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Gender Equal Olympics: Parigi 2024 e la parità di genere

I Giochi olimpici sono sempre stati al centro di un’evidente disparità di genere. Per la prima voltasi raggiungerà la gender equality ai Giochi di Parigi 2024, ma quanto è stato lungo il cammino per raggiungere questo traguardo? Possiamo davvero considerarlo tale?

Il mondo dello sport è stato storicamente uno dei meno inclusivi: sin dai primi Giochi olimpici del 1896 lo sport era considerato un lavoro da uomini e la presenza di donne minima, se non inesistente. Vittima di un retaggio patriarcale che il mondo si porta dietro da secoli, ci sono voluti molti anni prima che le donne venissero rappresentate in quanto fascia attiva capace di praticare uno sport a livello agonistico. Nei Giochi di Parigi del 1924 le donne erano soltanto il 4,4 per cento degli atleti nella competizione; la percentuale è salita al 14,8 per cento nel 1972 e oggi, ai Giochi di Parigi 2024, la presenza delle donne sarà del 50 per cento. Un passo avanti che mostra come la battaglia per l’inclusività combattuta ogni giorno dalle sportive e dagli sportivi a sostegno della gender equality abbia avuto i suoi riscontri. Ma, come afferma Benedetta Acri, giornalista e social media editor di Azzurri di Gloria, «più che un traguardo è un punto di svolta e di partenza per ottenere una vera uguaglianza a livello sportivo. L’obiettivo è raggiungere la parità, dal punto di vista di entrambi i generi. La speranza è che i prossimi eventi sportivi internazionali possano guardare a Parigi 2024 e continuare sulla stessa linea». A fare il primo passo per rendere la parità di genere la normalità in Italia è stata la Federpesistica, dando a entrambi i sessi pari opportunità nelle proprie discipline olimpiche e dimostrando, come afferma il Cio, che «lo sport è una delle piattaforme più potenti per promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione di donne e ragazze».

Gender equal Olympics: le donne che hanno mostrato il loro valore sul campo

È doveroso parlare di chi nel corso degli anni ha combattuto e ha dimostrato, grazie alle proprie forze, come tutti i generi avessero il diritto di praticare sport a livello agonistico. Babe Didrikson, la prima atleta superstar, ha mostrato al mondo come una donna, considerata troppo fragile per praticare sport agonistici, potesse arrivare a vincere premi e a destare l’attenzione del pubblico di tutto il mondo. Prima di Los Angeles 1932, partecipò agli Amateur Athtletic e batté quattro record mondiali, finendo successivamente per trionfare ai Giochi nelle uniche tre gare a cui le donne potevano partecipare al tempo: ottenne il primato del mondo negli 80 metri a ostacolo e conquisò l’oro nel giavellotto e l’argento nel salto in alto. Anche Fanny Blankers-Koen mostrò il proprio valore, sfatando molti falsi miti in voga all’epoca. Nel 1948 dimostrò come la carriera di una donna non avesse fine dopo una gravidanza, stabilendo i record del mondo nel salto in lungo e nel salto in alto, gareggiando in una gara tutta sua negli sprint brevi, trionfando nonostante l’accusa di «aver trascurato i suoi doveri domestici» ed esser considerata, a trent’anni, «troppo vecchia per gareggiare». Vinse quattro ori ai Giochi di Londra nei 100 e nei 200 metri, negli 80 metri a ostacoli e nella staffetta a 4×100 metri e si aggiudicò l’appellativo di «casalinga volante». Ultima ma non meno importante Bille Jean King, una delle più grandi tenniste della storia con dodici titoli di singolare e ventisette di doppio nei grandi slam, che viene ricordata per la sua battaglia dei sessi. Fu lei ad accettare uno scontro diretto con Bobby Riggs, un ex numero uno degli anni Quaranta convinto che il tennis femminile fosse nettamente inferiore a quello maschile. I due si affrontarono all’Astrodome di Houston per la somma di centomila dollari in un incontro al meglio dei 5 set: dopo uno svantaggio nel primo, King vinse lo scontro per 6-4 6-3 6-3, dimostrando così l’esatto opposto di ciò che pensavano Riggs e gran parte della società. Billie Jean King viene anche ricordata per la sua lotta per l’uguaglianza di genere e per essere una convinta sostenitrice dei diritti Lgbtqia+.

Lo sport come rivincita dalle discriminazioni di genere

«In passato la rappresentanza femminile è stata minoritaria, sia sul campo che nella dirigenza e nel mondo arbitrale», spiega Maria Antonietta Manganello, arbitro internazionale di Tennis Itf, presidente dei Yellow Sports Open e direttrice del Torneo internazionale Yellow Rome Open. «Con il tempo la presenza di donne è aumentata. In Paesi quali Australia, Stati Uniti e Giappone, così come nel Nord Europa, c’è un’ambiente più familiare e la presenza femminile è maggiore e più accettata». L’Italia, secondo Manganello, rimane ancora indietro: «La presenza femminile ai vertici e nella dirigenza è insufficiente. Sono sì riconosciute la competenza e la capacità, ma sembra esserci reticenza ad abbandonare il proprio posto per lasciar spazio a una donna. In Italia c’è una pseudo-evoluzione: manca il coraggio di fare quel passo in più che possa portare il Paese a essere all’altezza di tanti altri e di imporsi per avere le proprie capacità; in un mondo che crede poco nelle donne, anche le donne faticano a credere in sé stesse».

Eppure, sono proprio le donne a essere le più aperte quando si parla di un altro tipo di gender gap, quello che riguarda la comunità Lgbtqia+. Manganello spiega che «nel mondo dello sport è molto più facile per le donne dichiararsi e parlare del proprio orientamento sessuale e del proprio genere identificativo senza quella paura che negli uomini sembra essere ancora radicata. Fuori dall’Italia si è futuristi, mentre in Italia si è vittime di un retaggio molto vecchio in cui i membri della comunità Lgbtqia+ sono ancora soggetti a battutine e prese in giro. Ai bassi livelli, nel mondo sportivo non al centro dei riflettori, c’è però un piccolo paradiso, non si ha paura di esprimersi e mostrarsi per ciò che si è veramente».

Quale presidente degli Yellow Sport Open, Manganello racconta anche di come, grazie alla conoscenza di Adriano Bartolucci Proietti (presidente del Gaycs), gli Yellow Sport facciano tappa da ben dieci anni ai Gay Games, un’edizione dei Giochi olimpici in miniatura che ospita partecipanti da tutto il mondo con l’obiettivo di divertirsi, praticare gli sport che si amano e sentirsi liberi di essere chi si vuole, senza alcun pregiudizio. E anche in un Paese come l’Italia, ancora restio ad aprirsi, è bastato solo conoscere l’altro per aver voglia di vivere la sua stessa esperienza: i Gay Games non sono più una competizione riservata ai membri della comunità Lgbtqia+ ma a tutti coloro i quali vogliono divertirsi, praticare sport e vivere un’esperienza unica.

Per dirla con le parole di Manganello, «nel mondo di oggi è importante farsi conoscere senza mettersi delle etichette, non per la propria preferenza sessuale o per il proprio genere ma per la propria anima. È normale essere diversi: non possiamo essere tutti uguali poiché siamo esseri umani e ognuno ha le proprie particolarità, ma tutti abbiamo un’anima ed è quella che va compresa e rispettata per ciò che è». Grazie alla conoscenza, al mettersi in gioco ma non in mostra, si riuscirà a essere sempre più compresi, capiti e inclusi, per far sì che anche in un mondo come quello sportivo si potrà competere senza alcun pregiudizio perché «lo sport ci porta a capire che non siamo diversi». 

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