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La guerra come necessità: storia del Rapporto da Iron Mountain

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Come un libro satirico su guerra e pace dice molto di più sulla lotta tra vero e falso. «Vogliamo essere coccolati nei nostri pregiudizi», spiega a Prismag il saggista Buonanno.

Stati Uniti, 1967. Nel pieno della guerra fredda e di quella in Vietnam, la casa editrice Dial Press pubblica un libro dal titolo che lascia poco all’immaginazione. Si tratta del Rapporto segreto da Iron Mountain sulla possibilità e desiderabilità della pace. A curarlo è L.C. Lewin, giornalista indipendente a cui è capitato uno scoop di quelli che arrivano una sola volta nella vita.

Lewin fu contattato da un professore di una grande università del Midwest identificato come John Doe (nome fittizio equiparabile al nostro Mario Rossi). Doe raccontò di far parte di una commissione governativa segreta incaricata di «determinare con la massima esattezza e realisticamente la natura dei problemi che gli Stati Uniti avrebbero dovuto risolvere se e quando si fosse instaurata una situazione di pace permanente».

Il rapporto sulla guerra necessaria e la pace pericolosa

Il Gruppo di studio speciale, formato da esperti di ogni settore, aveva lavorato in segreto per due anni e mezzo a Iron Mountain, un rifugio nucleare sotterraneo nello Stato di New York, giungendo alle sconvolgenti conclusioni che il Rapporto riassume:

«Una pace permanente, benché teoricamente non impossibile, è probabilmente irraggiungibile; anche se si potesse raggiungerla, quasi sicuramente non sarebbe quel che di meglio si possa desiderare ai fini della stabilità sociale. […] La guerra svolge funzioni essenziali alla stabilità della nostra società; finché non si saranno trovati altri mezzi per adempiere a quelle funzioni, bisogna mantenere il sistema di guerra e migliorarne l’efficienza».

La pace, quindi, non solo non è possibile, ma è anche pericolosa. Il Rapporto riassume migliaia di pagine tecniche spiegando i rischi del disarmo per economia, sviluppo scientifico, politica, società e le conseguenze sociologiche:

«La guerra non è uno strumento politico usato dalle nazioni per promuovere o difendere valori politici o interessi economici. Al contrario, è essa stessa la base principale dell’organizzazione su cui sono costruite le società moderne».

La scioccante constatazione spinse la commissione a raccomandare al governo di tenere nascosto il documento per timore degli effetti politici che la diffusione avrebbe comportato. John Doe, nel consegnare il testo a Lewin, si fece carico dei rischi del caso in nome del diritto dei cittadini a sapere la verità, pur condividendo integralmente le osservazioni.

Una bugia best seller

Il Rapporto segreto da Iron Mountain uscì nelle librerie rivelando al mondo l’ineluttabilità della guerra e i motivi che coinvolgono la maggior parte delle nazioni in conflitti armati. Il testo non passò inosservato e la stampa statunitense dell’epoca si interrogò a più riprese sulla sua autenticità e su chi potesse esserne l’autore. Tra i tanti, indagarono Wall Street Journal, New York Times, Time e U.S. News & World Report; quest’ultimo riportava persino come l’allora presidente Lyndon Johnson avesse ordinato di insabbiare il resoconto a tutti i costi. Nonostante la presunta agitazione alla Casa Bianca, il Rapporto è diventato un best seller del New York Times tradotto in quindici lingue.

La verità fu svelata solo qualche anno dopo. Nel 1972 sul New York Times Book Review Lewin ammise di esserne l’autore e che l’opera fosse satirica, scritta per provocare l’opinione pubblica e farla dibattere sul conflitto tra guerra e pace in corso al tempo. In realtà, anche altri, prima e dopo di lui, provarono ad attribuirsi la paternità del Rapporto, ma la questione sull’autenticità era ormai passata in secondo piano rispetto alle conseguenze della pubblicazione.

Al di là del falso

Con il tempo, il libro è diventato oggetto di ispirazione per numerose teorie cospirazioniste e movimenti complottisti che ne riconoscono a priori l’autenticità e la veridicità del contenuto. Un documento governativo che prova come le alte sfere spingono i popoli in guerra è una reliquia rara e assai preziosa per gruppi simili. Un esempio è stato il tentativo della Liberty Lobby, un gruppo statunitense di estrema destra, di ristampare il Rapporto una volta che questo è andato esaurito.

Mezzo secolo dopo, abbiamo dimestichezza con concetti come fake news e post-verità, dimenticandoci che la volontà di manipolazione va oltre agli intenti originari di ogni pubblicazione. Secondo Errico Buonanno, autore di libri sul complottismo come Sarà vero e Non ce lo dicono, «un’impostura riesce ad avere successo quando va incontro alle aspettative del pubblico. Siamo portati a voler avere conferme documentarie di quello che in fondo già pensiamo». Non a caso, la satira del Rapporto arriva in un momento caldo per la politica estera degli Usa. «Proprietà del falso è la sua banalità. Nella falsificazione non cerchiamo una scoperta sensazionale, vogliamo essere coccolati nei nostri pregiudizi. Il falso è fondamentalmente conservatore, non deve essere rivoluzionario, deve corroborare il pensiero medio. Solo in questo modo può funzionare». Vero o falso che sia, che importa? Visioni opposte del mondo sono destinate a scontrarsi in una guerra inevitabile.

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