«Ho pianto troppo?». Tre semplici parole a telecamere spente che hanno cambiato il corso della percezione dei processi giudiziari in Italia. Era il 2002 e Annamaria Franzoni pronunciava questa frase al termine dell’intervista che concesse a Studio Aperto. Il 30 gennaio di quell’anno, in una villetta a Cogne, un bambino di appena tre anni di nome Samuele Lorenzi veniva assassinato. Per il delitto verrà condannata la madre, Annamaria Franzoni. Ma i tre gradi di giudizio passarono in secondo piano, a favore dell’enorme attenzione mediatica ricevuta dal processo giudiziario. Talk show su ogni canale televisivo, giornalisti inviati sul luogo del delitto, opinioni e supposizioni. Bruno Vespa nel suo Porta a Porta presentò il famoso plastico che ricostruiva alla perfezione la villetta dove era avvenuto il delitto. Un intero Paese si interessava alla vicenda ed esprimeva una sentenza, spaccandosi tra chi riteneva la Franzoni innocente e chi colpevole. Senza aver letto le carte del processo, senza conoscere niente di diritto penale, senza conoscere il linguaggio giuridico. Soltanto vedendo ore e ore di trasmissioni televisive. È nato così il processo mediatico, la spettacolarizzazione del processo penale sui mezzi di diffusione di massa.
Tornando indietro nel tempo, già nel 1987 Leonardo Sciascia in un’intervista a El País aveva dichiarato: «Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario, divisa in innocentisti e colpevolisti, in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli». Lo spettatore si sente legittimato a esprimere la sua opinione, a decidere chi è colpevole di un delitto. I salotti televisivi realizzano processi paralleli, pullulano di tuttologi esperti, proprio come quando gioca la nazionale italiana in tv diventiamo tutti commissari tecnici degni di sostituire il Gennaro Gattuso di turno o come quando il Festival della canzone italiana riempie Sanremo e siamo tutti critici musicali.
Quando gli avvenimenti sono in diretta televisiva
I processi diventano un circo mediatico: la vita dell’indagato diventa di pubblico dominio, le scene del crimine diventano mete turistiche, gli avvenimenti cruciali avvengono in diretta televisiva. Uno dei picchi dell’impatto sulla società del fenomeno è il delitto di Avetrana. Il 26 agosto 2010 la quindicenne Sarah Scazzi viene uccisa. La Corte suprema di Cassazione ha condannato all’ergastolo per concorso in omicidio volontario aggravato dalla premeditazione la cugina della vittima, Sabrina Misseri, e la zia, Cosima Serrano. Lo zio Michele Misseri viene condannato a otto anni di carcere per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Durante la trasmissione su Rai3 Chi l’ha visto? ci sarà l’annuncio in diretta del ritrovamento del cadavere della vittima: in collegamento la madre di Sarah, Concetta Serrano, che scoprirà così la sorte accaduta alla figlia. Avetrana diventa un set televisivo: chiunque segua un minimo i talk show conosce il luogo dove si trova il pozzo verso il quale Michele Misseri conduce gli inquirenti a ritrovare il cadavere della giovane.
«Il racconto della cronaca nera sui media è cambiato nel tempo in modo abissale», spiega il magistrato Valerio de Gioia, Consigliere della prima sezione penale della Corte di Appello di Roma. «Il fenomeno ha introdotto una figura nuova: la revisione mediatica. La revisione è quel meccanismo straordinario che consente, solo in presenza di prove ed elementi nuovi, di rimettere in discussione una sentenza passata in giudicato. Oggi invece c’è un’enorme gestione mediatica».
«I commenti pieni di odio sui social, fatti da persone che non accettano l’esito di un procedimento penale, sono sempre di più: tutti si sentono legittimati a commentare e insultare. Quello che rimane alla fine non è la condanna inflitta da un giudice di competenza, ma la percezione che i cittadini hanno sulla responsabilità o meno di un soggetto», aggiunge.
Sempre nel 2010, l’Italia si appassiona in modo morboso al mistero di Ignoto 1, l’assassino di Yara Gambirasio, tredicenne di Brembate di Sopra che non tornerà mai più a casa dopo un pomeriggio in palestra. Questo alias, “Ignoto 1”, indica il profilo genetico estratto dalle tracce biologiche ritrovate su alcuni indumenti della giovane. Si scoprirà, grazie alle indagini, che corrisponde al dna di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo. Per riuscire a identificare l’autore del delitto venne fatto il più grande screening genetico mai realizzato in Italia: tutti gli uomini della zona furono sottoposti al test del dna, tenendo milioni di spettatori incollati allo schermo del televisore in una simil-telenovela. L’arresto del muratore Bossetti fu mandato in onda dalla trasmissione di Rete4 Quarto Grado: un video di undici minuti nel quale i carabinieri arrivano nel cantiere, lo cercano su e giù per i ponteggi e infine lo prelevano, conducendolo in caserma. La sua vita è sotto gli occhi di tutti, come anche i dati genetici della sua famiglia, la vita coniugale, la scoperta di essere un figlio illegittimo.
Prima era solo la televisione, ora ci sono anche i social media
Le trasmissioni di infotainment creano un’agorà mediatica, dove il presunto colpevole è processato e condannato a mezzo stampa: domina la legge del guadagno, l’aumento dell’audience in televisione che esalta il voyeurismo nazionale. Il magistrato de Gioia parla non solo di televisione, ma anche di social media: «In un sistema come quello attuale, in cui tutto ciò che dici o fai rimane su internet per sempre, la pena mediatica è eterna. Ho paura della degenerazione e delle derive di questo fenomeno. I social sono una piazza virtuale ancora più potente della televisione, ma c’è una scarsa educazione digitale». De Gioia, che ha scritto insieme alla giornalista Rai Adriana Pannitteri il libro In Nome del Popolo Televisivo (Vallecchi Firenze Editore, 2022), sottolinea anche la funzione catartica del processo mediatico: «Anche se io fossi una persona spregevole, quando mi metto a confronto con un assassino mi sento subito meglio: ecco il paradosso».
Poiché il processo mediatico può avvenire in parallelo a quello giudiziario, c’è il rischio che lo influenzi e che condizioni la ricerca della verità e l’esito delle indagini, ma anche che logori il rispetto della privacy e della dignità delle persone coinvolte. «Come giudice, tremo se penso di dover giudicare qualcuno basandomi su processi che sono già stati ampiamente celebrati a livello televisivo: bisogna avere una grande rettitudine e professionalità per non farsi disturbare da un condizionamento incredibile, in quanto a volte il processo mediatico offre al giudice elementi di indagine che non dovrebbe conoscere. Quando arriva poi il processo, io possiedo anche elementi che si sono formati non nel contraddittorio tra le parti, ma a livello televisivo. Questo è un grande problema. Non possiamo escludere che crei un condizionamento nella valutazione», conclude de Gioia. E allora sorge spontanea la domanda: se non ci fosse stata una pressione mediatica così schiacciante in alcuni casi di cronaca nera, l’esito dei processi sarebbe stato diverso?




