Prima ancora dell’invio della Guardia nazionale sui manifestanti di Los Angeles o dello scontro con Elon Musk, una delle affermazioni più problematiche di Donald Trump è stata quella rivolta lo scorso 21 maggio a un suo omologo, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.
Riprendendo la persistente e dannosa narrazione del “razzismo al contrario” o “anti-white”, infatti, Trump ha accusato il Sudafrica del genocidio della popolazione bianca. Come unica prova, il video decontestualizzato di una protesta di piazza del 2020. Non si è trattato solo di un grave incidente diplomatico e di un’evidente manipolazione della storia. In modo più sottile, quasi invisibile, il gesto di Trump è servito a delegittimare le immagini e a plasmarle a proprio piacimento. È ciò che sta accadendo anche nella cultura statunitense, con un senso crescente di sfiducia e odio nei confronti dei prodotti provenienti dall’industria cinematografica.
Hollywood in crisi di ideali
Sulla scia dell’ordine esecutivo trumpiano che già da gennaio 2025 sta smantellando i principi di diversità, uguaglianza e inclusione (Dei) nelle organizzazioni pubbliche e private, Hollywood è diventato un obiettivo sensibile dell’ideologia Maga anti-woke. Il sistema hollywoodiano è percepito innanzitutto come una casta privilegiata che spinge un’agenda estremista. Leggasi, un’industria più inclusiva che permette a una Sirenetta di essere nera e a Biancaneve di essere interpretata da un’attrice latina.
Al contrario di ciò che dicono i Maga, tuttavia, su Hollywood è caduto un insolito silenzio rispetto al precedente mandato di Trump. L’industria sembra aver già rinunciato all’etichetta di auto-dichiarata wokeness, quella che ha portato sugli schermi grandi film di forte impatto sociale come Never Rarely Sometimes Always (sul diritto all’aborto) o Moonlight di Barry Jenkins e BlacKkKlansman di Spike Lee (sui diritti civili dei cittadini afroamericani). L’unica attrice che negli ultimi mesi è stata in grado di discostarsi da questa linea, senza paura di ritorsioni, è stata Jane Fonda con il suo chiaro discorso ai Golden Globes 2025, in cui ha reclamato l’uso della parola, svuotando di senso la sua antitesi. «“Woke” significa solo non fregarsene degli altri», aveva detto Fonda dal palco.
Riappropriarsi del significato culturale della parola aiuta anche a non usarla impropriamente come insulto o all’interno delle cospirazioni anti-white dei Maga trumpiani. Secondo il vicepresidente J.D. Vance (dalla Conservative Political Action Conference di febbraio 2025), quella woke è infatti «una cultura che manda ai giovani uomini il messaggio di una necessaria oppressione di ogni bisogno maschile, che sia anche solo una battuta umoristica o una birra con gli amici».
Chi è davvero woke
In realtà, “woke” è un termine nato nel gergo afroamericano già negli anni Trenta per indicare una più diffusa e profonda consapevolezza sociale sulle ingiustizie, dal sessismo alle discriminazioni razziali e omofobe. Ha avuto particolare diffusione durante le proteste degli anni Settanta e poi nell’ultimo decennio, con la nascita del movimento Black Lives Matter nel 2013. La sua massima e più ampia diffusione culturale è avvenuta di recente grazie al cinema, soprattutto con Scappa – Get Out (2017), l’horror psicologico di Jordan Peele che – attraverso l’allegoria dello sfruttamento dei corpi neri da parte della borghesia bianca fintamente progressista – ha fotografato l’ipocrisia degli Stati Uniti post-Obama; un Paese che si è brevemente illuso di essersi liberato del razzismo attraverso il voto alle urne.
Per la sua capacità di ribaltare gli stereotipi del cinema di genere a favore dei personaggi afroamericani, nella cultura popolare Get Out ha segnato un punto di non ritorno della cospirazione anti-white. L’idea – sostenuta soprattutto dai conservatori che si professano cristiani – è che ogni narrazione contemporanea che non preveda la “vittoria” spirituale, morale o letterale dei personaggi bianchi sia discriminatoria nei confronti del gruppo dominante. Un’evidente contraddizione in termini.
I peccatori, il successo anti-white da infangare (secondo i Maga)
È ciò che di recente si è ripetuto con l’ultimo film di Ryan Coogler. Nonostante i più di 354 milioni e mezzo di incasso al box office internazionale, I peccatori (Sinners) ha attirato critiche in grado di restituire la temperatura sociale degli Stati Uniti. Ciò che il pubblico Maga gli rimprovera è prima di tutto l’affermazione delle radici nere della cultura e della musica statunitense.
Un’operazione molto simile a Cowboy Carter di Beyoncé, album dell’anno secondo i Grammy Awards, che riporta le origini della musica country alla storia afroamericana, suscitando l’astio dei puristi del banjo (che ignorano le radici africane dello strumento, naturalmente). Protagonista del film è il blues, che intreccia la spiritualità Hodoo al cinema del vampirismo: il vero demonio rimane però sempre il suprematismo. Doppiamente offeso, per l’incarnazione degli spiriti demoniaci nel «diavolo bianco» di cui parlava Malcolm X e per la critica esplicita agli eredi del KKK, il pubblico conservatore cristiano ha provato a contestare e criticare l’opera di Coogler, senza riuscire però a dimostrare nulla oltre il proprio cospirazionismo. Al più, il proprio razzismo.
Da che parte stare
Post sui social sono stati la voce, flebile ma comunque presente, di questo contro-movimento che ha provato a intralciare il successo di I peccatori, invano. La consapevolezza amara è che, tuttavia, Coogler sia stato l’unico regista e produttore a voler prendere una posizione politica netta nella nuova Hollywood minacciata dai tagli di budget di Trump (che hanno già falciato realtà pubbliche come Npr e Pbs). In produzione non si intravede niente di lontanamente simile, solo film sui supereroi sempre meno performanti al botteghino. Se a questo si aggiunge la proposta delle tariffe al 100 per cento sui film stranieri, diventa chiaro che il cinema è già un’arma di propaganda. Sarà pronto a organizzare la sua resistenza?



