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La politica che va contro il nostro futuro

Se una delle cause della denatalità è la lunga permanenza dei giovani nella famiglia d’origine, vale la pena chiedersi cosa abbia fatto o non fatto la politica negli ultimi dieci anni per permettere loro di diventare adulti

«Vincere l’inverno demografico», nel tentativo di dimostrare che non è vero che la politica va contro il futuro. Giorgia Meloni cita Papa Francesco per lanciare la sua sfida contro il calo della natalità, che in Italia va avanti dal 2008. La presidente del Consiglio dice che «significa combattere qualcosa che va contro le nostre famiglie, contro la nostra patria, e anche contro il nostro futuro». Di questa crisi, però, non si vede la fine, con nemmeno 393mila nuovi nati nel 2022 a segnare un altro record negativo, l’ennesimo: un dato che porta a chiederci se siamo davvero destinati a invecchiare e restringerci, a «scomparire», citando Meloni, al ritmo più veloce d’Occidente.

Non facciamo figli. O, almeno, non abbastanza. Quel «qualcosa da combattere» che ce lo impedisce può essere tante cose. Per l’Istat una buona fetta di colpa sta nella «prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine», a sua volta dovuta a molteplici fattori. Le difficoltà che incontrano i giovani all’ingresso nel mondo del lavoro, la diffusa instabilità del lavoro stesso, la tendenza di lungo periodo di bassa crescita economica, solo per citarne alcuni.

Negli ultimi dieci anni, il numero di nuovi nati è passato da più di 514mila al numero dello scorso anno, il più basso della storia della Repubblica. Nel frattempo si sono dati il cambio sette governi. Le elezioni politiche del 2013 hanno innestato una rivoluzione copernicana che, mentre faceva entrare in campo forze nuove, ci ha dato il presidente del Consiglio (Matteo Renzi) e il governo (Conte I) più giovani della storia. Una nuova scena politica avrebbe avuto il potenziale per parlare meglio alle nuove generazioni, mettere un giovane adulto nelle condizioni di prendersi cura di sé e della prole. Al contrario, alle più recenti elezioni una buona fetta del partito degli astenuti aveva meno di trent’anni. Il tasso di natalità è ai minimi storici. Cosa ha fatto in questi dieci anni la politica? Davvero non sa parlare al futuro? 

XIX legislatura: il futuro dei giovani sani del governo Meloni (2022-)

politica contro il nostro futuro

In campagna elettorale Fratelli d’Italia si era impegnata a combattere le «devianze giovanili» (si leggeva – al passato, perché è stato eliminato in corso d’opera – in un post: droga, alcolismo, gioco d’azzardo patologico, bullismo e la diffusione delle baby gang) per crescere nuovi italiani «sani e determinati». Tra le promesse del partito, anche l’azzeramento delle tasse per i primi tre anni per gli under30 che si mettono in proprio e incentivi alle aziende che assumono giovani. Non furono fornite cifre sugli investimenti, né stime dei costi necessari. Stessa cosa per l’alleato Matteo Salvini, che promise che la Lega avrebbe fornito supporto ad aziende e privati che avessero dimostrato di credere nei giovani, nel sostegno alla ricerca e allo sviluppo. In concreto nulla di questo è stato fatto dalla coalizione vincente, ma è pur vero che il governo è in piedi da meno di un anno. 

Meloni parla di futuro, declinandolo in sostegno e promozione all’essere madri e padri. Tra le proposte annunciate per far fronte al problema della denatalità, oltre all’assegno unico per i figli fino a ventuno anni, si è parlato di reddito di infanzia e assegno di gioventù. L’evoluzione della natalità è però fortemente condizionata dalla stabilità del lavoro e dalla crescita economica, variabili irrequiete all’interno di un quadro politico pensato a misura di anziano. 

politica contro il nostro futuro

Sul versante opposizione, il Partito Democratico aveva promesso un «Paese a misura di donne e giovani» e che la prima emergenza sarebbe stata la disoccupazione giovanile. Il programma elettorale però non spiegò tramite quali fondi si sarebbe concesso ai giovani italiani di diventare adulti. I Cinque Stelle, dal canto loro, avevano proposto una pensione di garanzia per i giovani (ma senza specificarne l’importo) e il riscatto gratuito della laurea, senza precisare come ripagarlo. 

XVIII legislatura: la politica dei sussidi nei governi Draghi, Conte II e I (2022-2018)

Il predecessore di Meloni, Mario Draghi, si chiese durante il suo discorso d’insediamento in Senato se non stessimo «deludendo i nostri giovani costringendoli a emigrare da un Paese che non sa valutare il merito». Una domanda da cui sentiva di non poter scappare, dal momento che «aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver investito risorse, che sono sempre scarse. I sussidi servono a sopravvivere, ma finiranno. Ai giovani bisogna dare di più». 

Dati Istat

Nel 2021 la costanza con cui il tasso di disoccupazione nella fascia 25-34 anni è rimasto al 14 per cento risentiva ancora dell’ondata di Covid-19, pur confermando un trend antecedente alla situazione pandemica. La legislatura, aperta con i due governi Conte, aveva già messo in luce l’assenza di misure a sostegno dei giovani. Prima ancora dei banchi a rotelle e delle discoteche riaperte prima delle scuole, Pierre Moscovici, allora Commissario europeo per gli affari economici, accusò l’Italia di «spendere per il debito quanto investe in istruzione». La campagna elettorale che culminò con la vittoria di Lega e Cinque Stelle nel 2018 aprì le porte a piani di governo che portarono a un aumento eccessivo della spesa per finanziare Quota 100 e reddito di cittadinanza. Il debito diventò insostenibile: il governo Conte II si trovò costretto a rottamare Quota 100. 

XVII legislatura: i giovani precari dei governi Gentiloni-Renzi-Letta (2018-2013)

Nel 2017, mentre il governo Gentiloni prospettava di alzare l’età pensionabile a sessantasette anni adeguandola alla speranza di vita, il tasso di disoccupazione di under25 (al 34,7 per cento, meno tre punti rispetto all’anno prima) e 15-34enni (al 21,2 per cento, meno 1,3 punti) è sceso insieme con il dato generale. La linea fu quella di continuare con il Jobs Act, introdotto dal governo Renzi, facilitando le nuove assunzioni. Durante i due anni di reggenza fiorentina, però, sono stati gli occupati più anziani ad aumentare in modo lineare: un dato che predisse cattive notizie per il futuro dell’economia. Come risultato del Jobs Act, le generazioni più giovani si sono trovate a lavorare in modo discontinuo, incontrando difficoltà nell’accumulo dei minimi contributi previdenziali necessari.

politica contro il nostro futuro

Ebbene, Matteo Renzi disse al predecessore Letta di “star sereno” per poi soffiargli il posto dopo appena nove mesi e diventare il presidente del Consiglio più giovane della storia repubblicana. Il tutto in un Paese che si avviava a essere sempre più vecchio, dove due terzi degli italiani e quasi otto giovani su dieci già pensavano che per fare carriera occorresse migrare, andare altrove. Alle tornate elettorali che diedero inizio a questa legislatura si erano già distinte le nuove leve del Movimento Cinque Stelle, schegge impazzite che avrebbero voluto aprire il parlamento «come una scatoletta di tonno». I loro elettori erano per lo più giovani. Beppe Grillo commentò che le nuove generazioni stavano «sopportando il peso del presente senza avere alcun futuro». Aveva ragione. Ma nemmeno il suo movimento, pur avendo in seguito governato, è riuscito a costruirne uno.

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