«Non conosco nessuno che non sia andato a votare. Anzi, se qualcuno me lo chiedeva dicevo tranquillamente di aver scelto di non andare, pur sentendomi in minoranza. Ho sempre percepito un forte giudizio negativo per questa scelta, anche da parte di amici, perché non condividevano la mia posizione e si sono sentiti, in un certo senso, traditi». Elisa (nome di fantasia, come gli altri in questo articolo) ha 21 anni e frequenta la facoltà di giurisprudenza a Bologna. La sera lavora come cameriera in un bar vicino casa. Come molti suoi coetanei, è stata spiazzata dall’esito dei referendum dell’8 e 9 giugno su lavoro e cittadinanza. Per essi non si è raggiunto il quorum, cioè un’affluenza al voto uguale al 50 per cento + 1 degli aventi diritto, necessario perché un referendum popolare possa essere considerato valido.
Nel nostro Paese, il fallimento di questo tipo di consultazione non è una novità. Dal 1974 sono stati 78 i referendum in cui gli italiani sono stati chiamati a votare, eppure il quorum è stato raggiunto in appena 39 occasioni; dal 1997, si è superata questa soglia una sola volta (nel 2011, nei quesiti su acqua, nucleare e legittimo impedimento). Su quale base, allora, si è pensato che in questa occasione le persone sarebbero andate a votare?
Chi ha sostenuto questo referendum popolare è rimasto molto deluso dal diffuso astensionismo. Nei giorni precedenti al voto i feed dei social media erano pieni di post in cui si esortavano i propri concittadini ad andare a votare, documentazioni in diretta nelle stories di Instagram di chi si è recato alle urne, foto delle schede elettorali con un timbro in più. Una sorta di nuova forma di mobilitazione e sensibilizzazione politica che parte dal basso e si espande in maniera capillare con i social. Forse sono state proprio le bacheche dei social media ad appannare la vista su quella che è la realtà: hanno votato solamente 14,1 milioni di persone, il 30,6 per cento degli aventi diritto. Oggi la nostra realtà è una bolla, una filter bubble come è stata definita da Eli Pariser: una dimensione propria dei social media che ci isolano in bolle di contenuti omogenei, impedendoci di vedere opinioni divergenti o realtà alternative.Vivere al suo interno ci fa avere una visione distorta della realtà, rendendoci sempre più difficile conoscere e comprendere ciò che è lontano da noi.
Se da una parte si è creata una forte comunità che utilizza i social media per sensibilizzare su temi politici, dall’altra viene da chiedersi: con un’affluenza che si aggira attorno al 30 per cento, chi sono queste persone che non sono andate a votare?Proprio a causa di questa bolla, entrare in contatto con queste persone – che no, non sono poi tanto diverse da noi – può diventare un’impresa piuttosto complessa.
«Non andare a votare è stato il modo in cui io ho esercitato il mio diritto di voto»,continua Elisa. Racconta che questa è stata la prima volta in cui è rimasta a casa, «perché non andare a votare per l’elezione del sindaco o del parlamento non avrebbe senso, invece scegliere di non andare alle urne per un referendum è un modo per esprimere la mia posizione».
Tra i giovani che si sono astenuti dal voto, in molti criticano i quesiti referendari non per lo scopo finale – quindi garantire più diritti sul lavoro e abbreviare i tempi per l’accesso alla cittadinanza – ma in quanto poco risolutivi dei reali problemi del Paese. «Non sono stati scritti bene: se fossero passati non sarebbe cambiato di fatto nulla. Prendiamo ad esempio il quesito sulla cittadinanza: il problema vero per le persone che vorrebbero riconosciuto il diritto di essere italiani non è dover aspettare 10 anni, ma i criteri fissati per poter avere accesso alla richiesta. Non sono 5 anni in meno che cambieranno la vita di migliaia di immigrati, ma altri fattori come la riduzione dello stipendio minimo richiesto, che per la maggior parte delle persone non ha alcuna attinenza con la realtà del mondo del lavoro che esiste in Italia».
Questo referendum è stato additato dai suoi detrattori come ideologico, ma di fatto è diventato semplicemente divisivo. «Per me è difficile pensare di avere tra le mie amiche strette una persona che abbia vissuto questo referendum in modo così opposto al mio. Questa cosa mi ha mandato in crisi: si può essere amici di qualcuno che ha idee così diverse su temi che riguardano i diritti fondamentali?». Giorgia ha 27 anni, due lauree in Beni culturali e Conservazione del patrimonio artistico e qualche anno di lavoro alle spalle in una casa editrice. «Io non voglio essere una persona così rigida, non voglio avere parametri intellettuali sui quali selezionare le persone da frequentare, ma in questo caso stiamo parlando di cittadinanza e diritti fondamentali dei lavoratori». Si ferma un momento, poi chiede: «Tu hai degli amici stretti che hanno delle opinioni così diverse dalle tue?».
Ed ecco che di nuovo torna fuori la bolla. Una bolla che non è solamente sui social, ma che è sempre esistita nelle nostre vite. Una bolla che nasce insieme a noi, in base al luogo in cui cresciamo e alla classe sociale di appartenenza della nostra famiglia, che cresce soprattutto quando scegliamo che scuola superiore frequentare. Da lì, è fatta: siamo immersi in un contesto socio-culturale dove ci ritroviamo a frequentare persone con il nostro livello di cultura e – spesso e volentieri – di un rango sociale simile al nostro. Al momento di scegliere l’università, ecco che quelle leggere diversità con le quali eravamo entrati in contatto durante gli anni del liceo si assottigliano ancora di più, entrando noi in un ambiente antropologicamente composto da persone più o meno coetanee, non più solamente con il nostro livello di istruzione, ma anche con la nostra stessa visione del mondo.
In Italia, già al liceo viene chiesto a ragazzini di 14 anni di selezionare la bolla socio-culturale di cui fare parte per il resto della loro vita. Così, mentre scegliamo in che tipo di mondo crescere e che tipo di adulti vorremmo essere, si alimenta al contempo una forma di auto-esclusione da tutte quelle cerchie che non sono quella di cui abbiamo scelto di fare parte. Forse il punto è che non siamo persone disinteressate dal mondo che ci circonda o da persone diverse da noi. La verità è che ci troviamo in questa situazione con un po’ di sorpresa e incomprensione: è vero che non ci siamo accorti di stare arrivando qui, ma probabilmente non sapevamo neanche dove guardare.



