum dell’8 e 9 giugno su lavoro e cittadinanza. Per essi <a href="https://prismag.it/fondata-sangue-voto-referendum-cittadinanza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">non si è raggiunto il quorum</a>, cioè un’affluenza al voto uguale al 50 per cento + 1 degli aventi diritto, necessario perché un referendum popolare possa essere considerato valido.</p>



<p>Nel nostro Paese, il fallimento di questo tipo di consultazione non è una novità. <a href="https://tg24.sky.it/politica/approfondimenti/referendum-italia" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">Dal 1974 sono stati 78 i referendum</a> in cui gli italiani sono stati chiamati a votare, eppure il quorum è stato raggiunto in appena 39 occasioni; dal 1997, si è superata questa soglia una sola volta (nel 2011, nei quesiti su acqua, nucleare e legittimo impedimento). Su quale base, allora, si è pensato che in questa occasione le persone sarebbero andate a votare? </p>



<p>Chi ha sostenuto questo referendum popolare è rimasto molto deluso dal diffuso astensionismo. Nei giorni precedenti al voto i feed dei social media erano pieni di post in cui si esortavano i propri concittadini ad andare a votare, documentazioni in diretta nelle stories di Instagram di chi si è recato alle urne, foto delle schede elettorali con un timbro in più. Una sorta di nuova forma di mobilitazione e sensibilizzazione politica che parte dal basso e si espande in maniera capillare con i social. Forse sono state proprio le bacheche dei social media ad appannare la vista su quella che è la realtà: hanno votato solamente 14,1 milioni di persone, il 30,6 per cento degli aventi diritto. Oggi la nostra realtà è una bolla, una <a href="https://prismag.it/sovraccarico-cognitivo-non-sei-stupido/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal"><em>filter bubble</em></a> come è stata definita da Eli Pariser: una dimensione propria dei social media che ci isolano in bolle di contenuti omogenei, impedendoci di vedere opinioni divergenti o realtà alternative.Vivere al suo interno ci fa avere una visione distorta della realtà, rendendoci sempre più difficile conoscere e comprendere ciò che è lontano da noi.</p>



<p>Se da una parte si è creata una forte comunità che utilizza i social media per sensibilizzare su temi politici, dall’altra viene da chiedersi: con un’affluenza che si aggira attorno al 30 per cento, chi sono queste persone che non sono andate a votare?Proprio a causa di questa bolla, entrare in contatto con queste persone – che no, non sono poi tanto diverse da noi – può diventare un’impresa piuttosto complessa.</p>



<p>«Non andare a votare è stato il modo in cui io ho esercitato il mio diritto di voto»,continua Elisa.&nbsp; Racconta che questa è stata la prima volta in cui è rimasta a casa, «perché non andare a votare per l’elezione del sindaco o del parlamento non avrebbe senso, invece scegliere di non andare alle urne per un referendum è un modo per esprimere la mia posizione».&nbsp;</p>



<p>Tra i giovani che si sono astenuti dal voto, in molti criticano i quesiti referendari non per lo scopo finale – quindi garantire più diritti sul lavoro e abbreviare i tempi per l’accesso alla cittadinanza – ma in quanto poco risolutivi dei reali problemi del Paese. «Non sono stati scritti bene: se fossero passati non sarebbe cambiato di fatto nulla. Prendiamo ad esempio il quesito sulla cittadinanza: il problema vero per le persone che vorrebbero riconosciuto il diritto di essere italiani non è dover aspettare 10 anni, ma i criteri fissati per poter avere accesso alla richiesta. Non sono 5 anni in meno che cambieranno la vita di migliaia di immigrati, ma altri fattori come la riduzione dello stipendio minimo richiesto, che per la maggior parte delle persone non ha alcuna attinenza con la realtà del mondo del lavoro che esiste in Italia».</p>



<p>Questo referendum è stato additato dai suoi detrattori come&nbsp; ideologico, ma di fatto è diventato semplicemente divisivo. «Per me è difficile pensare di avere tra le mie amiche strette una persona che abbia vissuto questo referendum in modo così opposto al mio. Questa cosa mi ha mandato in crisi: si può essere amici di qualcuno che ha idee così diverse su temi che riguardano i diritti fondamentali?». Giorgia ha 27 anni, due lauree in Beni culturali e Conservazione del patrimonio artistico e qualche anno di lavoro alle spalle in una casa editrice. «Io non voglio essere una persona così rigida, non voglio avere parametri intellettuali sui quali selezionare le persone da frequentare, ma in questo caso stiamo parlando di cittadinanza e diritti fondamentali dei lavoratori». Si ferma un momento, poi chiede: «Tu hai degli amici stretti che hanno delle opinioni così diverse dalle tue?».&nbsp;</p>



<p>Ed ecco che di nuovo torna fuori la bolla. Una bolla che non è solamente sui social, ma che è sempre esistita nelle nostre vite. Una bolla che nasce insieme a noi, in base al luogo in cui cresciamo e alla classe sociale di appartenenza della nostra famiglia, che cresce soprattutto quando scegliamo che scuola superiore frequentare. Da lì, è fatta: siamo immersi in un&nbsp; contesto socio-culturale dove ci ritroviamo a frequentare persone con il nostro livello di cultura e – spesso e volentieri – di un rango sociale simile al nostro. Al momento di scegliere l’università, ecco che quelle leggere diversità con le quali eravamo entrati in contatto durante gli anni del liceo si assottigliano ancora di più, entrando noi in un ambiente antropologicamente composto da persone più o meno coetanee, non più solamente con il nostro livello di istruzione, ma anche con la nostra stessa visione del mondo.&nbsp;</p>



<p>In Italia, già al liceo viene chiesto a ragazzini di 14 anni di selezionare la bolla socio-culturale di cui fare parte per il resto della loro vita. Così, mentre scegliamo in che tipo di mondo crescere e che tipo di adulti vorremmo essere, si alimenta al contempo una forma di auto-esclusione da tutte quelle cerchie che non sono quella di cui abbiamo scelto di fare parte. Forse il punto è che non siamo persone disinteressate dal mondo che ci circonda o da persone diverse da noi. La verità è che ci troviamo in questa situazione con un po’ di sorpresa e incomprensione: è vero che non ci siamo accorti di stare arrivando qui, ma probabilmente non sapevamo neanche dove guardare.</p>
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		<title>Georgia: tra proteste giovanili, repressione e l’ombra di Putin</title>
		<link>https://prismag.it/georgia-proteste-giovanili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 09:56:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[georgia]]></category>
		<category><![CDATA[numero 16]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Elza ha 25 anni ed è tornata in Georgia nonostante la paura del futuro. Tra repressioni, elezioni contestate e un Paese sospeso tra Europa e Russia, i giovani georgiani lottano per la libertà e temono che la guerra in Ucraina sia solo l’inizio</p>
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<p>«Vivere in Georgia oggi è molto complicato, soprattutto per noi giovani. Ho fatto un po’ fatica a riabituarmi, ma avevo voglia di tornare a casa». Elza ha poco più di 25 anni, due lauree in Scienze politiche e, dopo aver vissuto per quasi due anni in Italia, quest’estate è tornata a casa sua. Vive a Tbilisi, la capitale, in un piccolo appartamento che divide con il fratello di 21 anni.&nbsp;</p>



<p>«A dire la verità, in Georgia la situazione è calda da molto tempo. La Russia ha conquistato la parte nord del nostro Paese poco dopo la caduta dell’Unione sovietica e in quei territori di confine c’è sempre stata tensione. Però oggi la vita qui è davvero difficile. Dalle elezioni di ottobre la situazione è degenerata perché <strong>le persone, soprattutto i giovani, non sono più disposte a restare a guardare che l’ennesimo presidente filo-russo rovini il Paese</strong>». Questo autunno in Georgia (che è un Paese formalmente democratico) si sono tenute le elezioni presidenziali. Uno scontro tra partiti per definire l’identità del Paese e il suo futuro: avvicinarsi all’Unione europea oppure tornare sotto l’ala di Vladimir Putin. Il risultato delle urne è stato un sogno infranto per milioni di persone che sognavano un futuro lontano da quella Russia che li ha sempre dominati. «Erano elezioni piene di speranza, per tutti noi. Credevamo davvero che avrebbe vinto il partito filo-europeo, e <strong>forse sarebbe potuto succedere se non ci fossero stati brogli</strong> che hanno portato alla vittoria dell’ennesima marionetta di Putin». Sogno Georgiano è il partito che ha formalmente vinto con il 55 per cento dei voti e il nuovo presidente della Georgia è Mikheil Kavelashvili, un ex calciatore noto per le sue posizioni anti-occidentali e la sua vicinanza al regime russo.</p>



<p>Irregolarità alle urne sono state individuate anche dalla missione di osservatori Osce, Nato e Unione europea, che hanno sottolineato pressioni sui votanti. «Nel 24 per cento delle osservazioni», si legge nella nota rilasciata dagli osservatori, «<strong>la segretezza del voto è stata potenzialmente compromessa</strong> dal modo di inserire le schede nelle urne o dall’allestimento dei seggi». Alla nomina di Kavelashvili sono seguiti appelli di politici a scendere in piazza e manifestazioni continue portate avanti non solo dall’opposizione, ma soprattutto dalla generazione di quei giovani adulti che sognano di vivere in un Paese libero e democratico.</p>



<p>«La mia vita e quella dei miei amici oggi, qui a Tbilisi, è che la mattina andiamo a lavorare o all’università e poi la sera andiamo sotto il palazzo del parlamento per protestare contro questo nuovo presidente. <strong>Tutti i giorni, instancabilmente, noi andiamo lì</strong>, per dimostrare che non siamo d’accordo con quanto sta succedendo e che noi non siamo dalla parte della Russia». Uno dei problemi più grandi per <a href="https://prismag.it/democrazie-est-europea-elezioni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">i manifestanti</a> è la violenta repressione delle proteste da parte della polizia, che utilizza gas lacrimogeni e manganelli. «Conosco molte persone che sono rimaste ferite. Ferite agli occhi, alla fronte, alla testa. Ad esempio, io ho un’amica che va molto spesso alle proteste. Una sera, mentre stava tornando a casa, all’improvviso cinque poliziotti l’hanno circondata e fatta salire in macchina senza dirle dove la stessero portando. Lei ha chiesto per tutto il viaggio dove stessero andando. e uno dei poliziotti le ha risposto: <strong>“Finché non arriviamo a destinazione, non lo scoprirai”</strong>. Quando sono giunti in caserma, l’hanno interrogata in cinque. Le hanno sequestrato il telefono e probabilmente ci hanno installato un dispositivo di ascolto. Dopo una notte dentro, le hanno fatto una multa da cinquemila lari [<em>poco più di 1650 euro, ndr</em>]». Una cifra che corrisponde a circa tre volte lo stipendio medio di un georgiano. «Voglio sottolineare che non si tratta di proteste violente. Le persone non avrebbero motivo di essere aggressive, è la polizia che reagisce con attacchi violenti contro i manifestanti e <strong>un lavoro di schedatura</strong> (attraverso i sistemi di riconoscimento facciale) <strong>che ti rende la vita impossibile</strong>, perché sei continuamente sotto controllo».</p>



<p>Sin dalla caduta dell’Urss, la Georgia è stata spaccata in due: da una parte il movimento nazionalista, che ha promosso l’identità del Paese con una lingua, un alfabeto e una moneta propri; dall’altra l’influenza del governo russo, che non ha mai davvero cessato di esistere. Nelle scuole della Georgia è ancora obbligatorio studiare il russo <strong>e la generazione dei genitori di Elza non sa scrivere in alfabeto georgiano</strong>. A distanza di oltre trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, le conseguenze del dominio sovietico si vivono ancora tutti i giorni sulla pelle di una generazione che ha assistito al tramonto non glorioso del comunismo e all’inizio di un sistema democratico mai veramente realizzato. «Mio padre è l’ultimo dei suoi amici a essere rimasto vivo. Tutte le persone del suo gruppo avevano sviluppato diverse forme di dipendenza durante l’adolescenza e i primi anni dell’età adulta. Mio padre è nato in Russia, dove ha vissuto fino ai 9 anni. Ci è tornato solo quando ne aveva 17, per combattere nell’esercito sovietico. Sono stati anni molto duri per tutti loro, soprattutto per gli uomini, per cui la leva era obbligatoria. Pativano la fame, il freddo, dormivano per strada, nei campi. Erano tutte persone senza un’educazione o una prospettiva. <strong>Così hanno conosciuto la droga o l’alcool, perché bloccavano la morsa della fame</strong> che, insieme al gelo che si infilava nelle ossa, non permetteva loro di dormire. Mia madre mi dice sempre che papà non è mai veramente tornato da quel periodo nell’esercito. Che l’uomo che era tornato a casa da lei dopo la caduta dell’Urss non era il ragazzo di cui si era innamorata. E ormai per la sua dipendenza, così come per la sua vita, era troppo tardi».</p>



<p>Il problema, per tanti Paesi dell’ex blocco sovietico, è che vivono in una morsa di dipendenza economica e di continua influenza culturale. «Forse, gli anni che sono passati dalla caduta del Muro e dalla disgregazione dell’impero sovietico non sono ancora abbastanza per sentirci liberi davvero». <strong>I georgiani vivono nella paura che, quando l’invasione di Kiev finirà, sarà il loro turno</strong>. «La verità è che io sono felice di essere tornata qui, ma non so per quanto potrò rimanere. Nel mio Paese non c’è una vera libertà, viviamo in una specie di assedio continuo e nella paura costante di una guerra d’invasione. E queste elezioni hanno dimostrato che non c’è una vera democrazia. Per me, come per i miei amici e tutte le persone giovani, probabilmente non ci sarà la possibilità di un futuro qui in Georgia».</p>
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		<title>Migranti, Ong e violenza. «Così Trump ha trasformato l’accoglienza in paura»</title>
		<link>https://prismag.it/migranti-ong-e-violenza-cosi-trump-ha-trasformato-laccoglienza-in-paura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Mar 2025 10:15:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[El Salvador]]></category>
		<category><![CDATA[ICE]]></category>
		<category><![CDATA[intersezionalità]]></category>
		<category><![CDATA[messico]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[numero 15]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il confine tra Messico e USA è sempre più pericoloso. Lo racconta Dora Rodriguez, una migrante salvadoregna che da oltre quarant’anni vive a Tucson, Arizona, lavorando come assistente sociale e prestando soccorso alle persone che cercano di oltrepassare la frontiera</p>
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<p>«Attraversare il confine è diventato sempre più pericoloso». Inizia così il suo racconto Dora Rodriguez, una migrante salvadoregna che da oltre quarant’anni vive a Tucson, Arizona, lavorando come assistente sociale e prestando soccorso alle persone che cercano di oltrepassare la frontiera tra il Messico e Stati Uniti. «Sono arrivata negli Usa a 19 anni, era il 1980. Ero con un gruppo di 27 persone quando la nostra guida ci ha abbandonato nel deserto. Eravamo alle porte dell’Arizona, eravamo quasi in salvo, ma non lo sapevamo. Sono morte 14 persone in quel posto e, dopo tutti questi anni, ancora ricordo i loro volti».</p>



<p>Dora oggi è madre di due donne e ha quattro nipoti, ha un sorriso gentile e il viso scavato dalle rughe. «Ero molto giovane quando ho lasciato il mio Paese, ma c’era la guerra civile a El Salvador. Sono scappata per salvarmi». Ma quello che l’avrebbe aspettata poche ore dopo, dispersa nel deserto di Sonora, non se lo sarebbe mai potuto immaginare. «Forse, se avessi saputo quello che sarebbe successo, non sarei mai partita. Dopo aver visto tante persone morire di fame e sete, ho creduto anche io di non farcela. Ho vagato cinque giorni che sono durati un’eternità. Quando mi hanno trovata, ero in fin di vita».</p>



<p>Una volta sopravvissuta, ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare chi come lei scappa dal proprio Paese in cerca di un futuro migliore. È rimasta a vivere a Tucson e, dopo una laurea come assistente sociale, ha deciso di aiutare i migranti. Oggi è la direttrice di Salvavision, un’organizzazione no-profit che offre aiuto e sostegno a chi attraversa attraversa il confine messicano. «Per me questa è una missione. È una cosa che ho scelto di fare e che faccio da quasi 40 anni: aiutare qualcuno che sta passando la stessa cosa che ho passato io. È per onorare le persone che sono morte durante il mio viaggio. E quindi non posso immaginare una vita in cui faccio qualcosa di diverso dall’aiutare un’altra persona che sta cercando un’esistenza migliore o sta scappando da una guerra, come ho fatto io».&nbsp;</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="696" height="928" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=696%2C928&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-7112" srcset="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=768%2C1024&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=225%2C300&amp;ssl=1 225w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=1152%2C1536&amp;ssl=1 1152w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=150%2C200&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=300%2C400&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=696%2C928&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=1068%2C1424&amp;ssl=1 1068w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?resize=600%2C800&amp;ssl=1 600w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1.jpeg?w=1200&amp;ssl=1 1200w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>
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<p>Un lavoro, il suo, che è diventato sempre più difficile con il passare degli anni, e anche pericoloso per le stesse ong. «Io non ho mai creduto nei governi, perché qualunque amministrazione sia passata non ha mai davvero cambiato le cose. Anche presidenti del Partito democratico, che durante la campagna elettorale spendevano tante parole a favore dell’immigrazione e dell’accoglienza, si sono poi comportati come tutti gli altri. Ma da quando c’è la nuova amministrazione di Donald Trump presidente le cose sono precipitate». È la paura il nuovo sentimento che pervade <a href="https://www.letteretj.it/p/quando-ice-bussa-alla-porta" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">i migranti che si trovano negli Stati Uniti</a>. «La gente ha paura dei proclami che vengono fatti da Trump, perché oggi i migranti vengono considerati criminali grazie a quella falsa narrativa che li dipinge come persone che vengono a rubarci soldi e lavoro».</p>



<p>Negli ultimi mesi è cresciuto molto anche il fenomeno dei <em>vigilantes</em>, cittadini bianchi americani che, armati di fucile, vogliono preservare il confine americano, urlando a gran voce: «<em>Make America great again!</em>». Già dal 2020, a seguito di appelli da parte di leader politici di destra, vigilanti armati hanno iniziato alcune ronde ai confini, con l’obiettivo di scacciare chi cerca di oltrepassarli e di bloccare il lavoro delle organizzazioni umanitarie che danno sostegno ai migranti. Persecuzioni e molestie in piena regola verso ong e rastrellamenti di migranti nella notte, che sotto <a href="https://prismag.it/lo-spirito-reazionario-si-sta-affermando-nel-mondo-zack-beauchamp/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">l’amministrazione Trump</a> sono cresciuti esponenzialmente. «Queste persone si sentono più forti perché sanno di essere protetti dal governo. Quindi sono ancora più numerose degli anni passati e perseguitano le ong e i migranti, sostenendo che salveranno l’America. Accusano noi operatori umanitari di collaborare con i cartelli. Questo tipo di molestie va avanti da anni, ma ora sento che è più pericoloso: noi non giriamo armati, loro sì. Pattugliano con i loro fucili e ho il timore che, se uno di loro un giorno vorrà diventare un eroe, ucciderà qualcuno di noi». </p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="696" height="928" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=696%2C928&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-7113" srcset="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=768%2C1024&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=225%2C300&amp;ssl=1 225w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=1152%2C1536&amp;ssl=1 1152w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=150%2C200&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=300%2C400&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=696%2C928&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=1068%2C1424&amp;ssl=1 1068w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?resize=600%2C800&amp;ssl=1 600w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-02-19-at-17.48.47-1-1.jpeg?w=1200&amp;ssl=1 1200w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>
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<p>Una paura che viene perpetrata dal governo americano anche attraverso l’Ice (l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione), che ha sempre più libertà di azione. «Hanno la facoltà di andare ad arrestare le persone nelle chiese, negli ospedali, nelle scuole. Questo sta creando un clima di terrore tra le famiglie di rifugiati che sono entrati nel Paese illegalmente ma ora si trovano nel canale di regolarizzazione del loro soggiorno». Il vero problema di questo momento storico, sostiene Dora, è la falsa narrativa che il nuovo presidente sta portando avanti contro i migranti. «I seguaci di Trump credono che lui manterrà l’America al sicuro e che sia necessario chiudere le frontiere e non permettere più a nessuno di entrare nel Paese. Il che non è vero. Perché la comunità degli immigrati è quella che ha costruito questo Paese. Gli Stati Uniti si basano sui migranti e sull’immigrazione. E qui gli immigrati portano lavoro, non lo rubano. Ed è dimostrato dai dati che i crimini negli Stati Uniti vengono commessi soprattutto da bianchi e afroamericani, non dai migranti. Ma alla gente non interessava sentirne parlare».</p>



<p>Quarant’anni dedicati al servizio delle persone che cercano di attraversare una linea tracciata dai governi, in cui rischiano la loro vita. Un servizio ai migranti che sta diventando sempre più pericoloso da portare avanti. «Sento il clima di paura che si respira, però io non ne ho. Io porto sostegno alle famiglie, non sto facendo attraversare illegalmente il confine a nessuno. Quindi non hanno nulla da usare contro di me, nessun crimine che possono provare. Io, in qualche modo, trovo l’energia per farlo: ho trovato molta forza ad aiutare le persone che soffrono. Quando aiuti qualcuno, ti è sempre molto grato. Si sviluppano relazioni, si creano amicizie e anche se si tratta di persone che non vedrò mai più, almeno so che in quel momento hanno ricevuto un po’ di aiuto, in modo da poter continuare il loro viaggio verso la vita che sognavano».</p>
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		<title>Lampedusa, l&#8217;isola ormai dimenticata</title>
		<link>https://prismag.it/lampedusa-indimenticabile-isola-dimenticata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Feb 2025 11:52:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[numero 14]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conosciuta nel mondo per i naufragi al largo delle sue coste e diventata un simbolo di accoglienza dei migranti che approdano alle sue coste dopo aver attraversato il Mediterraneo, Lampedusa è anche il teatro della battaglia quotidiana di chi la abita, che lotta per un futuro in un luogo in cui si sente dimenticato</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Appena si scende dall&#8217;aereo per la prima volta e si cammina per le vie della città si ha l’impressione di trovarsi in un luogo in cui il tempo si è fermato. Sull’isola di Lampedusa le case sono basse, con i tetti piatti, color beige e terracotta dappertutto. Le strade sono ricoperte da un leggero strato di sabbia chiara, su cui riflette il sole. Nella città c’è una strada principale, che negli anni si è modernizzata per diventare un luogo accogliente per i turisti. Negli ultimi decenni il corso si è riempito di bar e negozi, che vendono qualunque gadget con la tartaruga, ormai diventata il simbolo dell’isola. <strong>Per trovarla, è necessario allontanarsi dall’Italia e dalla Sicilia, oltrepassare Malta, fino a che, abbastanza vicino alla Tunisia, eccola lì: Lampedusa</strong>. La sua posizione a metà strada tra Africa e Italia l’ha resa negli ultimi decenni teatro di naufragi o soccorsi di emergenza in mare. <strong>La porta d’Europa</strong>: questo vede, scorgendo le sue rocce, chi affronta la traversata su un gommone, dopo ore senza mangiare nulla, nel terrore di morire da un momento all’altro. Questo è, per loro: salvezza, vita.</p>



<p>Lampedusa è un luogo di vita per i suoi abitanti e i turisti, ma è stato anche teatro dei più tragici naufragi per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo. È entrata nel dibattito nazionale ed europeo <strong>per le politiche migratorie, per l’inasprimento delle frontiere, per l’inadeguatezza del suo hotspot di prima accoglienza</strong>. È diventata un luogo in cui l’accoglienza ha preso diverse forme, come se fosse la sua ragione di vita: il museo delle migrazioni, opere architettoniche dedicate all’accoglienza o alla commemorazione dei naufraghi, murales che ne rappresentano l’umanità. <strong>Eppure, sull’isola la gente vive, lavora e conduce la sua esistenza</strong> senza che l’immigrazione ne sia la ragione, mentre al porto Favarolo sbarcano centinaia di migranti, scortati dalla Guardia costiera. Dalla terrazza che affaccia sul porto si vede tutto: una tragedia umana a qualche centinaio di metri, mentre la serata continua e nessuno smette di bere il suo drink. Forse per gli abitanti di Lampedusa questa situazione è parte della quotidianità. Oppure, invece, è più facile riconoscere Lampedusa come luogo di transito per i migranti, dimenticandosi delle persone che ci vivono, con tutte le loro fatiche.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/02/Cimitero.heic?w=696&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-6899"/></figure>
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<p>«I lampedusani soffrono molto questa situazione», racconta Luisa (nome di fantasia, come tutti gli altri che seguono), che è nata e cresciuta sull’isola e da anni lavora in Comune. «Tutte le volte che ci sono state delle emergenze gli abitanti sono scesi per strada ad aiutare chi era appena sbarcato, aprendo persino le proprie case. Però quest’isola ha già tanti problemi di suo. <strong>I lampedusani non sono razzisti, ma alle volte diventa una situazione insopportabile con cui convivere</strong>, perché siamo costretti a condividere quelle poche risorse che abbiamo e che non bastano neanche per noi. Ad esempio: a Lampedusa non esiste un ospedale. Anche nel caso di un parto è necessario prendere l’eliambulanza della Croce Rossa per andare all’ospedale di Palermo. Ma quando io sto per imbarcarmi perché iniziano le contrazioni e arriva un’emergenza più grave, come una donna migrante rimasta ustionata dal carburante del gommone su cui ha fatto la traversata, è chiaro che io su quell’elicottero non ci salirò mai».</p>



<p>«Nessuno in quest’isola è contrario all’accoglienza», sottolinea Rebecca, stagista rientrata da qualche mese sull’isola dopo anni di università a Firenze, «però <strong>è chiaro che quando non ci sono servizi di base neanche per gli abitanti è difficile essere disposti a condividere</strong>». </p>



<p>«Sembra che Lampedusa sia diventata <strong>un territorio di trasferte per giornalisti e Ong, che dopo aver finito il lavoro se ne vanno</strong>, dopo aver scritto la loro storia spariscono nel nulla», continua Luisa «Però con tutto questo viavai, secondo voi è stato creato qualcosa che potesse parlare anche ai lampedusani? Qualcosa che li rendesse partecipi di essere involontariamente direttamente coinvolti in questa crisi umanitaria, in questa strage di vite umane? <strong>È come se ci si dimenticasse che l’isola ha una sua vita, dei suoi abitanti, che con tutte le fatiche portano avanti le loro vite</strong>. Non è difficile trovare persone qui sull’isola che non comprendono il fenomeno migratorio e si rifugiano nei luoghi comuni, sentendosi abbandonate da un governo e da dei concittadini che sembrano molto più disposti ad aiutare chi arriva dal mare che loro».</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/02/Porto-Favarolo.heic?w=696&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-6900"/></figure>
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<p>Molti lampedusani si sono abituati a questa situazione, cercando di “sfruttare” il fenomeno migratorio come un’occasione di sopravvivenza. <strong>«Ma siamo sicuri che ci sia qualcosa anche quest’anno?». «Io spero proprio di sì, ogni anno con gli eventi del 3 ottobre riusciamo a chiudere l’anno in verde</strong>. Sarebbe una tragedia per noi se non si facesse nulla». «Non so voi, ma io sono preoccupato, non ho sentito nulla, temo davvero lo abbiano annullato», ci raccontano. Gli autisti degli hotel, radunati all’uscita dell’aeroporto in attesa dei clienti da accompagnare in albergo, sembrano preoccupati. A seguito di un naufragio del 2013 in cui hanno perso la vita 368 persone, la data del 3 ottobre è diventata la giornata della memoria e dell’accoglienza dei migranti. Da quando è stata istituita, nel 2016, ogni anno a Lampedusa si tengono eventi e manifestazioni, che portano anche politici, artisti e attivisti sull’isola, prolungando la stagione estiva di qualche giorno.</p>



<p>«Se sono felice di essere tornato? Beh, <strong>Lampedusa è sempre casa mia, ma c’era un motivo se a vent’anni me ne sono andato</strong>, trovandomi un lavoro tanto lontano da qui». Non riuscendo più a fare il pescatore, Pietro ha deciso di provare a buttarsi in quello che hanno fatto un po’ tutti i suoi concittadini: il turismo. Ha venduto il peschereccio di famiglia e si è preso una barchetta con cui portare i turisti a fare tour dell’isola. Pietro ama il mare, significa casa per lui, e fare giri in barca con i turisti gli piace di più di una vita a spaccarsi la schiena per pescare. Però non è così facile riuscire a lavorare: a Lampedusa la stagione dura per cinque mesi al massimo e la concorrenza è tanta. Tutte le sere, dopo cena, Pietro va sul corso, con i suoi volantini stampati e un cartellone. Li allunga ai passanti, sperando che lo chiamino la mattina seguente per poter uscire. Non è facile la vita del pescatore, ma neanche questo lavoro lo è. Non c’è uno stipendio fisso e ogni sera diventa una lotta per accaparrarsi abbastanza clienti per il giorno dopo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/02/Porta-dEuropa.heic?w=696&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-6901"/></figure>
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<p>Ci sono tanti aspetti nascosti della quotidianità di chi vive questa situazione emergenziale. «Uno dei problemi più grossi sono i pezzi delle barche che naufragano e non vengono raccolte», racconta Pietro. «<strong>Sai quante volte le mie reti da pesca si sono stracciate perché rimanevano incagliate in un pezzo di albero o una trave portante?</strong> Noi siamo un popolo di pescatori: lasciare pezzi di barche nel mare mette a repentaglio il nostro lavoro, la nostra sopravvivenza e la sopravvivenza di questa isola. Come è possibile che nessuno se ne renda conto e ci aiuti? Da tutto il mondo vengono ad aiutare i migranti, ma a noi isolani pensa qualcuno? Mi piacerebbe che, quando sui giornali si parla di Lampedusa, ci si ricordasse anche di noi, che soffriamo per la mancanza di servizi e di futuro. Anche noi avremmo bisogno di aiuto, così come lo hanno le persone che arrivano su dei gommoni e sbarcano al porto Favarolo».</p>
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		<title>Le case dei senzatetto ai margini del Tevere</title>
		<link>https://prismag.it/senzatetto-roma-tevere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2025 11:41:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[numero 13]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[senzatetto]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
		<category><![CDATA[tevere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono centinaia le persone che vivono lungo il fiume che bagna Roma. Uomini e donne costretti a vivere per strada, invisibili. La storia di Mara</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Teli blu e verdi, impermeabili, fissati su aste di legno, ben saldate tra loro, a fare da copertura. La casa di Mara è composta da quattro spazi: la veranda, una piccola apertura senza nessun tipo di tetto, un vano, con un materassino per Lolli (il cane) e la stanza da letto. <strong>Mara vive a Roma, sul lungotevere, superato il ponte che dal centro della città conduce a Porta Portese</strong>. Abita in questa baracca da quattro anni, con il suo compagno Andrei. «L’ha costruita lui, con l’aiuto di un suo amico», racconta mentre accende un fornello da campo per mettere su un caffè. «È stato bravo, no?».</p>



<p><strong>Mara e Andrei vengono dalla Romania, ma abitano a Roma da più di dieci anni. </strong>Quando è venuta qui la prima volta aveva 18 anni. Non pensava che sarebbe rimasta, era in vacanza con un’amica, ma poi ha conosciuto Andrei, che viveva già in Italia da qualche anno. «Eh sì, mi sono innamorata, e così non sono più tornata in Romania», racconta con in mano le sue foto di quel periodo. Oggi su di lei ci sono i segni di una vita che non è andata come pensava e sperava. Una vita che l’ha messa di fronte a sfide cui ha dovuto reagire con durezza. Mara non ha sempre vissuto per strada: un tempo aveva una casa con il suo compagno, dove cucinava per tutti i vicini e gli amici.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-prismag wp-block-embed-prismag"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="JW9sZyFzb6"><a href="https://prismag.it/corruzione-governo-grande-impresa/" data-wpel-link="internal">Che fare quando governo e grande impresa si fondono: il caso americano</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Che fare quando governo e grande impresa si fondono: il caso americano&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/corruzione-governo-grande-impresa/embed/#?secret=pDdG2os6Ar#?secret=JW9sZyFzb6" data-secret="JW9sZyFzb6" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p>«Quando ho deciso di fermarmi in Italia, Andrei lavorava già: allora anche io ho trovato un impiego come badante. Mi piaceva, <a href="https://prismag.it/anziani-e-solitudine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">seguivo una signora molto carina</a>.<strong> Sono stata con lei per tanti anni, però poi un giorno è arrivata la polizia e sono finita per strada.</strong> Questa signora aveva una figlia con problemi di droga: quando veniva a trovarla, le alzava le mani perché la madre non voleva darle soldi. Un giorno la figlia ha esagerato, ha picchiato anche me. I vicini di casa, sentendo le urla, hanno chiamato la polizia. Così la figlia è finita in carcere, la madre è stata mandata in una casa di cura per anziani e io mi sono ritrovata disoccupata da un momento all’altro». Nello stesso periodo, un giorno hanno rubato tutti i documenti ad Andrei mentre tornava dal lavoro. «Eh, lo sai, senza documenti mica puoi lavorare regolarmente. Né puoi avere una casa».</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_3266-1.heic?w=696&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-6589"/></figure>
</div>


<p>Non avendo alternative, Mara e Andrei sono andati a vivere sul lungotevere, hanno trovato uno spiazzetto rialzato in marmo e poi hanno iniziato a costruire quella che sarebbe stata la loro casa. «Una signora italiana che vive anche lei qui sul Tevere, dall’altra parte, sulla pista ciclabile, mi ha detto di venire qui, che si sta bene. <strong>I primi giorni abbiamo dormito per terra. Avevamo solo una coperta. Per fortuna non faceva ancora tanto freddo</strong>, ma i topi c’erano comunque e la gente matta o ubriaca ci passava accanto come se nulla fosse».</p>



<p><strong>In Italia il numero di persone senza fissa dimora oggi si aggira intorno alle 100mila unità </strong>(<a href="http://dati-censimentipermanenti.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCSS_SENZA_TETTO" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">secondo gli ultimi dati disponibili</a> pubblicati da Istat nel 2021). Un dato che dal 2014 è quasi raddoppiato: le stime fino al 2020 parlavano di circa 50mila persone che vivevano in una condizione di precarietà abitativa.</p>



<p>Secondo Istat, <strong>nel 2021 erano 96.197 le persone che in Italia senza fissa dimora</strong>. Di questi oltre la metà sono uomini, 65.407, mentre le donne sono 30.790. Il 38 per cento è di origine straniera e l’età media generale è di 41,6 anni, media che si alza per gli italiani.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_3273-1.heic?w=696&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-6591"/></figure>
</div>


<p>Osservando i dati Istat, <strong>a livello comunale è l&#8217;area di Roma Capitale a ospitare il maggior numero di senza tetto: 23.424 persone</strong>.</p>



<p>La salute di Mara e soprattutto i suoi problemi respiratori sono peggiorati. L’umidità è sempre molto forte; poi, «d’estate si muore di caldo, d’inverno si congela, se piove si allaga tutto il pavimento e le coperte sotto cui dormiamo si inzuppano. In più, per cercare di tenere lontane le zanzare, ha sempre uno zampirone acceso, che le crea ulteriori difficoltà a respirare.«Questa non è una casa. Sì, è vero, hai la vista sul Tevere e sei a due passi dal centro. <strong>Ma come puoi chiamare casa un posto in cui non riesci a dormire tranquilla? </strong>Andrei spesso per andare a lavorare si sveglia alle 5, altre volte fa i turni di notte. Quando lui va via io rimango qua da sola. E quando sono da sola ho tanta paura. Qua non sei al sicuro, non sei protetta, può passare qualcuno, chiunque, un matto, un tossico e ti può ammazzare. Sì, la “casa” ha una porta, ma è un bancale di legno chiuso con un lucchetto. Non è così difficile da aprire. Sai quante volte ci hanno rubato vestiti o cibo? Non posso più comprare i fiori perché appena mi allontano me li rubano». Tempo fa, nella veranda coltivava delle piante. Appena si aprivano i petali dei fiori li tagliava per portarli alle sue amiche del vicinato.</p>



<p>«In questo quartiere sono sempre stati molto accoglienti con noi. Poi sai, io vado spesso in giro, porto il cane al parco, faccio la spesa. Spesso, quando c’è bel tempo, organizziamo delle grigliate, io faccio da mangiare e stiamo tutti insieme. D’inverno ci invitano a cena da loro o a farci la doccia – perché qui la facciamo all’aperto dentro un catino, rovesciandoci l’acqua addosso». <strong>Mara e Andrei vivono Testaccio, è casa loro. Ma non per tutti gli abitanti del lungotevere è così</strong>. Molti vivono suddivisi per nazionalità. Alcuni dormono in tenda, altri nelle baracche che si sono costruiti. Diversi di loro hanno iniziato a fare uso di alcol o droghe, anche solo per combattere il freddo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_3265.heic?w=696&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-6592"/></figure>
</div>


<p>Guardando dietro gli alberi, le piante e la sporcizia che circonda il Tevere e percorrendo le rive del fiume, è possibile entrare in un altro mondo, i cui abitanti spesso sono invisibili. Eppure, quella che&nbsp; per alcuni è vista come una scelta dettata dall&#8217;incapacità di vivere una vita dignitosa a volte è solo frutto di un misto tra una condizione sociale senza privilegi e una dose di sfortuna. «Non mi aspettavo che saremmo finiti così. Quando ho deciso di rimanere in Italia pensavo che la vita sarebbe stata più facile: hai i documenti, trovi un lavoro, mangi, hai una casa. Quando vado fuori Roma vedo le case con il giardino e penso che mi sarebbe piaciuto vivere in un posto così.<strong> Mi sarebbe piaciuto fare l’orto, far crescere i pomodori, le zucchine. E invece mi sono ritrovata a vivere in mezzo a una via, nell’immondizia</strong>».</p>



<p>Mara porta addosso i segni della sua vita in strada, eppure il sorriso non scompare dal viso. «Ora che Andrei ha ricominciato a lavorare stiamo cercando un tetto, una stanza. <strong>Non ce la faccio più a vivere qui. Non vedo l’ora di avere la mia casa</strong>, da tenere tutta sistemata. Lolli si abituerà, le piacerà stare al caldo, e io potrò cucinare e invitare gli amici a mangiare».</p>
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		<title>L&#8217;Unione europea ha un problema col respingimento ai confini</title>
		<link>https://prismag.it/lunione-europea-ha-un-problema-col-respingimento-ai-confini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 15:54:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>
		<category><![CDATA[caso Osman]]></category>
		<category><![CDATA[condanna]]></category>
		<category><![CDATA[eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[esternalizzazione]]></category>
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		<category><![CDATA[richiedenti asilo]]></category>
		<category><![CDATA[rifugiati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’esternalizzazione delle frontiere da parte dei Paesi ai confini dell'Unione europea è un sistema sempre più utilizzato negli ultimi decenni per dis-occuparsi dei fenomeni migratori</p>
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Collezione Anno 1 (12 numeri, digitale)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>60,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Collezione Anno 1 (12 numeri)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>100,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
</a><a href="https://prismag.it/shop/abbonamento-anno-1-12-numeri-cartaceo/?add-to-cart=3186" aria-describedby="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_3186" data-quantity="1" class="button product_type_simple add_to_cart_button ajax_add_to_cart" data-product_id="3186" data-product_sku="" aria-label="Aggiungi al carrello: &quot;Collezione Anno 1 (12 numeri)&quot;" rel="nofollow" data-success_message="&quot;Collezione Anno 1 (12 numeri)&quot; è stato aggiunto al tuo carrello" role="button" data-wpel-link="internal">Aggiungi al carrello</a>	<span id="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_3186" class="screen-reader-text"><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Collezione Anno 1 | dicembre 23-maggio 24 (6 numeri, digitale)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>35,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
</a><a href="https://prismag.it/shop/abbonamento-anno-1-primi-6-numeri-digitali/?add-to-cart=2296" aria-describedby="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_2296" data-quantity="1" class="button product_type_simple add_to_cart_button ajax_add_to_cart" data-product_id="2296" data-product_sku="" aria-label="Aggiungi al carrello: &quot;Collezione Anno 1 | dicembre 23-maggio 24 (6 numeri, digitale)&quot;" rel="nofollow" data-success_message="&quot;Collezione Anno 1 | dicembre 23-maggio 24 (6 numeri, digitale)&quot; è stato aggiunto al tuo carrello" role="button" data-wpel-link="internal">Aggiungi al carrello</a>	<span id="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_2296" class="screen-reader-text"><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Collezione Anno 1 | dicembre 23-maggio 24 (6 numeri)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>55,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
</a><a href="https://prismag.it/shop/abbonamento-anno-1-primi-6-numeri-cartacei/?add-to-cart=3187" aria-describedby="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_3187" data-quantity="1" class="button product_type_simple add_to_cart_button ajax_add_to_cart" data-product_id="3187" data-product_sku="" aria-label="Aggiungi al carrello: &quot;Collezione Anno 1 | dicembre 23-maggio 24 (6 numeri)&quot;" rel="nofollow" data-success_message="&quot;Collezione Anno 1 | dicembre 23-maggio 24 (6 numeri)&quot; è stato aggiunto al tuo carrello" role="button" data-wpel-link="internal">Aggiungi al carrello</a>	<span id="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_3187" class="screen-reader-text"><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 6 &#8211; Sull&#8217;Europa</h2>
<p>	<span class="price"><del aria-hidden="true"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>14,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></del> <span class="screen-reader-text">Il prezzo originale era: 14,00&nbsp;&euro;.</span><ins aria-hidden="true"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>10,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></ins><span class="screen-reader-text">Il prezzo attuale è: 10,00&nbsp;&euro;.</span></span><br />
</a><a href="https://prismag.it/shop/numero-6-sulleuropa-cartaceo/?add-to-cart=4396" aria-describedby="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_4396" data-quantity="1" class="button product_type_simple add_to_cart_button ajax_add_to_cart" data-product_id="4396" data-product_sku="" aria-label="Aggiungi al carrello: &quot;Numero 6 - Sull&#039;Europa&quot;" rel="nofollow" data-success_message="&quot;Numero 6 - Sull&#039;Europa&quot; è stato aggiunto al tuo carrello" role="button" data-wpel-link="internal">Aggiungi al carrello</a>	<span id="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_4396" class="screen-reader-text"><br />
			</span>
</li>
<li class="product type-product post-4379 status-publish last instock product_cat-numeri-singoli product_cat-digitale product_tag-numeri product_tag-numero-6-sulleuropa product_tag-prismag-digitale has-post-thumbnail downloadable virtual taxable purchasable product-type-simple">
	<a href="https://prismag.it/shop/numero-5-sull-europa-digitale/" class="woocommerce-LoopProduct-link woocommerce-loop-product__link" data-wpel-link="internal"><img width="300" height="300" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/05/Prismag6_Cover-scaled.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1" class="attachment-woocommerce_thumbnail size-woocommerce_thumbnail" alt="sull&#039;europa" srcset="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/05/Prismag6_Cover-scaled.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/05/Prismag6_Cover-scaled.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/05/Prismag6_Cover-scaled.jpg?resize=100%2C100&amp;ssl=1 100w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/05/Prismag6_Cover-scaled.jpg?zoom=2&amp;resize=300%2C300&amp;ssl=1 600w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/05/Prismag6_Cover-scaled.jpg?zoom=3&amp;resize=300%2C300&amp;ssl=1 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 6 &#8211; Sull&#8217;Europa (digitale)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>7,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
</a><a href="https://prismag.it/shop/numero-5-sull-europa-digitale/?add-to-cart=4379" aria-describedby="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_4379" data-quantity="1" class="button product_type_simple add_to_cart_button ajax_add_to_cart" data-product_id="4379" data-product_sku="" aria-label="Aggiungi al carrello: &quot;Numero 6 - Sull&#039;Europa (digitale)&quot;" rel="nofollow" data-success_message="&quot;Numero 6 - Sull&#039;Europa (digitale)&quot; è stato aggiunto al tuo carrello" role="button" data-wpel-link="internal">Aggiungi al carrello</a>	<span id="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_4379" class="screen-reader-text"><br />
			</span>
</li>
</ul>
</div>
</div><p>The post <a href="https://prismag.it/lunione-europea-ha-un-problema-col-respingimento-ai-confini/" data-wpel-link="internal">L&#8217;Unione europea ha un problema col respingimento ai confini</a> appeared first on <a href="https://prismag.it" data-wpel-link="internal">Prismag</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">4328</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Le occupazioni abitative come pratica di resistenza</title>
		<link>https://prismag.it/occupazione-abitativa-come-pratica-di-resistenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Apr 2024 14:03:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>
		<category><![CDATA[abitare]]></category>
		<category><![CDATA[abitazione]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza abitativa]]></category>
		<category><![CDATA[numero 5]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione abitativa]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[Spin Time]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://prismag.it/?p=3940</guid>

					<description><![CDATA[<p>Pratica di resistenza: alcune organizzazioni e associazioni definiscono così la loro attività di occupazione. Ne abbiamo parlato con alcune di loro</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando si varca il cancello rosso di via Santa Croce in Gerusalemme 55, a Roma, ci si ritrova in uno spazio di coworking pieno di persone intente a scrivere qualcosa al computer o a discutere tra loro, sedute a tavoli disposti a semicerchio. È uno dei primi spazi che si incontrano a <strong>Spin Time, uno stabile la cui occupazione è nata con il prevalente scopo abitativo ma che oggi è tra i principali poli socioculturali della città</strong>. Le dimensioni di questo immobile sono difficili da cogliere da fuori: un edificio che si sviluppa su nove piani, circa 16mila metri quadrati, casa per circa quattrocento persone di ventisei differenti nazionalità e sede di oltre trenta associazioni e organizzazioni. In passato, il complesso ospitava gli uffici dell’Inpdap, Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell’<a href="https://prismag.it/posto-fisso-giovani-non-figo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">amministrazione pubblica</a>.</p>



<p>«L’occupazione di Spin Time è iniziata per caso, perché ci avevamo già provato altre volte ma era un edificio chiuso molto bene e difficile da penetrare». <strong>Andrea Alzetta</strong>, più conosciuto con il soprannome di Tarzan, è il leader di <a href="https://www.csoalastrada.net/reti/#:~:text=Action%20Diritti%20In%20Movimento,partecipazione%20diretta%20alle%20scelte%20pubbliche." target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external"><strong>Action-Diritti in movimento</strong></a> e fondatore di Spin Time Labs. <strong>Tra il 2012 e 2013</strong>, a seguito di una modifica dei criteri di accesso alle case popolari sotto l’amministrazione Alemanno, <strong>più di 40mila famiglie erano rimaste senza la prospettiva di un’abitazione del comune e l’emergenza si era riversata negli sportelli dei vari movimenti di lotta per la casa</strong>. Tra questi anche Action che, come racconta Andrea, «a ogni ondata emergenziale rispondeva con l’occupazione di una serie di immobili, per mettere pressione all’amministrazione romana e ottenere case popolari».</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-prismag wp-block-embed-prismag"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="wHc42UWssY"><a href="https://prismag.it/lago-ex-snia-una-rigenerazione-spontanea-a-roma/" data-wpel-link="internal">Il lago Bullicante &#8211; Ex Snia, una rigenerazione spontanea</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Il lago Bullicante &#8211; Ex Snia, una rigenerazione spontanea&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/lago-ex-snia-una-rigenerazione-spontanea-a-roma/embed/#?secret=TiEnxPk73D#?secret=wHc42UWssY" data-secret="wHc42UWssY" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p>Ma nel 2013, con l’occupazione di Spin Time, è nato qualcosa di inaspettato e nuovo, anche per gli stessi protagonisti: <strong>un modello di lotta all’emergenza abitativa e per la rigenerazione urbana</strong>.&nbsp;</p>



<p>«Quella di Spin Time sarebbe dovuta essere un’occupazione tradizionale, ma da subito non lo è stata. Quando poco dopo sono venuti a sgomberarci è stato impossibile: c’erano ormai più di mille persone dentro l’edificio. E così è iniziata quest’avventura, un pezzetto alla volta. L’edificio era distrutto, tutte le persone che ci vivevano dentro hanno fatto i muratori. Il primo anno si viveva soltanto al primo piano mentre si metteva a posto il secondo, e così via».</p>



<p><strong>Questa realtà dura da ormai più di dieci anni e cerca di rispondere non solo all’emergenza abitativa, ma anche alla mancanza di luoghi di aggregazione per la popolazione, inserendosi in un vuoto sociale che il quartiere Esquilino aveva la necessità di riempire</strong>. Tutto è cambiato dopo qualche anno, quando le associazioni hanno iniziato a riflettere su quello che sarebbe stato il futuro di quel luogo. «Abbiamo iniziato a pensare che forse avremmo dovuto smettere di occuparci solo dell’emergenza abitativa. Sì, rispondevamo a un bisogno dei più deboli, ma così facendo rimanevamo isolati e non ci aprivamo a nessun tipo di dialogo con altri pezzi di società: in questo modo non ci saremmo mai messi in movimento e non saremmo andati da nessuna parte». Per cambiare in maniera strutturale le cose <strong>non bisognava chiudersi, ma aprirsi alla città</strong>.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="HOL056nCLX"><a href="https://prismag.it/mucche-universali-tempo-e-acqua-sacra/" data-wpel-link="internal">Mucche universali, tempo e acque sacre</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Mucche universali, tempo e acque sacre&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/mucche-universali-tempo-e-acqua-sacra/embed/#?secret=XFP9ctUYLK#?secret=HOL056nCLX" data-secret="HOL056nCLX" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>«Così facciamo una cosa che ci è sembrata naturale: <strong>colleghiamo il tema dell&#8217;abitare a tutte le tematiche legate al welfare, come l’accesso alla cultura, all’istruzione, alla salute e quant’altro</strong>. E quindi proviamo a ragionare su come, invece di fare un ghetto chiuso militarmente, Spin Time dovesse aprire le porte di via Santa Croce». Da qui nasce la suddivisione degli spazi e delle attività all’interno dell’edificio: dal terzo piano in su vivono le famiglie e gli spazi vengono destinati a dinamiche di assistenzialismo, di servizi di vario tipo, di produzione culturale. Ed è proprio qui che Scomodo, giornale giovanile fondato nel 2016, stabilisce la sua redazione.</p>



<p><strong>«Avevamo questa idea, questo obiettivo: costruire una comunità aperta, solidale e accogliente. E lo volevamo fare identificando quelle che erano le necessità del quartiere, della città»</strong>. Ed è proprio quello che Spin Time è riuscito a fare, attraverso la collaborazione tra organizzazioni, movimenti e cittadinanza. Ed è il motivo per cui ancora oggi questa realtà esiste, o meglio resiste. Anche a politiche sempre più restrittive.</p>



<p>Pur non esistendo dati ufficiali rispetto al numero di immobili occupati, <strong>Confedilizia nel 2018 stimava che circa 92 stabili, di cui 66 a scopo abitativo, fossero in questa situazione in tutta Italia</strong>. Oggi questa stima sembra essere rimasta più o meno invariata, con circa 12mila persone che vivono in situazioni definite di «illegalità abitativa». Eppure, mentre i dati sembrano immutati, sono sempre più le città <strong>in cui sono avvenuti sgomberi a tappeto, condotti con brutalità</strong>, e tanti i politici che hanno usato questi atti di lotta al <strong>«disordine pubblico</strong>» per il loro tornaconto. Ne è un esempio <strong>Bologna</strong>, che dal 2015 al 2019 ha visto sgomberati alcuni centri sociali o realtà costruite a scopo abitativo, tra cui <strong>Xm24</strong>, <strong>Làbas</strong> ed <strong>ex Telecom</strong>. Nel caso del Làbas, il centro sociale che occupava un’ex caserma dei Carabinieri in disuso da anni, gli abitanti del quartiere sono scesi in strada a protestare contro il provvedimento comunale, riuscendo a ottenere un altro spazio in cui poter continuare le proprie attività. Anche nel caso di questa realtà <strong>si era cercato di costruire un luogo di aggregazione per la città, uno spazio in cui poter accedere a servizi e poter costruire un progetto di comunità solidale</strong>.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="Vg4DGTfL1j"><a href="https://prismag.it/ambientalismo-donne-sensibilizzazione/" data-wpel-link="internal">L&#8217;ambientalismo è donna</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;L&#8217;ambientalismo è donna&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/ambientalismo-donne-sensibilizzazione/embed/#?secret=puJQ7dWpGm#?secret=Vg4DGTfL1j" data-secret="Vg4DGTfL1j" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p><strong>Oggi le storiche occupazioni a scopo abitativo del capoluogo emiliano non esistono più, ma l’emergenza abitativa rimane la stessa</strong>. Soprattutto con un mercato immobiliare con prezzi in continuo aumento e lo sviluppo di piattaforme sempre più numerose per gli affitti a breve termine. Infatti, nel panorama del <strong>turismo di massa</strong>, in cui da qualche anno è rientrata anche la città di Bologna, gli effetti delle <strong>piattaforme </strong>come <strong>Airbnb</strong> <strong>agiscono sul mercato immobiliare riducendo l’offerta abitativa di lungo termine e aumentando il costo degli affitti</strong>. Un fenomeno che oltre a mettere in crisi migliaia di persone, primi fra tutti i fuori sede o i più poveri, sta arrivando all’estremo: uno<strong> </strong><a href="https://www.theguardian.com/technology/2020/feb/20/revealed-the-areas-in-the-uk-with-one-airbnb-for-every-four-homes" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external"><strong>studio</strong></a> pubblicato dal<strong> <em>Guardian</em></strong><em> </em>denuncia che in alcune parti del Regno Unito una casa su quattro è un alloggio Airbnb.</p>



<p><strong>«Questa occupazione di via de’ Carracci 63 nasce dalla volontà di opporsi alla svendita del suolo pubblico»</strong>. Così racconta <strong>Giovanni Curci</strong> di <strong>Plat-Piattaforma di intervento sociale</strong>, che da anni lotta nel panorama di Bologna per cercare di dare una risposta all’emergenza abitativa. L’immobile occupato è, infatti, di proprietà dell’<strong>Azienda casa Emilia-Romagna (Acer) </strong>ed era <strong>destinato a case popolari. «È necessario opporsi a questa svendita soprattutto ora, con l’emergenza abitativa che attanaglia la città in una maniera devastante e l’esponenziale incremento degli sfratti</strong>. Questa occupazione vuole essere un po’ una risposta in questo scenario qui, un’alternativa possibile rispetto ai problemi che ci sono».</p>



<p>Come lo stabile in via Santa Croce, anche via de’ Carracci presentava grossi problemi strutturali. «Qui dentro vivono <strong>centodieci persone, di cui quaranta minori</strong>» continua a raccontare Giovanni mentre entriamo nell’edificio. «Quando è iniziata questa esperienza tante persone sono entrate con i caschetti in testa, a lavorare per sistemare questo immobile. La verità è che <strong>sono troppi gli stabili che vengono lasciati vuoti anche solo per cavilli burocratici</strong>».</p>



<p>Tra le varie cause di questa emergenza abitativa rientrano anche i <strong>parametri di accesso alle case popolari, che hanno portato all’esclusione di centinaia di famiglie</strong>. «Sono tantissime quelle che rimangono tagliate fuori dalle graduatorie. Si tratta per la maggior parte di <strong>persone che lavorano con contratti a tempo indeterminato, ma magari guadagnando settecento, ottocento euro al mese</strong>», continua Giovanni. «Come si può pensare che si riesca a mantenere una casa e una famiglia con uno stipendio così basso? Eppure, spesso superano la fascia di reddito per l’accesso alle case popolari e sono quindi esclusi dalle graduatorie, rimanendo intrappolati in una <strong>zona grigia</strong>. E stiamo parlando di uomini e donne che lavorano, si fanno un mazzo tanto però si ritrovano a dormire in macchina o per strada, magari insieme ai loro figli».</p>



<p><strong>Negli ultimi anni l’emergenza abitativa sembra essere diventata un argomento escluso dalla politica e riservato soltanto ai movimenti popolari che hanno deciso di rispondere con azioni di occupazione di immobili abbandonati o dismessi</strong>. Ma, oltre alla necessità di avere un letto in cui dormire e un tetto sopra la testa, alle volte ci si dimentica di come la vita di un essere umano sia molto più complessa e bisognosa di tante cose. Come racconta Andrea, con Spin Time si è cercato di dare risposta anche a questo, una volta risolta la questione emergenziale di una casa, provando a costruire un apparato sociale e culturale che permettesse agli abitanti di via Santa Croce di condurre una vita dignitosa, in grado di rispondere alle loro varie necessità. <strong>«Perché il punto è che un uomo non ha bisogno solo di una casa, ma anche di dignità, di lavoro e di essere felice»</strong>.</p>



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		<title>Quando la molestia è quotidiana</title>
		<link>https://prismag.it/quando-la-molestia-sulle-donne-e-quotidiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Ucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2024 16:22:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>
		<category><![CDATA[binomio uomo-donna]]></category>
		<category><![CDATA[catcalling]]></category>
		<category><![CDATA[molestia]]></category>
		<category><![CDATA[mostro]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<category><![CDATA[sulla donna]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si parla di molestie nei confronti delle donne come casi isolati, messe in atto da uomini definiti “mostri”. La realtà, invece, racconta che una donna subisce molestie ogni singolo giorno, di diverso tipo</p>
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<p>Telefono in mano con 112 già pronto. Camminata veloce, che diventa corsa quando si sentono passi alle spalle. Chiavi pronte in mano. Il portone di casa è vicino, manca poco, ce l’ho quasi fatta. «Credo che <strong>la vera molestia sulle donne oggi non sia quella reale, ma il clima di terrore in cui viviamo</strong>, in cui ci viene insegnato ad avere paura, a stare attente. E questo clima ci fa vivere tutto male, ci fa pensare di doverci proteggere, di dover evitare di comportarsi o di vestirsi in un certo modo. Tutto questo ci fa male e rende la vita  un calvario». Beatrice ha 25 anni, è originaria di Bologna. È famosa nel suo gruppo di amiche per essere l’unica che non ha paura a tornare a casa da sola la sera e che spesso non si vuole far riaccompagnare.</p>



<p>«Sono cresciuta in una famiglia dove eravamo tutte donne, a parte papà», racconta Giulia. «Nessuna di noi, da piccola, ha mai fatto caso alle proprie forme che si sviluppavano o ha mai riconosciuto in sé stessa una bellezza che potesse essere usata come arma con gli uomini o contro le altre ragazze». Giulia e le sue sorelle crescevano tutte insieme, in età diverse, e imparavano a gestire i loro corpi attraverso l’osservazione delle sorelle più grandi. «<strong>Non abbiamo mai creduto di avere una “femminilità” che ci potesse contraddistinguere</strong> in qualche modo, o che ci avrebbe potuto ferire». Ma con l’inizio delle scuole medie, le cose sono cambiate. «Tutto quello che per noi era sempre stato così innocuo e naturale si è rivelato essere un’arma, che, a volte, non avendo mai imparato a vederla come tale, veniva usata contro di noi».&nbsp;</p>



<p>«<strong>Vuoi davvero che ti racconti un episodio in cui ho subìto una molestia?</strong> Non saprei neanche da dove cominciare e no, non ne ricordo uno in particolare perché purtroppo gli uomini hanno iniziato a urlarmi per strada quando ero appena adolescente e a un certo punto ho smesso di farci caso». Lisa ha 21 anni ed è un’infermiera. «Così come per la discoteca, quante volte sono stata toccata, palpata. Allora ho smesso di andare in certi posti a ballare o ci vado con gli amici maschi, che si mettono tra me e chi prova a toccarmi».</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="xHgRvl8WQF"><a href="https://prismag.it/di-conflitto-interiore-si-muore/" data-wpel-link="internal">Di conflitto interiore si muore</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Di conflitto interiore si muore&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/di-conflitto-interiore-si-muore/embed/#?secret=qEFm5Zu1wY#?secret=xHgRvl8WQF" data-secret="xHgRvl8WQF" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>Secondo un’<a href="https://www.ilr.cornell.edu/worker-institute/blog/research-and-publications/ilr-and-hollaback-release-largest-analysis-street-harassment-date" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">indagine</a> svolta a livello mondiale dalla Ong per la parità di genere Right To Be (fino a qualche anno fa Hollaback!) e il Dipartimento di Relazioni industriali e di lavoro della Cornell University, <strong>l’84 per cento delle donne di tutto il mondo ha subìto molestie per strada per la prima volta prima dei 17 anni</strong> e oltre il 50 per cento ha riferito di essere stata palpeggiata o accarezzata in situazioni diverse, come sui mezzi di trasporto pubblici o in discoteca.</p>



<p>Ma la cosa che stupisce più di tutte è che, sebbene esista una definizione di molestia, questa spesso e volentieri finisca con l’essere rimessa alla percezione soggettiva della “vittima” in questione e posta al vaglio di testimoni. <strong>Qual è allora la vera distinzione tra ciò che molestia è e cioè che può essere considerata una nostra percezione?</strong> E come si fa a tracciare una linea di confine tra la propria percezione di una cosa e una forma di violenza in un contesto che viene visto come soggettivo?</p>



<p><strong>«Oggi lo chiamate “catcalling”, ma non è che prima di dargli un nome non esistesse»</strong>. Teresa è da poco diventata nonna del quarto nipote, ma pur non essendo «più giovane da un po’», come racconta scherzando, ricorda bene la fatica dell’essere donna nella quotidianità negli anni del Secondo dopoguerra. «Si trattava di camminare per strada ed essere continuamente in balia delle opinioni altrui, che venivano urlate a gran voce. “<strong>Cosa ci sarà mai di così terrificante nel sentirsi dire che hai un bel culo?</strong> Mica ti ha dato della cessa, alla fine è solo un complimento”. Frasi che avrò sentito ripetere almeno un miliardo di volte nella mia vita, da fidanzati, amici e amiche. Perché ormai queste cose sono così comuni che si cerca di normalizzarle, lo si è sempre fatto».&nbsp;</p>



<p>La normalizzazione è talmente diffusa nella nostra società che può andare dal subire avance all’essere palpate durante un turno di <a href="https://prismag.it/paolo-virzi-italia-precaria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">lavoro</a> come cameriera. Così come ci si abitua a ragazzi o uomini adulti che ti seguono per strada, ad avere paura a tornare a casa da sole, a stare al telefono con il proprio fidanzato o un amico fino al portone di casa. </p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="lX0HKCiEmt"><a href="https://prismag.it/miracolo-vita-ipocondria/" data-wpel-link="internal">L’ipocondria e il miracolo di essere vivi</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;L’ipocondria e il miracolo di essere vivi&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/miracolo-vita-ipocondria/embed/#?secret=wma6Jq3eO9#?secret=lX0HKCiEmt" data-secret="lX0HKCiEmt" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>Solo qualche mese fa è stato ripetuto da un microfono di fronte alle televisioni quanto questo processo sia al tempo stesso pericoloso per le donne e dannoso per gli uomini. A parlare ad alta voce, con grande determinazione, era Elena Cecchettin, sorella di Giulia, che lo scorso novembre è stata uccisa dall’ex fidanzato. «Filippo Turetta [<em>ex fidanzato e omicida della sorella, ndr</em>] viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. <strong>I mostri non sono malati, sono figli sani del patriarcato</strong>, della cultura dello stupro. Il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela».</p>



<p>E quante volte ci siamo sentite dire che <strong>siamo ragazze facili perché vivevamo la sessualità nello stesso modo in cui la vive la maggior parte degli uomini</strong> che abbiamo conosciuto? «Non ti sembra di starti svendendo?», «Perché vai a letto con tutti questi uomini? Cosa stai cercando davvero?», «Guarda che se gliela dai al primo appuntamento poi è normale che questo pensi che tu voglia solo sesso», «Non sarebbe forse ora che ammettessi a te stessa che così non ti basta, che ti lasciano solo più vuota delle relazioni occasionali?». Queste sono solo le prime frasi che vengono in mente e che ci si è sentite ripetere ad amiche tantissime volte. Perché per una donna vivere il sesso con enorme libertà si trasforma nel fatto di essere una ragazza facile; se lo fa un uomo, invece, è uno che si sa godere la vita e che vive la sessualità come una cosa bella e divertente, che non per forza deve sempre significare altro.</p>



<p>La verità è che negli ultimi anni <strong>il binomio uomo-donna non piace più a nessuno</strong>. Così come in tanti penseranno a quanto le frasi di cui sopra possano essere retrograde. Eppure, è la realtà che le giovani vivono tutti i giorni; è la realtà di Francesca, Beatrice, Lisa, Teresa, Alessandra, Alice, Ilenia ed Elena. E questa differenza, che stiamo cercando di rendere sempre meno importante e discriminatoria, continua a discriminare noi donne nei nostri gesti quotidiani.</p>
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