Lo scorso 30 ottobre, il parlamento ha approvato un’ampia riforma costituzionale sulla giustizia. Su di essa, noi elettori voteremo il 22 e 23 marzo. Sarà il referendum numero 85 della storia della Repubblica. Ma su cosa si vota? La riforma della giustizia cambierebbe:
- Articolo 105: riguarda i poteri e la composizione dell’Alta corte disciplinare e dei nuovi Csm.
- Articoli 107 e 104: si creano due carriere parallele per magistrati giudicanti (giudici) e requirenti (pubblici ministeri). Oggi la carriera è unica, sebbene i pm coordinino le indagini e rappresentino l’accusa, mentre i giudici sono figure terze che valutano le prove ed emettono sentenza. Sebbene sia un fenomeno marginale, un pm può diventare giudice e viceversa, ma solo una volta in carriera. La riforma eliminerebbe questa possibilità, oltre a creare due Consigli superiori della magistratura (Csm) divisi per funzioni, a cui si aggiungerebbe un’Alta corte disciplinare. Si introduce un sorteggio per i membri dei Csm e dell’Alta corte disciplinare: al posto dell’elezione diretta da parte dei colleghi, due terzi dei membri saranno scelti con sorteggio “secco” (fra tutti i magistrati) e un terzo “temperato” (“laici” scelti dal parlamento).
- Modifiche minori per gli articoli 87, 102, 106, 109 e 110, perlopiù per adattarli alla riforma Nordio.
La sfida si preannuncia tesa: se da un lato il referendum non ha quorum e il tempo per la campagna è poco, dall’altro cala il numero di astenuti a vantaggio del no.
Per parlarne, abbiamo intervistato Giuseppe Benedetto (GB, Fondazione Einaudi) e Matteo Hallisey (MH, presidente di +Europa), del comitato SÌsepara per il sì; Marcello De Chiara (MDC, vicepresidente dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati) e Dario Parrini (DP, commissione Affari costituzionali per il Pd) per il no.
Referendum Giustizia: PERCHÉ SÌ
Perché sostenete la riforma della giustizia?
MH: «Sono da sempre favorevole alla separazione delle carriere e credo sia un passo fondamentale per una giustizia giusta nel nostro Paese, anche se da sola non basta».
GB: «Otto anni fa la fondazione Einaudi ha iniziato la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare sul tema. Malgrado le modifiche, questa riforma è un po’ nostra: siamo una fondazione liberale schierata sul fronte garantista, non giustizialista».
Quali miglioramenti porterà questa riforma?
MH: «Permetterà più tutele per i cittadini e per gli imputati in un processo. Sarà un bene per loro avere un giudice e un pm come figure separate, con concorsi e carriere distinti, non legati a logiche correntizie».
Perché una riforma invasiva per così poche carriere? Non bastava una legge ordinaria?
MH: «I passaggi di carriera sono una parte marginale della riforma. Il nucleo è la separazione dei Consigli superiori della magistratura, l’istituzione dell’Alta corte disciplinare e la possibilità di rompere il sistema delle correnti. La riforma non è invasiva, ma applica principi costituzionali ignorati fino ad oggi».
GB: «Chi fa questa affermazione o è in cattiva fede, o non ha letto la legge. Non si può confondere separazione delle carriere e delle funzioni, come fatto da alcuni magistrati e docenti. Quest’ultima cosa si poteva fare e si è fatta con la legge ordinaria Cartabia, che ha limitato il passaggio dalla funzione giudicante alla requirente già anni fa».
Si sostiene che la riforma ridurrebbe errori giudiziari, evitando nuovi casi Garlasco o Tortora. È così?
GB: «Non troverete una sola dichiarazione mia o del mio comitato su Garlasco. Tortora è diverso: chi lo ha condannato ingiustamente ha fatto una brillante carriera, arrivando fino al Csm, al contrario del giudice del collegio d’appello che lo ha assolto. Errare è umano, ma servono correttivi: se si sa di poter continuare a sbagliare senza conseguenze, non ci si migliora. Con l’Alta corte disciplinare finalmente ci sarà un giudice terzo per punire abusi di giudici e pm».
MH: «Gli errori giudiziari sono un problema: in Italia 31.000 persone sono state vittima di ingiusta detenzione dal 1991 al 2022, con danni per oltre un miliardo di euro a carico dello Stato. Addirittura, il 28 per cento dei detenuti è in custodia cautelare, quindi non si sa se ha commesso reato. La separazione delle carriere non avrà un effetto diretto su questo, ma aumenterà le garanzie per l’imputato, con giudici non conniventi tra loro e slegati dalle correnti».
La riforma è compatibile con la legislazione securitaria del Governo?
MH: «La riforma della giustizia è un passo avanti, al contrario del panpenalismo di questo governo ipocrita, che vota questa legge ma allo stesso tempo continua ad aumentare il numero di reati e a creare aggravanti inutili, pensando che problemi così complessi siano risolvibili con la sola repressione. Un’opposizione seria al governo può sostenere la riforma e criticare insieme il suo giustizialismo. Al Paese servono profonde riforme: si risolva il sovraffollamento delle carceri, si depenalizzino alcuni reati, s’investa sull’educazione e sui problemi sociali profondi. Aumentare le pene non risolve nulla».
GB: «Noi siamo liberali, non di destra o di sinistra: criticare entrambi gli schieramenti non è un problema per noi. Per noi aumentare i reati non risolve il problema della sicurezza. Lo diceva già Beccaria nel 1764: l’elemento dissuasore è la certezza della pena, non la sua severità. Il governo si concentri su un controllo migliore del territorio con le forze dell’ordine, ma non pensi che aumentare le pene sia una soluzione: in questo modo, si passerà di fallimento in fallimento».
L’accostamento del sì agli antagonisti di Torino e del no alla P2 usati nella campagna alzano troppo i toni?
GB: «I toni vanno abbassati per il bene di tutti e per far capire meglio la natura del quesito. Noi, come liberali, rifiutiamo la logica delle tifoserie contrapposte. Per questo, non serve incattivire la campagna: ci sarà un 24 marzo per noi, così come per i magistrati per il no. In quanto a Licio Gelli [il creatore della loggia massonica P2, ndr], nel suo piano di rinascita democratica c’era anche il taglio dei parlamentari. Non mi risulta che [all’epoca della riforma costituzionale che li ha ridotti, ndr] ci si sia scandalizzati».
Referendum Giustizia: PERCHÉ NO
Perché vi opponete alla riforma della giustizia?
DP: «Si deformerebbe l’equilibrio tra poteri dello Stato voluto dai padri costituenti: penso alle norme che disgregano il Csm e introducono l’assurdità del sorteggio per il Csm, che permetterà alla politica, e non ai giudici, di indicare nomi per il Consiglio. Ci opponiamo alla pericolosa idea di Giorgia Meloni della magistratura come organo servente, che risponde alle direttive dell’esecutivo [il riferimento è all’introduzione del sorteggio, che priverebbe i magistrati del potere di eleggere i propri rappresentanti, ndr]».
MDC: «Innanzitutto, per ragioni di metodo. Una riforma costituzionale così ampia non si approva senza modifiche nel corso dell’iter parlamentare e rigettando tutti gli emendamenti proposti. Dovrebbe essere condivisa, per ribadire che la Costituzione non appartiene alla maggioranza del momento. Nel merito, invece, i presunti benefici non compensano i rischi. Per la separazione delle carriere a fronte di nessun vantaggio vi sono almeno due significative criticità. Innanzitutto, non ci sono prove che carriere distinte per giudici e pm rafforzino la terzietà del giudice, che per altro oggi è già garantita. Prendiamo il sistema delle impugnazioni: il fatto che i magistrati d’Appello e di Cassazione vengano dallo stesso ordine dei colleghi di primo grado non fa dubitare la loro terzietà. In secondo luogo, separare le carriere crea una nuova figura di pm dotato di ampi poteri coercitivi e collocato in una posizione istituzionale diversa, non pienamente nel sistema giudiziario né in quello esecutivo. Nascerebbe con la riforma un quarto potere che non ha equivalenti nel resto del mondo, escluso il Portogallo. Lo scenario preoccupa: le tensioni fra potere politico e giudiziario potranno aumentare a dismisura con due magistrature penali, egualmente sottratte al controllo governativo».
Il ministro Nordio dice che la riforma della giustizia «potrebbe servire anche all’opposizione, una volta al governo». Voi la manterreste?
DP: «Nordio svela i fini reali della riforma della giustizia: dare mani libere al governo, legando quelle dei giudici e riducendo i controlli. La vecchia ossessione berlusconiana di liberarsi dei contrappesi, contraria alla democrazia costituzionale. La riforma non va abolita, ma bloccata tramite referendum».
Perché opporsi a una legge che tocca così poche carriere?
MDC: «L’inutilità della riforma legittima il sospetto che parte della maggioranza punti a creare condizioni per esercitare un controllo sul pubblico ministero. Inoltre, l’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura rischia di mettere il giudice sotto pressione e orientare le sue decisioni non in base a ciò che è giusto, ma a ciò che meno “scontenta” la maggioranza. Questo può influenzare delle valutazioni che debbono basarsi solo su elementi processuali. Proteggere la serenità del giudice serve a tutti: garantisce decisioni autonome, senza influenze esterne».
Di cosa ha bisogno la giustizia?
DP: «Di colmare i paurosi vuoti di organico, digitalizzazione e semplificazione; di una migliore formazione; di un intervento sulle norme procedimentali, soprattutto sulle indagini preliminari».
Il poco tempo a disposizione e la mancanza del quorum penalizzano la vostra campagna?
MDC: «Il tempo è fondamentale per spiegare le ragioni del sì e del no: la riforma tocca aspetti tecnici, noti a chi ha esperienza di processo penale e di giustizia ma non all’uomo comune. Che però è fondamentale: deciderà lui il destino della riforma».
DP: «L’assenza di quorum non penalizza nessuno, vince chi mobilita di più. Una campagna più lunga sarebbe stata un bene per i cittadini, che avrebbero potuto informarsi meglio. I sondaggi, però, vedono il no in ripresa: siamo quasi alla pari. Io sono fiducioso: la mobilitazione del Pd sta accelerando, fino al 22 sarà martellante».
L’accostamento del sì agli antagonisti di Torino e del no alla P2 usati nella campagna alzano troppo i toni?
DP: «Le affermazioni miserabili vanno trattate come tali, e lasciate cadere. Le ragioni del no e del sì possono essere comunicate senza cadere in mistificazioni volgari».
MDC: «Per criticare questa riforma meglio utilizzare argomentazioni fondate sul merito, piuttosto che evocare personaggi negativi che peroravano la separazione delle carriere».




