«All’improvviso sono diventato stranamente ebbro. Il mondo esterno si modificò come in un sogno. Gli oggetti sembravano acquistare rilievo; assumevano dimensioni insolite; i colori diventavano più brillanti. Anche la percezione di sé e il senso del tempo erano cambiati. Quando gli occhi erano chiusi, le immagini colorate passavano in un caleidoscopio che cambiava rapidamente. Dopo qualche ora, l’ebbrezza – non spiacevole – che avevo sperimentato mentre ero pienamente cosciente, scomparve. Cosa aveva causato questa condizione?». Questa può essere considerata a tutti gli effetti la prima descrizione scientifica di un viaggio psichedelico. Era il 1943 e il chimico svizzero Albert Hofmann annotava queste parole nei suoi appunti di laboratorio dopo aver casualmente creato e assunto, primo tra tutti, la dietilamide dell’acido lisergico, meglio nota come Lsd.
Il legame tra sostanze psichedeliche e cura è atavico. La psilocibina, elemento chimico presente in alcuni funghi, è stata per secoli mezzo di comunicazione e contatto tra le popolazioni del Centro e Sud America e il divino, garantendo ascensione e cura dai mali terreni. Non a caso, nel mondo ispanico-americano si chiamavano curandere le guaritrici, spesso donne, che anche mediante i funghi allucinogeni alleviavano i problemi fisici e mentali di chi si rivolgeva a loro. Il primo contatto tra la millenaria tradizione centroamericana e l’interesse occidentale è rappresentato dall’incontro dell’11 ottobre 1962 tra la celebre sciamana mazateca Marìa Sabina e Hofmann che, dopo anni di studi sull’Lsd, si stava già dedicando alla psilocibina. Lo svizzero le offrì delle pasticche da lui sintetizzate, affermando che «contenevano lo spirito dei funghi» e, dopo una notte di canti e preghiere, la sciamana ne riconobbe gli effetti e diede la sua benedizione.
Dopo decenni di oblio e demonizzazione degli psichedelici, dovuti alla war on drugs degli anni Settanta del presidente statunitense Richard Nixon, oggi queste sostanze vivono un rinascimento. «Nei primi anni Duemila, soprattutto nella Silicon Valley, si è diffusa tra imprenditori e creativi la pratica di assumere microdosaggi di psichedelici per aumentare creatività ed empatia», spiega Danilo De Gregorio, professore associato in Farmacologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. Ma è sul fronte della salute mentale che si gioca la sfida più ambiziosa. Nel suo laboratorio, De Gregorio conduce studi preclinici su animali per valutare l’efficacia degli psichedelici nel trattamento di depressione e ansia resistenti ai farmaci convenzionali, oltre che il loro rapporto con le dipendenze, come quella da alcol. La depressione è, infatti, la prima causa di disabilità al mondo, colpendo circa 280 milioni di persone l’anno e, di queste, «circa un terzo non risponde agli antidepressivi classici, che agiscono sulla serotonina e noradrenalina. Sono casi di Trd (depressione resistente ai trattamenti) e rappresentano una priorità terapeutica», continua De Gregorio. «In più, gli antidepressivi tradizionali impiegano almeno tre settimane per fare effetto: per chi ha pensieri suicidari, queste tempistiche possono essere fatali».
Un aspetto chiave è la loro modalità d’azione, che va oltre il semplice riequilibrio chimico. «Una delle esperienze più caratteristiche è l’ego dissolution, la dissoluzione del senso dell’io», afferma Tommaso Barba, neuroscienziato e psicologo all’Imperial College di Londra, oltreché divulgatore. «A livello cerebrale, si osserva una riduzione dell’attività della corteccia prefrontale, ossia la parte razionale, con l’emersione del sistema limbico, legato a emozioni profonde e ricordi soppressi». Questo reset percettivo e cognitivo può avere effetti trasformativi: ridurre il pensiero rigido, promuovere la flessibilità cognitiva, migliorare la connessione con sé e con gli altri. Tuttavia, non è un viaggio sempre piacevole. «La paura di morire o di impazzire è comune. Per questo, nella preparazione alla terapia psichedelica, si lavora molto sulla capacità di lasciarsi andare», aggiunge Barba. «Solo accettando la perdita temporanea di controllo si può accedere al potenziale trasformativo dell’esperienza». Fra gli effetti più affascinanti c’è anche la sinestesia: «Una temporanea riorganizzazione delle connessioni cerebrali tra aree sensoriali, che permette di “vedere” i suoni, “toccare” i colori, “sentire” le forme», continua Barba. «Non si tratta di allucinazioni, ma di un’integrazione percettiva che contribuisce al senso di meraviglia e apertura mentale che molti riportano».
In particolare, l’Lsd è definita molecola promiscua per la sua capacità di agire su molteplici recettori cerebrali. «Uno dei bersagli principali è l’area tegmentale ventrale, coinvolta nei circuiti della ricompensa tipici della dipendenza. Paradossalmente, però, l’Lsd sembra ridurre la dipendenza da alcol o nicotina, anziché generarla», nota De Gregorio. Tuttavia, nonostante questi promettenti risultati, la situazione normativa resta complessa: «Al momento solo la Svizzera e la Nuova Zelanda prevedono un uso clinico regolamentato di sostanze psichedeliche: nel Paese oceanico, un solo medico è abilitato alla sua amministrazione. In Italia siamo ancora alla fase preclinica, ma l’interesse sul tema da parte della comunità scientifica è crescente, nonostante le esistenti difficoltà burocratiche e procedurali», racconta De Gregorio. Il futuro della terapia psichedelica resta dunque sospeso tra potenzialità rivoluzionarie e rigidità normative: l’interesse accademico cresce, le sperimentazioni aumentano e la domanda di alternative terapeutiche si fa sempre più pressante. Forse non è più una questione di “se”, ma solo di “quando”. In fondo, come ogni viaggio, anche quello psichedelico richiede preparazione, consapevolezza e coraggio. E forse, oggi più che mai, è tempo che anche la medicina e le istituzioni inizino davvero a mettersi in cammino.
Chi è Danilo De Gregorio
Il dott. Danilo De Gregorio ha lavorato per circa sette anni presso il Dipartimento di Psichiatria della McGill University di Montreal. Dal 2021 è tornato in Italia, ricoprendo il ruolo di professore associato in Farmacologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. Combinando tecniche comportamentali ed elettrofisiologiche all’avanguardia in modelli animali, De Gregorio ha contribuito alla comprensione della psicofarmacologia degli allucinogeni e dei cannabinoidi e del loro ruolo nei disturbi psichiatrici. I suoi lavori sono stati pubblicati su importanti riviste scientifiche (tra cui Nature, Pnas Nature Communications) e ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui borse di studio e fondi di ricerca finanziati dal Canadian Institute of Health Research, dal Fonds de recherche du Québec – Santé e dal ministero dell’Università e della Ricerca.
Chi è Tommaso Barba
Tommaso Barba è un neuroscienziato e psicologo presso l’Imperial College di Londra, dove conduce ricerca sulla salute mentale e la medicina psichedelica sotto la supervisione di David Erritzoe e David Nutt, uno dei più influenti psicofarmacologi viventi. Il suo lavoro esplora nuove frontiere della psichiatria, investigando strumenti innovativi per il benessere e il cambiamento psicologico. Ha co-firmato oltre dieci pubblicazioni su riviste di alto impatto come Nature Scientific Reports e The Lancet EClinical Medicine. Il suo lavoro ha ottenuto ampio riconoscimento ed è stato riportato su media internazionali e nazionali quali Forbes Usa, The Times, Rolling Stone, Cnn, Women’s Health, la Repubblica e il Tascabile. Oltre alla ricerca accademica, Barba si interessa di psicoanalisi, sviluppo personale e benessere. Si occupa di comunicazione scientifica con l’obiettivo di rendere accessibili al grande pubblico le più recenti scoperte nel campo delle neuroscienze e della psicologia.



