Il 19 agosto, molte di noi erano ancora sotto l’ombrellone, in costume. Altre stavano prendendo un aperitivo alla terrazza di un bar, con un vestito corto o scollato. Era ancora estate, faceva caldo. Quello stesso giorno, la scrittrice Carolina Capria (@lhascrittounafemmina) pubblicava un post su Instagram per denunciare l’esistenza del gruppo Facebook Mia moglie ❤️❤️❤️, 32.000 iscritti. Sulla pagina, alcuni uomini pubblicavano foto intime delle loro mogli, compagne, amiche, conoscenti, persino figlie, a loro insaputa e senza il loro consenso.
Per molte di noi, disgustate ma non del tutto sorprese, il primo riflesso è stato andare sul gruppo in questione. Per cercare di capire, ma anche per controllare che non ci fossero le nostre foto. Le immagini erano sorprendenti per la loro banalità: una donna che prova un abito attillato in un negozio e che, dal camerino, invia una foto per avere un parere. Un’altra che dorme sul divano, con addosso un vestito da casa, corto ed evidentemente spostato nel sonno, che lascia intravedere i genitali. Foto intime indirizzate a un partner. Immagini di corpi di sconosciute, scattate in spiaggia.
Nella didascalia e nei commenti sottostanti si potevano leggere minacce di stupro, incitazioni dei mariti agli altri uomini per sapere cosa avrebbero fatto alle loro mogli («Esiste una persona seria che abbia il piacere di parlare con me di mia moglie ignara? Sono una persona educata», «scatenatevi, lei adora», «da sfondare il culo»). Dopo il disgusto, sono arrivate la tristezza, la rabbia, la diffidenza.
Molte delle donne i cui corpi erano stati pubblicati senza il loro consenso su questa pagina o sul sito Phica.net (720.000 iscritti) non se lo aspettavano. Avrebbero dovuto diffidare degli uomini con cui avevano scelto di condividere la quotidianità? Dovremmo farlo noi? Alla terrazza di quel bar, sulla spiaggia in cui ci trovavamo quando abbiamo letto la notizia, avremmo dovuto nascondere i nostri corpi? Come facciamo, conoscendo tutto questo, a vivere ancora con gli uomini?
Il consenso, questo sconosciuto
Quest’ultima domanda, come fare a vivere con gli uomini, se la pone anche la filosofa francese Manon Garcia, che nel 2024 ha seguito dalle aule del tribunale di Avignone il processo per gli stupri di Mazan. Certo, i due casi, quello di Mazan e quello di Mia moglie ❤️❤️❤️ e di Phica.net, sono diversi per gravità e contesto, ma esistono dei punti di contatto. Molti degli uomini coinvolti negli stupri sul corpo sedato e inerte di Gisèle Pelicot (almeno quelli che si sono posti il problema) hanno sostenuto, durante il processo, di essere convinti che lei fosse consenziente. Suo marito Dominique lo aveva garantito o aveva acconsentito per lei. Questo, per molti di loro, era sufficiente.
Manon Garcia, nel suo saggio Vivere con gli uomini. Che cosa ci insegna il caso Pelicot (Einaudi, 2025), racconta: «Ed è questo ciò che traspare in quasi tutti gli interrogatori: alcuni pensano che il marito possa acconsentire per la moglie, altri che una persona addormentata può essere ritenuta consenziente e la maggior parte, soprattutto, sembra aver scoperto il vocabolario del consenso con l’arresto e il processo. […] Il problema non è dunque che i giudici o la legge non tengono conto del consenso, ma piuttosto che gli uomini interrogati in queste sedi non hanno chiaro cosa sia, e ritengono comunque di potersi esimere dal richiederlo se non corrono il rischio di essere scoperti».
Anche gli uomini che hanno condiviso foto intime delle proprie mogli non si sono posti il problema del consenso. E, nel caso in cui ciò è avvenuto, hanno ritenuto comunque di poter disporre dell’immagine delle proprie compagne, con l’obiettivo di esporle al proprio e al pubblico ludibrio.
Lucia Bainotti, autrice con Silvia Semenzin del saggio Donne tutte puttane. Revenge porn e maschilità egemone (Durango edizioni, 2021), commenta così il legame tra il caso Pelicot e quello dei gruppi italiani: «Quello che li accomuna è la violazione del consenso. Su Facebook e Phica.net, come su Telegram, la violazione si trova nel cercare, scattare e condividere materiali intimi a sfondo sessuale. Anche se l’entità non è la stessa, anche qui c’è violenza. Violenza digitale, molestia, inneggio allo stupro, oggettivazione attraverso parole e insulti». Ma era una cosa tra uomini. Non riguardava le donne né tantomeno il loro consenso.
Pratica sessuale: assenza di consenso
La mancanza di consenso è allora non solo consapevole, ma diventa un genere pornografico a parte. Gli uomini iscritti al gruppo Facebook, su Phica o sui numerosi canali Telegram ancora aperti si interrogano se quello che stanno facendo sia un reato. Per Bainotti, «la prima risposta che si danno, nel caso in cui pubblichino foto già presenti sui social, è il victim blaming: se fai la troia, te la vai a cercare. Poi assumono comportamenti da galletti: la tecnologia e il numero di iscritti sulle piattaforme aumentano il loro senso di impunità».
Ciò che porta gli uomini a condividere materiale intimo senza consenso, pur essendo consapevoli che si tratta di un reato, è la voglia di affermare un controllo. Di subordinare la donna oggetto al proprio volere, in questo caso in maniera virtuale, e di godere, in un contesto di socialità maschile che definiremmo “da spogliatoio”, del proprio dominio. Di nuovo, Bainotti: «Al di là del voyeurismo e della ricerca di materiale pornografico “autentico”, c’è anche un discorso patriarcale: gli uomini condividono una forma di potere sulle donne che non sanno quello che sta accadendo loro, esprimendo tutto quello che vorrebbero fargli.
Per capire, bisogna interrogarsi su come, ancora oggi, la maschilità si costruisca attraverso sentimenti di possesso e consideri il corpo della donna come un oggetto». Un comportamento che si iscrive nella cultura dello stupro. Virtuale, ma pur sempre uno stupro.
Contro la cultura dello stupro
Dal 2019, l’articolo 612 ter del Codice penale si occupa di regolare la pubblicazione e la diffusione di immagini senza il consenso delle persone rappresentate. Eppure, la legge non sembra aver arrestato il fenomeno.«Dal 2019 al 2024, ci siamo occupati in media di circa mille casi all’anno, con picchi in concomitanza dei casi mediatici», spiega Angelo Rovegno, avvocato dell’associazione Permesso Negato. «Abbiamo contribuito alla rimozione di circa tre milioni e mezzo di contenuti, ma il fenomeno è in crescita costante». Secondo i report State of revenge dell’associazione, nel 2020 esistevano su Telegram 89 gruppi o canali italiani e 6 milioni di account attivi nella condivisione di pornografia non consensuale. Nel 2022, i gruppi/canali sono diventati 231. Gli utenti registrati più di 13 milioni.
Ancora Rovegno: «La produzione normativa ha sempre avuto un ritardo rispetto alle innovazioni sociali e culturali. Tutto questo è ancora più valido quando le evoluzioni tecnologiche e di costume sono rapide e di non sempre agevole comprensione da parte del legislatore. L’attività normativa è dunque inutile se non è accompagnata da una profonda opera di sensibilizzazione e responsabilizzazione. Spesso, queste condotte non sono ancora percepite come illecite. Non solo dagli autori, ma a volte dalle stesse vittime». Bisogna, insomma, diffondere la cultura del consenso in opposizione a quella dello stupro. Anche dentro gli spogliatoi, reali e virtuali.
Gli stupri di Mazan
Tra il 2011 e il 2020, Dominique Pelicot ha regolarmente sedato la moglie, Gisèle Pelicot. Nei periodi di incoscienza, ne abusava sessualmente o invitava decine di sconosciuti presso il proprio domicilio a fare lo stesso. Filmava e catalogava ogni evento di questo tipo.
Permesso Negato
Creata nel 2019, forte di un team di legali, criminologi, psicologi ed esperti di tecnologia e cybersecurity, l’associazione Permesso negato fornisce assistenza gratuita alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo e di odio online.



