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Vivere il Giappone da donna (e non da turista)

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Da Ferrara a Tōkyō: l'esperienza di Grazia, imprenditrice, modella e content creator, sul vivere il Giappone da donna

«Vivo a Tōkyō e la mia vicina, ogni volta che mi vede uscire di casa, mi saluta dicendo “addio”. Sono sei anni che lo fa. Non lo dice a nessun altro. A tutti gli altri dice “ciao”. Vado a fare la spesa nello stesso supermercato da sempre e ancora mi chiedono a gesti se voglio la busta di plastica, anche se sanno che parlo giapponese. Posso davvero chiamare casa un Paese dove succedono queste cose?».

Grazia vive a Tōkyō dal 2019. Laureata in giapponese all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è imprenditrice, sposata con un uomo giapponese e molto attiva sui social, dove racconta il Giappone dal suo punto di vista, soprattutto su TikTok. Non pubblica cartoline da sogno né tutorial su come mangiare il ramen: nei suoi video spiega perché il Paese tanto amato dagli occidentali sia più complesso di quanto appaia, soprattutto se non lo si vive da turista.

Se quest’anno hai visto almeno tre persone che conosci partire per il Giappone e ti sembra che ormai ci vadano tutti, non è un’impressione. È una marea silenziosa, ma visibile: nel 2024 il Paese ha accolto quasi 37 milioni di turisti, con un incremento del 47 per cento rispetto all’anno precedente. Un record storico. Complice lo yen in caduta libera (che rende la vacanza sorprendentemente accessibile) e un immaginario potente fatto di anime, ciliegi in fiore, sushi da dieci e lode e treni inarrivabili per puntualità, il Giappone è tornato a occupare l’altare del desiderio collettivo. Dopo i Giochi Olimpici del 2020 (disputati nel 2021), sono bastati TikTok e Instagram per trasformare ogni onsen, ogni ramen bar e ogni stazione in una potenziale destinazione da sogno.

Ma dietro la bellezza composta delle foto, dietro i templi e le stazioni immacolate, il Giappone è davvero quel luogo ordinato, sicuro e impeccabile che viene raccontato?

Grazia non è partita per impulso, né per esotismo. «Non ho mai avuto la fase dell’innamoramento. Conoscevo il Giappone, sapevo cosa aspettarmi. Anzi, forse è proprio questo che mi ha permesso di restare». Eppure, anche per chi conosce la lingua, ha un lavoro e una casa, la quotidianità può essere faticosa. «La cortesia è una forma. Ti sorridono, ti ringraziano, ma non vuol dire che ti stiano includendo. Non è gentilezza, è galateo sociale. E quando ti accorgi di questo scarto, ti senti sola. Sempre educatamente, ma sola».

Secondo i dati dell’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero), più di cinquemila italiani vivono in Giappone, soprattutto a Tōkyō, Ōsaka, Nagoya, Yokohama e Saitama. Le ragioni principali sono l’efficienza dei servizi, la sicurezza, le infrastrutture, la cultura e l’alta qualità della vita. Ma non basta trasferirsi per sentirsi accolti. «Ho la faccia sbagliata. Non importa se parlo giapponese, se ho studiato qui, se ho un permesso di soggiorno o il passaporto giapponese. All’aeroporto mi manderanno sempre nella fila per gli stranieri. In Giappone non basta reclamare un’identità, se il tuo volto dice altro».

Vivere da donna in Giappone, poi, complica ulteriormente le cose. «Qui la rivoluzione femminile non è mai arrivata. Se sei sposata, danno per scontato che tu sia una casalinga. E quando nel 2019 un movimento di donne ha chiesto di non essere obbligate a portare i tacchi in ufficio, la risposta è stata che fanno bene alla postura».

La condizione lavorativa delle donne in Giappone continua a presentare forti disparità, come riporta l’Ocse. Nel 2025, il tasso di occupazione femminile ha raggiunto il 55,1 per cento, un dato in crescita ma ancora lontano da quello di molti altri Paesi membri. Il divario retributivo di genere resta tra i più alti dell’area: 22 per cento contro una media Ocse dell’11 per cento. Nonostante alcune riforme, come i nuovi congedi parentali che hanno portato il 30 per cento dei padri a prenderne almeno uno, la struttura del mercato del lavoro e le aspettative sociali restano profondamente segnate da ruoli tradizionali. Le donne lavorano di più, ma guadagnano meno, hanno accesso limitato a posizioni dirigenziali e continuano a portare sulle spalle gran parte del lavoro domestico e di cura.

Un sondaggio del 2021 ha rilevato come l’80 per cento dei giapponesi sostiene che gli uomini godano di trattamenti preferenziali. In questo contesto, le donne si ritrovano a fare i conti con norme repressive, discriminazioni silenziose e scelte professionali spesso condizionate da un modello sociale statico e patriarcale. Infatti, secondo il Gender Gap Report 2025, il Giappone risulta centodiciottessimo con un punteggio di 0,67 (al primo posto c’è l’Islanda, con un punteggio di 0,93, mentre l’Italia si posiziona all’ottantacinquesimo posto, con un punteggio di 0,7). «Essere una donna in Giappone può essere un’esperienza svilente. In Italia magari ti ignorano o ti fanno delle battute, qui è peggio: non sei proprio considerata, non ci sei, non esisti. Su certi moduli c’è solo la parte per l’uomo. Quando ho chiesto informazioni per portare a casa dei documenti mi hanno detto: “Se vuole, mandiamo tutto a suo marito”. E io neanche ero sposata. È uno spegnimento passivo della tua posizione di essere umano».

Nel racconto di Grazia non c’è vittimismo né rancore, ma la consapevolezza di chi ha scelto di restare. «Quello che continuo ad apprezzare di Tōkyō sono le possibilità. È una città dove, se hai voglia di fare, spesso trovi spazio. Puoi aprire un negozio, insegnare, vendere vestiti: all’inizio qualcosa succede, le persone ti sostengono, anche solo per curiosità o gentilezza. L’economia è viva, circolano ancora soldi nonostante la crisi dello yen, chi prova a fare qualcosa di nuovo non viene guardato con sospetto. Conosco diverse persone che hanno iniziato da zero e ce l’hanno fatta. Io stessa ho aperto una scuola, collaboro con agenzie, faccio anche la modella. Qui, se ti butti, qualcuno ti accoglie. E non è scontato». A maggio 2025 il tasso di disoccupazione in Giappone è stabile al 2,5 per cento e nella classifica degli Stati per Indice di sviluppo umano, aggiornata al 2023, è ventitreesimo, con un punteggio di 0,925 (l’Islanda è prima, con un punteggio di 0,972 e l’Italia ventinovesima con 0,915 punti).

Il Giappone non è un sogno né un incubo. È un Paese reale, con regole, ritmi e contraddizioni che non sempre si vedono da lontano. Grazia ha scelto di restare, conoscendo i limiti e le possibilità di quel vivere quotidiano. E forse è proprio lì, nel confronto quotidiano con l’ambivalenza, che si misura davvero cosa significa appartenere a un luogo, o decidere di farlo, anche solo per un po’.

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