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L’ipocondria e il miracolo di essere vivi

Come ci si sente quando ci si rende conto che essere vivi sembra un miracolo? Ne abbiamo parlato con Lorenzo Marone, autore di Inventario di un cuore in allarme

Si può dire che il corpo umano sia una macchina perfetta. È molto raro che vi sia qualche intoppo. Quando ciò avviene, ci si ammala. Come definire quindi una macchina che non si ferma mai, se non come un inspiegabile – quanto fantastico – miracolo? Alcune persone, però, si rendono conto più di altre di quanto questo processo sia apparentemente folle e, a volte, se ne ammalano, sviluppando l’ipocondria. Ipocondria che è esattamente il terrore che assale quando ci si accorge del miracolo unico che è la vita.

Mowgli and Bagheera Original public domain image from Digital Commonwealth

Cos’è l’ipocondria?

Il dizionario Treccani la definisce come una «preoccupazione ansiosa, organicamente infondata, relativa alla propria salute o alla condizione di particolari organi interni». Il termine, però, nasconde molto di più. La persona affetta da ipocondria è cosciente del “miracolo“ che il corpo umano mette in moto ogni secondo per stare in vita. Teme ogni minimo sintomo perché, consapevole della complessità del suo corpo, ha la velleitaria speranza di poter tenere monitorato e sotto controllo ogni singolo aspetto di sé.

Da dove origina l’ipocondria? «Quando il bambino non ha avuto quello che doveva avere, in termini di attenzione, richiede  attenzione», spiega Lorenzo Marone, autore del libro autobiografico Inventario di un cuore in allarme. «È come se l’ipocondriaco fosse un bambino che, attraverso un messaggio distorto, chiede di essere messo al centro e di ricevere le attenzioni che gli sono mancate. Spesso questo disagio si manifesta in chi ha ancora dentro di sé conflitti interiori del suo passato che non ha ancora risolto».

Si può guarire dall’ipocondria?

È molto difficile guarire dall’ipocondria, se non addirittura impossibile. Emilio Mordini, nel suo libro La debolezza della volontà, afferma che«ciascun uomo si ingegna a sopravvivere alla propria misera e, quando ha trovato una strategia conveniente, non si riesce più a fargliela cambiare». Marone, però, obietta: «Io faccio terapia, sia psicologica che personale, attraverso la scrittura. È difficile dire se si possa guarire o meno. L’ipocondria si può attenuare lavorando su, e quindi conoscendo, sé stessi; capendo quindi il perché dei sintomi, astraendoli dal dolore fisico e inserendoli in uno schema più ampio. Rimane però un disagio con cui bisognerà fare i conti per sempre». 

Si può individuare un’energia inespressa nell’individuo che implode, segno di un disagio interiore irrisolto, un pensiero ossessivo ricorrente che manifesta la connessione tra anima e corpo. Ed è proprio da questo conflitto che nasce il pensiero ipocondriaco: una sorta di cortocircuito nell’amigdala che, alterata da infinite sollecitazioni, va in confusione, iniziando a mandare segnali di allarme anche quando in realtà non ce ne sarebbe bisogno. «Spesso questo segnale viene mandato per far concentrare il corpo unicamente sul sintomo, distogliendo l’attenzione da qualche possibile difficoltà o preoccupazione».

Accettare il miracolo della vita

Non per forza bisogna avere una visione negativa dell’ipocondria. «Dipende molto dall’approccio che si decidere di avere: per me l’ipocondria è un’energia che cerca di dire qualcosa, di reagire, di vivere al massimo il tempo e le giornate». Non che sia un fenomeno piacevole, anzi, «il pensiero di morte costante e l’inquietudine che ne conseguono sono duri e pesanti da sopportare». Rimane però uno strumento che, se ben utilizzato, può spingere chi soffre di ipocondria a vivere una vita più piena e consapevole, grati del miracolo che si sta vivendo. 

Ogni terapia affronta il disturbo in maniera diversa, però tutte convengono su un punto: l’ipocondria non va affrontata scaricandola sugli altri.«Il rischio è che si ottenga l’effetto indesiderato rispetto a quello sperato. In primis perché si rischia che, quando il sintomo sarà serio, nessuno ci crederà più. Inoltre, appoggiarsi sempre agli altri è come dire a sé stessi che non ce la si può fare da soli, creando possibili dinamiche di dipendenza nocive».

L’ipocondria e il fine vita

Non si può parlare di ipocondria senza parlare di morte. Nasce infatti proprio tutto da lì, dalla paura della finitudine, dal non sapere e volere accettare di morire. «Gli ipocondriaci, così come qualsiasi persona con un disagio, sono persone che vedono. Tutti gli altri, i cosiddetti equilibrati, sono invece in gran parte ciechi. Il concetto di finitudine è la paura delle paure, con la quale l’uomo convive da millenni. Pochi illuminati riescono ad affrontarlo in maniera equilibrata; altri lo fanno attraverso varie forme di nevrosi, come l’ipocondria. Altri ancora, invece, sono capaci di rimuovere completamente il concetto, soprattutto nella società occidentale. Ci si inquina di tanti pensieri, spesso materiali, per continuare a correre sulla giostra della vita inebriandosi per non vedere il fine corsa». 

Spesso questo atteggiamento aiuta a vivere meglio. Tante altre volte, però, non esiste  scelta. La realtà mette di fronte sfide alle quali bisogna rispondere con gli strumenti che la natura ha deciso di donare. E quindi bisogna essere spronati a continuare questa folle corsa chiamata vita, nonostante il male al braccio, la macchia che non va via, la fitta al petto. I Cccp cantano che «la morte è insopportabile per chi non riesce a vivere». Nonostante i malesseri di ogni secondo, è proprio questa la sfida dell’ipocondriaco. Riuscire a vivere per poi, infine, accettare di morire.

Lorenzo Marone

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