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Perché nei film tifiamo per i cattivi

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Le nuove narrazioni ribaltano il binomio buono-cattivo e ci avvicinano a chi è ai margini. Da Parasite a Straw – Senza uscita, fino a Squid Game, il pubblico empatizza con i fragili e disillusi. Un segnale del malessere verso le crescenti disuguaglianze sociali

In questa rubrica si raccontano spesso storie di persone, vite reali che ci parlano di fragilità, ingiustizie e resistenze quotidiane. Ma a volte queste stesse storie arrivano a noi anche attraverso il cinema e le serie tv, che sempre più spesso scelgono di dare voce ai margini, di raccontare i cattivi come esseri umani e non più come caricature. È qui che i personaggi diventano specchi delle persone reali: con le loro fatiche, i loro errori e le loro battaglie invisibili. Perché abbiamo iniziato ad amare questo tipo di film? Sembra quasi che il paradigma classico, in cui i personaggi chiave sono protagonista e antagonista, secondo il paradigma buono-cattivo, si sia capovolto: ora è il protagonista a essere il suo stesso antagonista e, spesso, la figura considerata “cattiva” assume sempre più sfaccettature, arrivando a un’analisi psicologica e sociale tanto profonda da farci empatizzare con il suo dolore e la sua disperazione.

Una delle pietre miliari di questa nuova narrazione, dove non basta più l’antitesi buono-cattivo, è Parasite, film coreano del 2019 diretto da Bong Joon-ho vincitore di tre premi Oscar (regia, sceneggiatura originale, miglior film). Proprio per la sua trama incentrata sulla lotta tra ricchezza e povertà e sulle sfaccettature psicologiche dei suoi personaggi principali, il topos del “cattivo uguale brutto uguale povero” viene messo da parte. Si analizzano i contesti storici e sociali che hanno portato alcune persone all’incattivimento, umanizzandole e rendendole degne quantomeno di comprensione. La regia di Joon-ho ci porta a disprezzare ciò che normalmente considereremmo il buono, mentre ci ritroviamo non solo a empatizzare, ma persino a fare il tifo per quelle figure che tradizionalmente avremmo considerato come il nemico.

Accade anche nel film Straw – Senza uscita, del 2025, scritto e diretto da Tyler Perry e da qualche settimana disponibile su Netflix. Protagonista è una madre single con gravi problemi economici, che deve provvedere alla figlia malata mentre si ritrova a dover lavorare in un supermercato dove viene maltrattata dal capo e a pagare un affitto per un minuscolo appartamento sudicio in una periferia anonima di una città americana. Janiyah Wiltkinson, interpretata da Taraji P. Henson, è una donna nera povera, abbandonata da tutti, che ogni giorno lotta per la sopravvivenza della sua famiglia. Il film si svolge nell’arco di una sola giornata, in cui Janiyah diventa vittima di una serie di fraintendimenti che la portano a passare da donna buona e disperata a omicida del suo capo e rapinatrice di una banca. Vivendo tutti gli avvenimenti con lei, fin da subito nasce un forte senso di empatia nei confronti di una donna disperata, nel peggiore dei casi ingenua. In questa pellicola, però, la volontà del regista di far empatizzare il pubblico viene esplicitata attraverso un’intera scena in cui la protagonista racconta tutta la sua storia, le sue difficoltà, la malattia della figlia, il razzismo costante, in una telefonata che viene ripresa e trasmessa in diretta sui social da una delle donne tenute in ostaggio nella banca in cui Janiyah era entrata armata ore prima. In Straw – Senza uscita la mano del regista nell’orientare i nostri sentimenti è fin troppo palese, rendendo a tratti stucchevole la messa in scena del racconto.

Di fatto, per anni la capacità di ribaltare il binomio buono-cattivo è stata retaggio di un certo tipo di cinema, spesso considerato impegnato da un punto di vista sociale e civile. Oggi, invece, questa tendenza sta prendendo sempre più piede anche nelle pellicole più pop, diventando uno dei filoni narrativi più utilizzati e reinterpretati in diverse chiavi. Anche Squid Game, che al suo esordio aveva dato relativo spazio alla questione sociale, cavalcando temi più popolari come la povertà umana, l’invidia e la disumanizzazione in situazioni disperate, nelle stagioni successive cambia drasticamente. Il contesto che porta i personaggi della serie a prendere parte al gioco assume sempre più spazio nella narrazione, relegando le prove – nella prima stagione il vero focus della trama – a semplice cornice entro cui si muovono le dinamiche psicologiche dei partecipanti, rendendoceli sempre più vicini e degni di empatia.

Quello che sta succedendo oggi nel cinema e nelle piattaforme di streaming si può racchiudere nell’idea di avvicinare l’arte al sentire del pubblico a cui ci si vuole rivolgere. E nei casi citati sembra che ci si voglia rivolgere a un sentimento di odio nei confronti dei ricchi o – per dirla in maniera meno drastica – a un’intolleranza crescente verso il divario economico che negli ultimi decenni è aumentato vertiginosamente in tutto il mondo. Ne è un esempio l’eroicizzazione di Luigi Mangione, il ragazzo che  nel dicembre 2024 ha ucciso con tre colpi di pistola alla schiena Brian Thompson, Ceo dell’azienda statunitense di assicurazioni mediche UnitedHealthcare. Subito dopo l’omicidio internet è stato invaso da persone che sostenevano Mangione, con gruppi sui social che raccoglievano fondi per la sua difesa legale. Tutto questo perché, per molti, quel ragazzo di origini italo-americane è diventato il simbolo della lotta alla ricchezza. Questo episodio, ma soprattutto le reazioni che ha scatenato, hanno reso evidente come il sentimento di invidia od odio verso i più ricchi sia sempre più diffuso, arrivando a richiedere anche al cinema un ribaltamento del topos classico buono-cattivo, ormai incapace di rappresentare le sfaccettature della realtà di oggi. Questi film, in fondo, non inventano nulla: amplificano e rendono visibile ciò che molte persone vivono ogni giorno. Ed è lo stesso terreno su cui si muovono le storie che trovano spazio qui.

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