Nel Día de Muertos i messicani riescono a trasformare il lutto in una festa. Questa celebrazione, dal 2008 Patrimonio Immateriale dell’Umanità, non riguarda solo il 2 novembre, ma si tratta di un triduo: «Tre giorni di festa che si è istituzionalizzata almeno dalla prima metà del ventesimo secolo, in particolare a Città del Messico e dintorni», ci spiega Fernando Ciaramitaro, presidente dell’Associazione dei ricercatori italiani in Messico e docente universitario. «Sono 31 ottobre e 1 e 2 novembre: la vigilia, il giorno dedicato ai morti bambini e poi quello dedicato al resto dei defunti». Le ipotesi sulle origini di questa tripartizione sono svariate e complesse da ricostruire. L’ipotesi più accreditata, chiarisce Ciaramitaro, è quella della realtà ibrida della festa, nata da un sincretismo tra le religioni dei popoli indigeni – come i Maya e gli Aztechi – e il cattolicesimo introdotto dai conquistadores spagnoli durante il periodo di colonizzazione.
Un elemento centrale del Día de Muertos è l’ofrenda: un altare (domestico o pubblico) dedicato ai defunti che i messicani addobbano con grande impegno per onorare il ricordo dei propri cari, creando così un luogo di connessione tra la vita e la morte. «Per esempio se il nonno fumava, metti le sigarette sulla ofrenda per lui», spiega Sabina Longhitano, professoressa di Letteratura italiana all’Universidad Nacional Autónoma de México. L’ofrenda può essere adornata con candele, fotografie dei defunti, papel picado (la nostra carta velina) e pietanze tipiche come il pan de muerto, un dolce molto semplice decorato con fibbie di pane a ricordare le ossa dello scheletro. Fondamentale nella celebrazione è il cempasúchil, fiore arancione autoctono del Messico, già presente nella tradizione azteca: «È un fiore vellutato, i cui petali sono sparsi in modo tale da creare un tappeto dove il morto può comodamente passeggiare per riunirsi con i fedeli: si dice che l’odore attiri gli spiriti dei defunti verso l’ofrenda», spiega Ciaramitaro. A volte, accade in alcune aree rurali che le famiglie si riuniscano al cimitero e, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, allestiscano un picnic sulla tomba dei defunti: bevono, mangiano, cantano, ricordano.
Per i messicani, la memoria è il cuore della festa: com’è ben raccontato nel film Coco, muori davvero solo quando il ricordo di te svanisce. Da qui la potente alfabetizzazione alla morte dei messicani: senza paura di parlarne né di celebrarla. «Certo, il dolore per un lutto a volte si rappresenta anche con pianti, lacrime, grida, ma è un momento normale nello sviluppo dell’essere umano. In Messico si educano i figli a non vivere il trauma della morte come qualcosa di eccezionale, tabù, ma come un momento tipico dello sviluppo esistenziale di tutti noi», afferma Ciaramitaro.
In Messico si vuole naturalizzare la morte. Ed è un processo che inizia già dall’infanzia: vedi, senti e parli di morte fin da bambino. La simbologia del teschio è un esempio perfetto per comprendere il significato a tutto tondo di questa mentalità collettiva. «Il teschio nella cultura occidentale è il memento mori, è solo straziante: “Ricordati che devi morire”», racconta Longhitano. «In Messico, il teschio diventa allegro e colorato: non è disilluso, si sa che prima o poi si muore, ma si è talmente consapevoli, si vive talmente tanto la morte che la relazione con questa diventa familiare e colorata. I genitori regalano ai figli piccoli teschi di zucchero durante questo periodo, è un’usanza comune».



