«La gente aveva paura della morte. In realtà ce l’ha tutt’ora», recita il personaggio di Giovanna Mezzogiorno in Palermo Shooting, film del 2008 che il regista Wim Wenders ha girato in parte nel capoluogo siciliano. Ad aggiungere pathos alle parole dell’attrice ci pensa Il Trionfo della Morte, affresco di un anonimo pittore del XV secolo oggi custodito al palazzo Abatellis di Palermo. La scena rappresentata è tetra, sembra quasi l’Apocalisse, ma mostra uno dei momenti inevitabili della vita di un essere umano: la sua fine. Morire, per quanto tragico sia, è funzionale alla vita: è la sua conditio sine qua non ed è addirittura necessario affinché essa si realizzi. Si può dire che sia altrettanto necessario il suo opposto, nascere?
La risposta che il filosofo sudafricano David Benatar avanza nel suo saggio Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo, edito in Italia da Carbonio Editore è una provocazione. Come si può intuire dal titolo stesso, Benatar parte da un semplice assunto: dato che è inevitabile l’incontro con il dolore e la sofferenza, nascere è sempre un grave male. A coloro che obiettano elencando tutti i potenziali piaceri della vita, risponde sostenendo che «chi non viene al mondo non può sentire mancanze». Il punto è proprio questo: si può anche godere di molte gioie nel corso della propria esistenza, ma saranno comunque più numerosi i momenti tragici che, in ogni caso, non avremmo mai vissuto se non fossimo mai esistiti. D’altronde, le persone affrontano dolori quasi quotidianamente: dal ginocchio sbucciato durante i giochi d’infanzia all’improvviso colpo della strega mentre ci si allaccia le scarpe; dalle prime delusioni d’amore al burnout causato dalle scadenze che arrivano puntualmente tutte insieme. Per non parlare di chi nasce sotto le bombe, dorme al gelo di un marciapiede o è costretto a crescere in una nazione che non ne riconosce i diritti. Questo perché «esiste, tra piacere e dolore, un rapporto di asimmetria tale da rendere il secondo evitabile solo ai non-nati», spiega Alberto Giovanni Biuso, docente ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Catania. Ecco perché Benatar invita alla non procreazione, sebbene sia consapevole della potenza istintuale e primitiva della sessualità umana. Invita a non cedere alle pressioni sociali o a chi ci ricorda il ticchettio dell’orologio biologico. Invita persino a resistere alle politiche nataliste dei governi più reazionari, ricordando che fare figli non è obbligatorio e che l’unico «dovere morale è proprio quello di non procreare». Insomma, quella che propone è l’estinzione della nostra specie.
L’estinzione che Benatar auspica è però molto diversa da quella a cui la storia ci ha abituati – non vuole mica alimentare guerre né stermini di popoli – e suggerisce di adottare una più lenta, ma pacifica, strategia della denatalità. È ben lontano anche dal promuovere un suicidio di massa; togliersi la vita è una questione privata, personale e non ha nulla a che fare con questa prospettiva, dal momento in cui la soluzione non è tanto il morire quanto il non nascere. Potrà sembrare paradossale, ma «l’antinatalismo di Benatar è attento all’umanità del futuro», spiega ancora Biuso. L’autore, infatti, non vuole il male delle generazioni che verranno ma nemmeno di quelle che ci sono già perché «le vite che ci sono attualmente vanno garantite in tutti i modi, dando loro le migliori condizioni. Però la soluzione radicale è far sì che l’estinzione – inevitabile, dato che la direzione già intrapresa è quella – non sia dolorosa né feroce», sostiene Biuso. Insomma, il ragionamento è logico: evitare di generare altri umani – che probabilmente vivranno in un mondo molto più disastrato del nostro – si può considerare un atto davvero filantropico.



