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Il pericolo Donald

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Nel 2017 Donald Trump uscì dall'accordo di Parigi, contrastando le politiche climatiche. Ora, candidato alle elezioni 2024, intende favorire le compagnie petrolifere e smantellare l'Inflation Reduction Act di Biden. Se vincesse, il cambiamento climatico potrebbe peggiorare. Le elezioni saranno cruciali per il futuro del pianeta

Il primo giugno 2017, in uno dei primi atti ufficiali da presidente, Donald Trump uscì dall’accordo di Parigi, lo storico patto sul clima firmato nel 2015 da 195 Paesi e fortemente voluto dal suo predecessore Barack Obama. «Sono stato eletto per rappresentare i cittadini di Pittsburgh, non quelli di Parigi», disse The Donald nella conferenza stampa in cui annunciava il passo indietro da un trattato che fissava obiettivi e risposte comuni a un problema globale. Il tycoon, ormai egemone all’interno del suo partito (o meglio, il partito suo), non ha mai avuto in simpatia qualsiasi politica volta a rendere meno inquinante l’economia statunitense. A più di sette anni da quelle dichiarazioni, dopo aver perso nel 2020 le elezioni contro il candidato democratico Joe Biden, è tornato alla carica per il Campidoglio e le sue ambizioni sono più alte che mai. Ed è un grosso problema.

«Nel 2016 Trump arrivò alla Casa Bianca in maniera inaspettata: in pochi prevedevano la sua vittoria. Lui e il suo staff ci misero circa un anno a capire come funzionava la macchina del potere e questo limitò i danni», ci dice Ferdinando Cotugno. Cotugno è un giornalista e scrive sul quotidiano Domani: nella sua newsletter e nel suo podcast parla di clima e ambiente. Anche lui ritiene che le elezioni in programma il prossimo 4 novembre siano una svolta cruciale per il destino del nostro pianeta: «Le fiches del mondo conservatore ora sono puntate su Trump: chi lo sostiene sa cosa vuole e ha interesse a ottenerlo. Non avrebbero bisogno di azioni così plateali come l’uscita dall’accordo di Parigi». 

Uno studio del sito specializzato americano Carbon Brief ha stimato che una seconda presidenza Trump potrebbe costare al pianeta quattro miliardi di tonnellate di CO2 aggiuntive rispetto a quelle che comunque verrebbero prodotte. Quattro miliardi di tonnellate di CO2 sono quelle che emettono annualmente Giappone e Unione europea insieme; sono le emissioni equivalenti dei 140 Paesi che ne emettono di meno.

In caso di vittoria l’attenzione sarebbe rivolta in primis verso l’Inflation Reduction Act (Ira), il piano da oltre 400 miliardi di investimenti che l’amministrazione Biden ha messo in campo nel 2022 per decarbonizzare l’economia statunitense. I repubblicani hanno già provato ad azzopparlo, ma non sarà così facile smantellarlo: comincia a produrre risultati anche in alcuni Stati controllati proprio dal GOP

Tra le altre politiche anti-climatiche, come delineato anche all’interno del Project 2025 (il programma politico del think tank conservatore Heritage Foundation che Donald Trump vuole, almeno a parole, seguire alla lettera), via libera alle grandi compagnie petrolifere. Lo slogan che è andato per la maggiore è stato infatti drill, baby, drill (trivella, piccola, trivella), ripetuto alla convention di partito: l’invito a continuare, aumentandole, le estrazioni di petrolio, gas e carbone. Anche le aree protette dell’Alaska, attualmente off-limits per le trivellazioni per decisione di Biden, potrebbero tornare a essere date in gestione alle compagnie petrolifere, come denuncia il Guardian.

Trump potrebbe chiudere poi la Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), il principale ente di monitoraggio ambientale degli Stati Uniti, accusato di fare terrorismo psicologico sul cambiamento climatico. E non se la passerebbe bene neanche l’Epa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, che già fu depotenziata nel primo governo Trump e ora potrebbe vedere un’ulteriore sforbiciata a fondi e uffici federali, così come un allentamento dei propri regolamenti.

Una parentesi a parte la merita il comparto delle auto elettriche. Trump ha più volte definito il settore omicida per il comparto dell’automotive statunitense, ma è noto come negli ultimi mesi si sia avvicinato a Elon Musk, fondatore di Tesla. Se è vero che i due hanno trovato punti di contatto nella critica a tutto campo a una non meglio precisata censura del politicamente corretto, le posizioni del tycoon repubblicano non possono non essere in contraddizione con quelle di Musk, che ha legato il suo successo proprio sulla diffusione dell’elettrico. «Trump non ha sciolto queste contraddizioni, ma negli ultimi mesi ha smorzato un po’ la sua retorica sull’argomento, mentre continua a dire cose lunari sulle energie rinnovabili e soprattutto sull’eolico», dice ancora Cotugno che poi spiega come secondo lui «forse è una strategia di Musk, che si è avvicinato a Trump per salvaguardare il suo mercato».

In tutto ciò, dall’altra parte della barricata si schierano i democratici che, dopo lunghi mesi di vicissitudini interne, si sono compattati intorno all’attuale vicepresidente Kamala Harris. Dal punto di vista climatico la candidata dem può rivendicare di essere nella presidenza forse più attenta all’ambiente di sempre e la scelta di avere nella sua squadra Camila Thorndikecome responsabile per il clima, pescata nel campo di Bernie Sanders, mostra che ci dovrebbe essere continuità con l’operato di Biden in caso di vittoria. Nonostante il suo impegno, però, il tema è sempre rimasto secondario nei suoi discorsi, convention democratica di Chicago compresa: «Il tema con cui coprirsi nei confronti della sinistra dem non è il clima, ma il Medio Oriente e la guerra in corso a Gaza». Questa è la spiegazione secondo Cotugno, che prosegue: «Non ci saranno cambiamenti sostanziali rispetto a Biden e, più che andare contro l’industria fossile, si scommetterà sul mercato, come fatto con l’Ira: diamo incentivi e investiamo sulle energie rinnovabili per far diventare economicamente attraenti questi settori. Si tenderà soprattutto a non spaventare il centro».

Ed è questo uno dei punti cruciali. Negli ultimi anni nel dibattito, statunitense ma non solo, le politiche climatiche sono sempre più state percepite come divisive e viste come ideologiche da un mondo di destra che fa tutto il possibile per ritardare la transizione energetica. «A monte le persone hanno paure di diventare povere. La classe media ha il terrore della povertà e qualsiasi cosa venga da te, promettendo che ti costerà, è per lei terrificante». Ferdinando Cotugno offre un ulteriore spunto di riflessione. «Questo è il motivo per cui il clima è diventato bancomat politico. C’è grande fatalismo: magari una catastrofe climatica non mi colpisce, mentre la povertà sì. L’impoverimento della classe media rende la transizione molto spaventosa, soprattutto se percepita come calata dall’alto e priva di una rete di protezione chiara e ben comunicata».

Per tanti motivi, quindi, le elezioni del 4 novembre saranno di importanza capitale per il futuro degli Stati Uniti ma non solo. Nel 2025 saranno passati dieci anni dall’accordo sul clima di Parigi e la Cop 30 che si terrà in Brasile sarà di grande valore simbolico da questo punto di vista. L’indirizzo presidenziale di uno dei Paesi più inquinanti del mondo sarà determinante.

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