Gli operai votano a destra? «È stata la più immediata, semplice e convincente chiave di lettura per spiegare un evento inatteso: il primo exploit di Donald Trump alle elezioni presidenziali». Per questo motivo, secondo Mario Del Pero, professore di Storia degli Stati Uniti all’università Sciences Po di Parigi, la teoria secondo cui il voto della working class premierebbe la destra ha riscosso e continua a riscuotere tanto successo. A forza di essere ripetuta, negli anni la tesi ha preso i contorni di una verità rotonda, sempreverde, incontestabile. Spendibile in ugual misura sia per gli Usa, dove è nata, sia per l’Europa, dove ha presto attecchito. In entrambi i casi, aiutando i partiti della destra sovranista a cercare, e talvolta a trovare, consenso e legittimazione tra gli esclusi dal grande banchetto della globalizzazione economica: i lavoratori.
Nonostante tutto, la versione non convince il docente. In primo luogo, per l’impatto assai ridotto del suffragio operaio su quello complessivo. Negli Stati Uniti, «i settori manifatturiero, edilizio e minerario impiegano circa 21 milioni di addetti, mentre gli aventi diritto ammontano a 230 milioni di cittadini. Si parla, a voler restare larghi, di un bacino potenziale del 9 per cento».
In seconda battuta, la nascita e la formazione del mito appaiono ambigue e poco veritiere. «Tutto ha avuto inizio nel 2016», ricorda Del Pero, «quando Michigan, Wisconsin e Pennsylvania si colorarono del rosso dei repubblicani». Si sgretolò così, in una notte, il blue wall che aveva mantenuto, dalla fine degli anni Ottanta, una solida maggioranza progressista negli Stati che formano la Rust Belt, la cintura industriale degli Usa. «Lo scenario di quell’8 novembre, però, va considerato alla luce di serie storiche e flussi elettorali», sottolinea Del Pero. «In tutti e tre gli Stati, la dinamica risultò identica: Trump guadagnò pochi voti in più rispetto a quelli ottenuti da John McCain nel 2008 e da Mitt Romney nel 2012. Certo, sufficienti a strappare alla candidata dem Hillary Clinton i 46 grandi elettori in palio. Ma ciò che rese possibile quella vittoria fu il tracollo su scala locale subìto dai democratici». Su questi ultimi piombò l’accusa – che rappresenta ormai il corollario inevitabile della vulgata – di essersi disinteressati, durante i due mandati di Barack Obama alla Casa Bianca, alle misure di assistenza e protezione sociale. Preferendo garantire diritti a costo zero attraverso le identity politics a favore di donne, comunità Lgbtqia+ e gruppi etnici di minoranza.
In ultima analisi, l’origine socio-demografica del sostegno all’ex presidente corrisponde proprio al punto in cui la credibilità della narrazione regge di meno. Secondo il Pew Research Center, che ha condotto un’accurata indagine a riguardo, i segmenti in cui il tycoon prevalse furono quelli degli uomini (52 per cento), adulti tra i 50 e i 64 anni (51 per cento) e over 65 (53 per cento), bianchi (54 per cento) e non laureati (50 per cento), con picchi notevoli nell’intersezione tra alcune di queste variabili. Tuttavia, la faccenda entra nel vivo quando si incrociano gli orientamenti di voto con i dati sul reddito. Nella fascia di chi nel 2015 guadagnava al di sotto dei 50mila dollari annui trionfarono i democratici 53 a 41, mentre tra chi percepiva un reddito tra i 50mila e i 100mila i repubblicani vinsero 49 a 46. La leggenda cade, travolta dalla realtà, al calcolo puntuale del reddito mediano: 72mila dollari per gli elettori di Trump contro 61mila per quelli di Clinton. Altro che colletti blu: il sostenitore del Maga appartiene in pieno alla classe media.
Il database per tracciare il voto pro-workers
Uno strumento innovativo di accountabily per sfatare il mito della destra paladina dei lavoratori. A realizzarlo e lanciarlo online nel 2018 ci ha pensato l’American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations , la più importante centrale sindacale d’America, che raggruppa al suo interno circa 60 unions. Si tratta di un database, il Legislative Scorecard, che serve a monitorare se e in quale misura i rappresentanti dei due rami del Parlamento (Camera dei Rappresentanti e Senato degli Stati Uniti) abbiano sostenuto (o meno) leggi e provvedimenti che favoriscono diritti e condizioni di vita dei lavoratori. Nessuna sorpresa: scorrendo le schede di deputati e senatori, non è difficile accorgersi di come a totalizzare i punteggi più alti (sia nei singoli anni di riferimento, sia durante intere carriere) siano, in schiacciante maggioranza, i democratici.
Di più, «è il testimone del suo processo di impoverimento», sostiene il docente. «Durante un lungo periodo di stagnazione dei salari», racconta, «la middle class si è vista costretta a erodere il suo patrimonio pur di continuare a consumare. Con la crisi economica del 2008, ha assistito al drastico calo del valore degli immobili e all’interruzione, da parte delle banche, di varie forme di credito al consumo previste per le famiglie. Inoltre, continua a essere ricca a sufficienza per essere colpita dalla tassazione, ma non abbastanza povera per beneficiare dell’accesso ai programmi di welfare». Non c’è dubbio: si tratta davvero degli sconfitti di quest’epoca. «Soltanto, ecco, parlare di ceto operaio mi sembra fuorviante».
Sgomberato il campo dagli equivoci, resta spazio per un ultimo interrogativo. La prova del nove. Da quali misure di politica economica la working class statunitense ha ricevuto maggiori vantaggi? Le cifre mostrano come il modesto taglio delle aliquote fiscali contenuto nel Tax Cuts and Jobs Act, varato da Trump nel 2017, abbia favorito in modo sensibile le imprese e i percettori di reddito negli scaglioni più alti (il 10 per cento oltre i 200mila dollari all’anno e l’1 per cento sopra i 500mila). «Nessun provvedimento, invece, ha riguardato l’industria, se si esclude l’inefficace politica di dazi commerciali verso i prodotti provenienti dalla Cina», puntualizza Del Pero. Al contrario, l’Inflation Reduction Act, firmato da Joe Biden nel 2022, puntava a creare occupazione di qualità nelle infrastrutture e nell’industria per la transizione ecologica. Ci è riuscito: finora, secondo i dati del dipartimento del Tesoro, il pacchetto d’investimenti ha generato oltre 271mila posti di lavoro. In gran parte per lavoratori privi di qualifiche professionali. Insomma, le notizie sul divorzio tra sinistra e fabbrica e sulla maggiore capacità di un miliardario di fare gli interessi di chi ci lavora dentro risultano, entrambe, fortemente esagerate.




