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Le case dei senzatetto ai margini del Tevere

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Sono centinaia le persone che vivono lungo il fiume che bagna Roma. Uomini e donne costretti a vivere per strada, invisibili. La storia di Mara

Teli blu e verdi, impermeabili, fissati su aste di legno, ben saldate tra loro, a fare da copertura. La casa di Mara è composta da quattro spazi: la veranda, una piccola apertura senza nessun tipo di tetto, un vano, con un materassino per Lolli (il cane) e la stanza da letto. Mara vive a Roma, sul lungotevere, superato il ponte che dal centro della città conduce a Porta Portese. Abita in questa baracca da quattro anni, con il suo compagno Andrei. «L’ha costruita lui, con l’aiuto di un suo amico», racconta mentre accende un fornello da campo per mettere su un caffè. «È stato bravo, no?».

Mara e Andrei vengono dalla Romania, ma abitano a Roma da più di dieci anni. Quando è venuta qui la prima volta aveva 18 anni. Non pensava che sarebbe rimasta, era in vacanza con un’amica, ma poi ha conosciuto Andrei, che viveva già in Italia da qualche anno. «Eh sì, mi sono innamorata, e così non sono più tornata in Romania», racconta con in mano le sue foto di quel periodo. Oggi su di lei ci sono i segni di una vita che non è andata come pensava e sperava. Una vita che l’ha messa di fronte a sfide cui ha dovuto reagire con durezza. Mara non ha sempre vissuto per strada: un tempo aveva una casa con il suo compagno, dove cucinava per tutti i vicini e gli amici.

«Quando ho deciso di fermarmi in Italia, Andrei lavorava già: allora anche io ho trovato un impiego come badante. Mi piaceva, seguivo una signora molto carina. Sono stata con lei per tanti anni, però poi un giorno è arrivata la polizia e sono finita per strada. Questa signora aveva una figlia con problemi di droga: quando veniva a trovarla, le alzava le mani perché la madre non voleva darle soldi. Un giorno la figlia ha esagerato, ha picchiato anche me. I vicini di casa, sentendo le urla, hanno chiamato la polizia. Così la figlia è finita in carcere, la madre è stata mandata in una casa di cura per anziani e io mi sono ritrovata disoccupata da un momento all’altro». Nello stesso periodo, un giorno hanno rubato tutti i documenti ad Andrei mentre tornava dal lavoro. «Eh, lo sai, senza documenti mica puoi lavorare regolarmente. Né puoi avere una casa».

Non avendo alternative, Mara e Andrei sono andati a vivere sul lungotevere, hanno trovato uno spiazzetto rialzato in marmo e poi hanno iniziato a costruire quella che sarebbe stata la loro casa. «Una signora italiana che vive anche lei qui sul Tevere, dall’altra parte, sulla pista ciclabile, mi ha detto di venire qui, che si sta bene. I primi giorni abbiamo dormito per terra. Avevamo solo una coperta. Per fortuna non faceva ancora tanto freddo, ma i topi c’erano comunque e la gente matta o ubriaca ci passava accanto come se nulla fosse».

In Italia il numero di persone senza fissa dimora oggi si aggira intorno alle 100mila unità (secondo gli ultimi dati disponibili pubblicati da Istat nel 2021). Un dato che dal 2014 è quasi raddoppiato: le stime fino al 2020 parlavano di circa 50mila persone che vivevano in una condizione di precarietà abitativa.

Secondo Istat, nel 2021 erano 96.197 le persone che in Italia senza fissa dimora. Di questi oltre la metà sono uomini, 65.407, mentre le donne sono 30.790. Il 38 per cento è di origine straniera e l’età media generale è di 41,6 anni, media che si alza per gli italiani.

Osservando i dati Istat, a livello comunale è l’area di Roma Capitale a ospitare il maggior numero di senza tetto: 23.424 persone.

La salute di Mara e soprattutto i suoi problemi respiratori sono peggiorati. L’umidità è sempre molto forte; poi, «d’estate si muore di caldo, d’inverno si congela, se piove si allaga tutto il pavimento e le coperte sotto cui dormiamo si inzuppano. In più, per cercare di tenere lontane le zanzare, ha sempre uno zampirone acceso, che le crea ulteriori difficoltà a respirare.«Questa non è una casa. Sì, è vero, hai la vista sul Tevere e sei a due passi dal centro. Ma come puoi chiamare casa un posto in cui non riesci a dormire tranquilla? Andrei spesso per andare a lavorare si sveglia alle 5, altre volte fa i turni di notte. Quando lui va via io rimango qua da sola. E quando sono da sola ho tanta paura. Qua non sei al sicuro, non sei protetta, può passare qualcuno, chiunque, un matto, un tossico e ti può ammazzare. Sì, la “casa” ha una porta, ma è un bancale di legno chiuso con un lucchetto. Non è così difficile da aprire. Sai quante volte ci hanno rubato vestiti o cibo? Non posso più comprare i fiori perché appena mi allontano me li rubano». Tempo fa, nella veranda coltivava delle piante. Appena si aprivano i petali dei fiori li tagliava per portarli alle sue amiche del vicinato.

«In questo quartiere sono sempre stati molto accoglienti con noi. Poi sai, io vado spesso in giro, porto il cane al parco, faccio la spesa. Spesso, quando c’è bel tempo, organizziamo delle grigliate, io faccio da mangiare e stiamo tutti insieme. D’inverno ci invitano a cena da loro o a farci la doccia – perché qui la facciamo all’aperto dentro un catino, rovesciandoci l’acqua addosso». Mara e Andrei vivono Testaccio, è casa loro. Ma non per tutti gli abitanti del lungotevere è così. Molti vivono suddivisi per nazionalità. Alcuni dormono in tenda, altri nelle baracche che si sono costruiti. Diversi di loro hanno iniziato a fare uso di alcol o droghe, anche solo per combattere il freddo.

Guardando dietro gli alberi, le piante e la sporcizia che circonda il Tevere e percorrendo le rive del fiume, è possibile entrare in un altro mondo, i cui abitanti spesso sono invisibili. Eppure, quella che  per alcuni è vista come una scelta dettata dall’incapacità di vivere una vita dignitosa a volte è solo frutto di un misto tra una condizione sociale senza privilegi e una dose di sfortuna. «Non mi aspettavo che saremmo finiti così. Quando ho deciso di rimanere in Italia pensavo che la vita sarebbe stata più facile: hai i documenti, trovi un lavoro, mangi, hai una casa. Quando vado fuori Roma vedo le case con il giardino e penso che mi sarebbe piaciuto vivere in un posto così. Mi sarebbe piaciuto fare l’orto, far crescere i pomodori, le zucchine. E invece mi sono ritrovata a vivere in mezzo a una via, nell’immondizia».

Mara porta addosso i segni della sua vita in strada, eppure il sorriso non scompare dal viso. «Ora che Andrei ha ricominciato a lavorare stiamo cercando un tetto, una stanza. Non ce la faccio più a vivere qui. Non vedo l’ora di avere la mia casa, da tenere tutta sistemata. Lolli si abituerà, le piacerà stare al caldo, e io potrò cucinare e invitare gli amici a mangiare».

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