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25 | Sulla giustizia

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L'editoriale di presentazione del venticinquesimo numero di Prismag. La versione completa è disponibile per gli abbonati

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Editoriale di presentazione (di Francesco Stati)

Nell’epoca del giudizio permanente, come sta la giustizia? Sui social media ogni parola dà adito a divisioni, accuse e polemiche; nei tribunali i processi restano fermi anni insieme alle vite dei loro protagonisti, mentre televisioni e giornali sputano sentenze e si dimenticano degli assolti. La giustizia dovrebbe ridurre l’errore, proteggere i fragili. Quando si confonde con lo spettacolo, il rischio è doppio: perdere fiducia nei tribunali e consegnare qualsiasi vicenda alla pubblica gogna.

In questo terzo anno di pubblicazioni abbiamo deciso di mettere questo tema al centro del nostro primo numero. Ce lo impone il presente, con il referendum sulla riforma della giustizia che ha spaccato l’Italia in un “Sì” e in un “No” in cui abbiamo racchiuso e semplificato noi stessi, i nostri amici, gli sconosciuti. Non indichiamo cosa votare: proviamo a mettere al centro le giuste motivazioni di entrambe le fazioni per aiutarti a decidere per conto proprio. Parliamo di giustizia perché l’erosione della fiducia pubblica nel terzo potere, vittima di lungaggini, errori e attacchi politici, sta minando la tenuta dei sistemi democratici in tutto l’Occidente. 

Lo sguardo va agli Stati Uniti: chi può fermare Donald Trump quando l’esecutivo accentra tutto e il Congresso viene svuotato della sua funzione legislativa? Nel sistema dei pesi e contrappesi, il potere giudiziario diventa spesso l’ultima diga, come ha testimoniato la decisione della Corte Suprema sui dazi. Parliamo della giustizia che si sposta in tv: processi mediatici, condanne già scritte prima della sentenza, assoluzioni troppo spesso tardive e relegate a una riga accanto ai necrologi. Dai casi che hanno segnato l’immaginario italiano alle polarizzazioni social, mettiamo a confronto diritto di cronaca e presunzione d’innocenza e parliamo di chi è finito nel tritacarne per errore e non ne è più uscito.

Raccontiamo la giustizia climatica: avvocati e attivisti ci spiegano come comunità colpite possano citare in giudizio aziende inquinanti. E c’è la giustizia internazionale: la giurisdizione universale, il Myanmar e il processo sul genocidio rohingya che torna all’Aia. Sul fronte dei diritti, affrontiamo l’ingiustizia nel dibattito sul consenso sessuale. Raccontiamo la giustizia che si inceppa nella burocrazia, tra ricongiungimenti familiari sempre più difficili e diritti fondamentali ostacolati e negati. 

Ogni sistema giudiziario, prima ancora di punire, decide che cosa conta come verità. Quali parole, quali corpi, quali prove, quali istanze hanno peso e quali no. Per questo la giustizia è anche una questione di conoscenza, di diritti: quando pregiudizi e stereotipi la inquinano, rischia di diventare la clava del potere, invece che il suo limite.

In questo numero

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