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Come prevenire il suicidio

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Le morti per suicidio restano alte, mentre in carcere il rischio è sempre più serio. Un’analisi per capire come affrontare l’argomento, dentro e fuori dalle celle

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È da sempre difficile parlare di suicidio. Per secoli è stato considerato un peccato da alcune religioni, un fallimento dalle società, un crimine dalla legge. Persino nel giornalismo, quando se ne dà notizia, si osservano prescrizioni deontologiche ben delineate. Lo stigma sul suicidio, e in generale sulla sofferenza mentale, è ancora un problema, nonostante le evidenze scientifiche degli ultimi decenni lo abbiano ridefinito come un fenomeno articolato.

Studi di epigenetica hanno indicato come fattori traumatici siano in grado di alterare i geni che gestiscono lo stress. Quando questo accade, l’organismo non risponde in maniera adeguata agli stimoli stressanti: la conseguenza è che crescono i livelli dell’ormone dello stress, il cortisolo, e il soggetto si trova a vivere in una condizione di turbamento continuo, che aumenta il rischio di gesti estremi. Una disciplina non è però in grado di esaurire il problema da sola: elementi culturali, sociali, medici e psicologici si intrecciano tra loro, rendendo così un approccio multidisciplinare il più completo per affrontare il tema.

Esiste inoltre un equivoco sul rapporto tra suicidio e malattia mentale. Maurizio Pompili, uno dei più rispettati studiosi del suicidio al mondo e responsabile del centro di prevenzione Sant’Andrea di Roma, spiega che il suicidio non è un problema psichiatrico in senso stretto: «La maggior parte dei pazienti con disturbi mentali non si suicida, non pensa nemmeno al suicidio», ci dice. «Legare il solo disturbo mentale al suicidio rischia di far perdere di vista la complessità del fenomeno, sebbene i disturbi mentali siano elementi contribuenti importanti (ma non esclusivi) di tale rischio».

Il concetto principale è infatti la suicidalità, che ha due caratteristiche essenziali: la visione a tunnel – un modo di pensare per cui si riescono a considerare solo due alternative, la soluzione istantanea a tutto o la morte – e il dolore mentale, uno stato di profonda sofferenza psichica. Come teorizzato dal padre della suicidologia moderna Edwin Shneidman, l’obiettivo della persona suicidaria non è morire: la morte è il modo in cui pensa di risolvere la sua sofferenza, che è ciò che davvero desidera. Lo stigma, la criminalizzazione del suicidio e l’assenza di registri specifici in diversi Paesi complicano la raccolta dei numeri necessari per studiarlo e prevenirlo. Le indagini più recenti mostrano che ogni anno circa 700mila persone muoiono per propria mano: l’Italia ha un tasso standardizzato di morti per suicidio inferiore alla media europea e globale, eppure tali decessi sono circa 3.500 all’anno, con gravi conseguenze per le persone vicine al soggetto, il cui rischio di emulazione è più alto rispetto agli altri.

Prevenire il suicidio in carcere

Tra i contesti in cui la suicidalità assume forme particolarmente gravi, quello carcerario merita un’attenzione specifica: è lì che molte delle criticità analizzate finora si esasperano raggiungendo livelli allarmanti.

Dati provenienti dall’ultimo report dell’associazione Antigone, che si occupa della tutela dei diritti delle persone detenute, confermano un aumento nei tassi di sovraffollamento nelle carceri in Italia, dove in solo 31 dei 190 istituti le celle hanno spazi congrui per tutti. In alcune strutture, il tasso di affollamento supera il 200 per cento, aggravando la qualità della vita, già compromessa da condizioni di disagio come l’assenza di contatti esterni o misure alternative.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato nel luglio 2025 che il sovraffollamento consentirebbe una sorta di sorveglianza tra detenuti: questa affermazione è però in contrasto con i dati, che indicano un peggioramento del rischio suicidario proprio in condizioni di affollamento estremo. Secondo lo stesso report, il tasso di rischio di suicidio tra i detenuti è circa 25 volte superiore rispetto a quello della popolazione generale. La probabilità cresce ulteriormente per le persone straniere: pur rappresentando circa un terzo della popolazione carceraria, esse sono coinvolte in quasi la metà (46 per cento) dei suicidi registrati. Il report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale evidenzia anche l’impatto di variabili aggravanti, come la condizione di senza fissa dimora (32 per cento delle persone decedute) o l’approssimarsi della fine della pena, un momento spesso carico di ansia, incertezza e mancanza di prospettive. 

A livello europeo, il tasso di mortalità in carcere varia sensibilmente da Paese a Paese. Uno studio del Consiglio d’Europa indica una media di 115 detenuti ogni 10.000 abitanti, un dato che resta stabile negli ultimi anni. L’Italia, però, si colloca tra i Paesi con il più alto tasso di suicidi in carcere, insieme alla Francia. Oltralpe, la probabilità di morire per suicidio in carcere è dieci volte superiore rispetto alla popolazione libera. Per contrastare il fenomeno e prevenire il suicidio, nel 2009 è stato introdotto nelle carceri il Dpu (dotation de protection d’urgence), un kit distribuito dal ministero della Giustizia ai vari istituti penitenziari per affrontare situazioni considerate a rischio. Composto da un pigiama, un lenzuolo e un asciugamano non-strappabile in fibre corte, quindi teoricamente non utilizzabili per autolesionismo, il kit è stato definito un mero gadget da numerose associazioni per i diritti umani attive in ambito carcerario. Inoltre, l’efficacia reale è limitata: in alcuni casi, il suicidio avviene comunque usando i materiali del kit.

Secondo Pauline Petitot, redattrice per la sezione francese dell’Osservatorio internazionale delle prigioni, «si tratta soprattutto di una grave carenza di risorse umane e materiali per garantire un sostegno psicosociale durante la detenzione». Questa politica dell’amministrazione penitenziaria mira a impedire il gesto estremo, ma senza affrontare le cause profonde del rischio suicidario. Manca un intervento strutturale: collocare persone a rischio in isolamento, anche con kit di sicurezza, è una misura psicologicamente violenta, che – secondo Petitot – «non risponde a lungo termine al disagio psicologico della persona interessata».

Anche in Italia, l’approccio dominante per prevenire il suicidio punta a rimuovere qualsiasi oggetto possa essere usato per nuocere al detenuto, dal mobilio agli indumenti personali. Una prassi che rischia di essere disumanizzante secondo Sofia Antonelli, che lavora per il difensore civico di Antigone. Gli istituti penitenziari dovrebbero dotarsi di piani appositi per gestire con competenza queste situazioni delicate. Per Antonelli, non sempre ciò accade, complice il sovraffollamento del sistema italiano. A livello sistemico, si è vicini al collasso: il nostro «non è un sistema in grado di prendersi cura di queste situazioni né di accorgersene». Diversi funzionari del ministero della Giustizia francese da noi contattati hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. Dai documenti del Servizio nazionale dell’amministrazione penitenziaria emerge comunque che il Dup è una misura economicamente conveniente: nel 2017, cinquanta kit avevano un costo inferiore ai 7 euro. 

Se predire un suicidio non è probabilmente possibile, prevenirlo invece lo è: a partire dal parlarne in modo rispettoso e responsabile. L’Oms ha definito le linee guida da seguire per una copertura mediatica appropriata dei suicidi: le indicazioni raccomandano di non romanticizzarli, di evitare di pubblicare foto dei luoghi e di non descrivere i metodi con cui sono stati fatti. La narrazione dovrebbe piuttosto sfruttare l’effetto Papageno: concentrarsi sulle storie di speranza e mostrare come chiedere aiuto. Da qualche anno, in Austria, è nato anche un concorso che premia i migliori lavori giornalistici sulla prevenzione del suicidio. In Italia, è il codice deontologico dell’Ordine dei giornalisti a normare la questione, all’articolo 15.

Pompili sostiene l’importanza della cosiddetta prevenzione primaria, una strategia che si rivolge a tutti e cerca di «aumentare la consapevolezza sul fenomeno, informare la popolazione che si può prevenire il suicidio e si può essere aiutati». Capita che una persona suicidaria esca dal pronto soccorso o dal carcere e non venga seguita con la costanza di cui avrebbe bisogno. Servirebbe dunque «avere protocolli che pongano in attenzione chi è a rischio di suicidio, al di là di attribuire un’etichetta diagnostica». I professionisti della salute mentale, secondo lo psichiatra, devono essere in grado di entrare nella sofferenza del soggetto: per fare questo serve però una formazione specifica, «perché le abilità richieste non sono necessariamente a corredo di ogni professionista».

Informazione e formazione possono quindi contribuire a prevenire il suicidio. «Il punto», spiega Pompili, «è sostenere l’individuo in crisi facendogli domande, oltre che sul suicidio in sé, sulla sua sofferenza, dalla quale poi deriva il rischio di suicidio. E farlo in maniera delicata, empatica».

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