Alle elezioni presidenziali americane manca ormai meno di un mese, ma il testa a testa tra Harris e Trump sembra più che mai serrato. Secondo la maggioranza degli analisti politici, la corsa alla Casa Bianca verrà decisa, ancora una volta, dai risultati dei cosiddetti swing States, quegli Stati dove il margine tra i due candidati rimane, alla vigilia del voto, molto ridotto. Tra questi, uno degli scenari politici più interessanti è rappresentato dal Wisconsin, Stato del Midwest che era stato parte del trionfo di Trump del 2016 nella regione e che è risultato decisivo nel consegnare la presidenza a Joe Biden nel 2020. Il Badger State rimane territorio politico conteso e, di conseguenza, repubblicani e democratici si stanno dando battaglia per conquistare i suoi dieci grandi elettori.
Il Wisconsin è un caso particolare perché nell’ultimo decennio ha visto emergere un conflitto di tipo istituzionale, un processo politico che secondo Christopher Warshaw, professore di scienze politiche presso la George Washington University, «rappresenta uno dei più grandi rischi per la democrazia negli Stati Uniti». Il tema in questione è l’utilizzo sfrenato che i repubblicani hanno fatto negli ultimi anni della pratica del gerrymandering, una strategia politica che consente di ridisegnare i distretti elettorali in maniera da favorire nettamente l’uno o l’altro partito. Negli Stati Uniti il sistema federale si esprime a livello statale come a livello nazionale: ogni singolo Stato è quindi suddiviso in distretti di uguale popolazione che determinano i collegi elettorali. Questi distretti non sono influenti solo per le elezioni presidenziali ma determinano anche i parlamenti locali e, soprattutto, le elezioni della Camera dei rappresentanti.

Il problema si pone perché questi distretti elettorali vengono ridisegnati ogni dieci anni e le commissioni incaricate di ridisegnare le mappe sono raramente apolitiche. Il partito che controlla la commissione può potenzialmente suddividere lo Stato in maniera da massimizzare il suo numero di rappresentanti creando distretti geograficamente astrusi: se si raggruppano tutti i potenziali elettori di un partito in pochi distretti, è verosimile che l’altro partito vincerà più distretti e di conseguenza eleggerà più deputati. Questo meccanismo può sembrare machiavellico, ma è fondamentale per comprendere quella che è da molti reputata una delle maggiori storture nel sistema democratico americano. Un gerrymandering efficace non solo ha la capacità di falsare il principio di rappresentanza, ma può assicurare a una forza politica un dominio capillare dell’amministrazione statale, creando condizioni favorevoli al perpetuarsi dello status quo.
È quello che è successo nell’ultimo decennio in Wisconsin, dove il partito repubblicano ha praticato un gerrymandering spregiudicato, assicurandosi un controllo pressoché assoluto nei vari livelli istituzionali e ottenendo la gran parte degli eletti alla Camera di Washington anche quando il voto popolare tendeva a preferire i democratici. Oggi la situazione sembra cambiata: la nuova Corte Suprema statale, tornata a maggioranza democratica dopo quindici anni, ha approvato nuove mappe distrettuali meno politicizzate, il governatore è il democratico Tony Evers e nei sondaggi Harris ha guadagnato un discreto vantaggio su Trump. Può ancora cambiare molto, ma i democratici hanno una possibilità concreta di vincere in uno Stato da dove, fino a un paio di anni fa, sembravano destinati a essere estromessi.
A prescindere da chi verrà eletto alla Casa Bianca, comunque, la fine di questo gerrymandering selvaggio potrebbe rivelarsi decisiva per la maggioranza alla Camera, sempre piuttosto risicata, e dunque per la libertà d’azione della prossima amministrazione. La parabola istituzionale del Wisconsin nell’ultimo decennio, in questo senso, rappresenta un caso esemplare di come i contesti locali abbiano un’enorme influenza sulla politica nazionale americana, soprattutto in contesti storici polarizzati come quello attuale.




