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Basta con la retorica del sacrificio nello sport

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Che lo sport richieda sacrificio è sempre stato assodato. Ma a che prezzo? Le nuove generazioni di atleti hanno capito che raggiungere risultati con sofferenza non rende i traguardi più appaganti. Ne abbiamo parlato con Marta Pagnini, dal 2013 al 2016 capitana della nazionale italiana di ginnastica ritmica, oggi tecnico e giudice internazionale

Nel mondo dello sport la retorica del sacrificio è un concetto abusato, che ha contribuito ad alimentare una narrazione tossica. È il mito della fatica a tutti i costi, l’idea che per raggiungere grandi risultati bisogna non solo impegnarsi al massimo e lavorare ogni giorno, ma anche essere disposti a tutto: solo se si superano le prove più dure si può avere la tempra per diventare un campione. Per anni, nei racconti delle imprese sportive ci si è soffermati sui dettagli più dolorosi delle vite degli atleti per dimostrare quanto attraversare quelle sofferenze sia stato determinante per vincere. Così facendo, però, il sacrificio è diventato un lasciapassare per ogni genere di abuso. Le cronache recenti hanno portato a galla lo scandalo della ginnastica ritmica, un mondo in cui talvolta si chiedeva alle atlete di essere perfette anche con comportamenti brutali e prevaricatori, tollerati e addirittura giustificati in virtù del raggiungimento di un grande traguardo. Questo non è l’unico caso in cui la violenza è diventata parte del metodo di insegnamento.

Negli ultimi tempi, grazie a una riscoperta cultura del rispetto della persona, le nuove generazioni hanno capito che non c’è niente di virtuoso nel raggiungere il successo con il dolore, che c’è differenza tra sofferenza e fatica e che solo la seconda è la naturale conseguenza di un impegno. È quello che sostiene anche Marta Pagnini, che dal 2013 al 2016 è stata capitana della nazionale italiana di ginnastica ritmica e oggi è tecnico e giudice internazionale, membro del consiglio nazionale del Coni, del consiglio federale della Federazione ginnastica italiana e del comitato esecutivo dell’European gymnastics.

«È in corso un cambiamento culturale», ci racconta. «In questo momento ci troviamo in una fase di transizione da quelle che erano le credenze di un tempo alle evidenze di oggi, date sia dai nuovi strumenti che abbiamo a disposizione sia dalle recenti consapevolezze degli atleti e di chi li allena. Alcune discipline sono più avanti di altre, ma in generale tutte si stanno muovendo in questa direzione. Non vuol dire mettere da parte il concetto di sacrificio, quanto piuttosto cambiare il significato che attribuiamo a questa parola: oggi si è capito che certi comportamenti non sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo, anzi lo rallentano».

Il cambio di prospettiva è dato anche dall’importanza data alla salute mentale. Per uno sportivo vincere resta l’obiettivo, ma la sua serenità è tornata a essere la cosa più importante. «Rispetto agli anni in cui io gareggiavo, il tema della salute mentale – sia nello sport che in tutti gli altri aspetti della vita – è sempre più centrale. In una carriera agonistica, la mente di un atleta viene messa molto sotto pressione ed è giusto curare questo aspetto tanto quanto si cura il corpo».

Eppure, soprattutto tra alcuni ex atleti e tra le vecchie generazioni, c’è ancora l’idea che per vincere si debba tornare alle punizioni perché provare sofferenza serve da motore per fare bene. È difficile pensare che questa filosofia di vita possa appartenere a chi dovrebbe sposare i valori dello sport, ma riflette una certa nostalgia rispetto a un sistema che non si curava affatto del benessere della persona.

«Mi fa sorridere pensare che ci sia ancora qualcuno che crede che bisogna soffrire per avere migliori performance», commenta. «È come chi sostiene che gli schiaffi siano il modo giusto per educare i bambini. Non ci può nemmeno essere un dibattito su questo tema, perché ci sono evidenze scientifiche che dicono che una persona che sta bene rende meglio. Non ci sono dubbi: un atleta che ha un corretto stile di vita e un buon equilibrio psicofisico sarà non solo una persona in salute, ma anche uno sportivo migliore. Chi non riesce ad abbracciare questa visione non ha ancora accettato il cambiamento culturale che è già avvenuto. C’è bisogno di tempo: alcuni stanno al passo fin da subito, altri ci mettono un po’ di più, ma alla fine tutti arriveranno a capirlo».

Un diverso modo di pensare lo sport, che torna a essere un piacere anche per chi è un atleta d’élite. Come ampiamente dimostrato ai Giochi olimpici di Parigi 2024, tanti giovani sportivi oggi sono convinti che non sia importante il risultato a ogni costo, ma sapere di avere dato il massimo. E questo non significa avere meno ambizione, ma solo più consapevolezza. «Con tutta l’esposizione mediatica a cui sono soggetti, gli atleti di alto livello hanno un’enorme responsabilità verso i ragazzi che li seguono e che, anche se non diventeranno campioni olimpici, li vedono come un esempio. Sono un modello positivo e possono dimostrare che essere dei veri sportivi non significa essere sempre vincenti, sorridenti e affrontare la sconfitta come se fosse una cosa di poco conto, ma avere lo spirito di rimettersi sempre in gioco, accettando anche che ci sia qualcuno più bravo, più veloce o più preciso di te senza che questo distrugga la professionalità che hai costruito in tanti anni di lavoro». Un messaggio virtuoso da tramandare, che i più giovani hanno compreso prima di tutti.

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