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Omosessualità e giornalismo: storia di un rapporto travagliato

Con il passare del tempo è cambiato il modo di parlare di omosessualità su quotidiani e riviste. Una trasformazione che è stata riflesso dei faticosi cambiamenti di una società che, non senza fatica, ha imparato a capire e a rispettare la comunità Lgbtqia+

La parola “omosessualità” è apparsa nel giornalismo italiano soltanto nel 1894; la sua accezione è cambiata nel corso degli anni, riflettendo il faticoso percorso di affermazione che si è fatto per arrivare ai pochi diritti di oggi. Tutt’ora la comunità Lgbtqia+ combatte per avere maggiore rispetto e maggiori tutele. 

L’omosessualità nel giornalismo, dall’Ottocento al 2024

Agli albori dell’età contemporanea, la comunità Lgbtqia+ era poco considerata dai giornali: quando se ne parlava era soltanto per collegare i membri della stessa ad atti di cronaca nera, spesso legati a minorenni e ad atti non consenzienti. Basti pensare ad alcuni articoli dell’Ottocento, tra cui Processo intentato dal barone Mistralli, pubblicato sulla Gazzetta Piemontese nel 1868: il barone viene accusato di pederastia tramite quattro lettere in cui si fa cenno agli atti. In Sodoma e Gomorra, del 1876, sul Corriere della Sera, si racconta invece di un anonimo viene arrestato a Milano per aver “sodomizzato” un giovane. Questi articoli si susseguono nel corso degli anni, mostrando come gli omosessuali vengano visti con accezione negativa, citando processi a loro sfavore, tentativi vani di difendersi da parte di alte cariche accusate e utilizzando parole come «sodomia» e «pederastia» per ledere l’immagine delle persone coinvolte.

Il Novecento si apre con un articolo sull’Avanti! dal titolo Un emulo di padre Ceresa, in cui il ventiseienne Alfredo Caradonna era accusato di atti di libidine sui bambini dagli 8 agli 11 anni. Caso simile anche L’arresto di due maiali del 1906 ne Il Piccolo, che racconta di due uomini arrestati a Trieste per atti osceni in luogo pubblico. Siamo all’arrivo del fascismo: un articolo de La Stampa del 1939 cita Benito Mussolini, secondo  cui  «il nazismo non perseguita nessun ministro di culto, salvo quelli che si macchino di pederastia, ma questa è una regola che vale per chiunque».
Cambiano i tempi, cambia il lessico.

omosessualità giornalismo
Foto: Aiden Kraver

Un cambio di prospettiva arriva negli anni Settanta, periodo in cui il giornalista Sandro Ferlini inizia a scrivere articoli in cui si oppone ad alcune pratiche e punti di vista: uno tra i tanti è Elettrochoc a fin di pene. In Inghilterra si ribellano a terapia americana che vuole “normalizzare” gli omosessuali, pubblicato su ABC, in cui si oppone, fino a definirla nazista, alla pratica di utilizzare l’elettrochoc per “guarire” gli omosessuali. Negli anni Ottanta il registro cambia ancora.Alcuni giornalisti parlano dei primi gay pride che iniziano a tenersi anche in Italia, ma si scrive anche dei suicidi degli omosessuali: da quello  di Nino Vernocchi che era «stanco di vivere così» a quello di Doriano Galli e Mariano Marra, che digiunarono perché fu loro  negato il matrimonio egualitario.Solo a partire dagli anni Duemila si inizia a parlare di omosessualità in una maniera quanto più normale. Si parla ancora di cronaca nera, ma questa volta si viene uccisi «perché gay», non «per aver commesso atti di sodomizzazione»; si parla delle prime rivolte, della richiesta da parte dei membri della comunità Lgbtqia+ di maggiori diritti e dei primi passi avanti fatti in Italia, come nell’articolo del 2001 su La Repubblica intitolato Matrimonio gay, il primo in Italia, Alessio e Christian dicono «oui». L’omosessuale non è più colui che compie atti osceni, contro natura, ma fa parte del mondo esattamente come tutti gli altri: nonostante non venga ancora considerato «normale» da tutti, nei giornali inizia finalmente ad esser trattato come dovrebbe, prendendo il proprio spazio e riuscendo finalmente a rispecchiarsi in un mondo che si prepara ad accettarlo e a rispettarlo per ciò che è: come tutti gli altri.

La parola “omofobia” e i suoi primi utilizzi

In netta contrapposizione con la parola “omosessuale” c’è la parola “omofobia”, che nasce dalla consapevolezza di una persecuzione nei confronti di chi viene considerato diverso per quanto riguarda l’orientamento sessuale. Il dibattito sull’omofobia arriva proprio negli anni Duemila, quando il mondo del giornalismo si trasforma e e si cerca di passare dalla criminalizzazione degli omosessuali a quella degli omofobi: non è più l’omosessuale a essere contronatura, ma è l’omofobo a essere inutilmente aggressivo. L’omofobia è diventata un concetto da recriminare ed eliminare in ogni soggetto che voglia dirsi democratico e liberale, tanto che anche chi non vede di buon occhio alcune politiche pro-Lgbtqia+ non si considererà mai omofobo, poiché questo concetto si è ormai affiancato a quello di razzista e di sessista

La prima comparsa della parola “omofobia” in Italia arriva il 15 ottobre 1979 sul Corriere della Sera, in un trafiletto che riporta la notizia di una marcia organizzata a Washington per protestare, appunto, contro l’omofobia. Per alcuni altri anni sarà riportata tra virgolette, poiché considerata ancora una parola esotica, che entrerà ufficialmente nel nostro vocabolario nel 1985. Nel mondo, invece, saranno gli Stati Uniti a parlare per primi di omofobia, sul New York Times, in un articolo su un pestaggio pubblico subito da alcuni attivisti della Gay Activism Alliance. È proprio uno degli attivisti coinvolti a usare le parole «selvaggio omofobo», ma anche negli Stati Uniti questo concetto diventerà di uso comune soltanto negli anni Ottanta. Come in Italia, invece, anche in Francia la parola “omofobia” rimarrà di utilizzo saltuario fino alla metà degli anni Novanta: è Il Monde a parlarne per primo. La sua diffusione avviene in concomitanza con il dibattito politico sui diritti per i membri della comunità Lgbtqia+, mentre in Italia la diffusione giornalistica non andrà mai di pari passo con quella politica e istituzionale.

L’omosessualità e la sua produzione storiografica

A una prima occhiata sembra che l’Italia sia sprovvista di una produzione storiografica sul mondo omosessuale, ma andando a fondo si scoprono articoli, monografie e traduzioni di opere straniere nel periodo contemporaneo. Perfino negli Stati Uniti questo è un campo di ricerca molto giovane: solo negli anni Sessanta e Settanta si è iniziato a studiare e ad approfondire il tema dell’omosessualità, in seguito ai primi movimenti di liberazione e agli scontri per la rivendicazione dei diritti della comunità Lgbtqia+, mentre  in Italia la situazione è completamente diversa. Si parte da un problema fondamentale: nello Stivale si fatica a parlare di sessualità. Per anni è stato considerato inadatto farlo: ogniqualvolta sui giornali si scriveva di gusti sessuali era quasi sempre nei fatti di cronaca nera, che condannavano la sodomia e non raccontavano mai di atti che potessero essere quantomeno consenzienti. In un mondo in cui la sessualità è un tabù si fa già fatica di parlare di eterosessualità, riconosciuta a livello razionale per un retaggio culturale, figurarsi riuscire a esporsi quando si tratta di omosessualità.

Foto: Kalea Morgan

Sono stati gli Stati Uniti a pubblicare per primi prodotti editoriali di grande valore sull’argomento, con articoli e libri adatti non solo ai più adulti ma anche alle famiglie, oppure da poter utilizzare nelle scuole per poter educare le nuove generazioni. Lo dimostra l’antologia Rainbow Family Collections a cura di Jamie Campbell Naidoo, che raccoglie e cataloga decenni di letteratura Lgbtqia+ per bambini. L’Italia ha seguito l’esempio americano solo dagli anni Ottanta e Novanta: oggi non è una novità trovare storie a carattere omosessuale nelle librerie italiane, come Il blu è un colore caldo di Julia Maroh oppure Splendore di Margaret Mazzantini, entrambi pubblicati negli anni Duemila, che hanno riscosso un grande successo tra i lettori.

Oggi l’omosessualità non è più un tabù o un crimine, ma ci sono voluti molti anni, in cui la comunità è stata rappresentata nel peggiore dei modi, per permettere all’opinione pubblica di farsi un’idea che non fosse mediata e pilotata da chi nutriva forti pregiudizi. Nonostante rimanga una parte della popolazione e del mondo incapace di concepire certi concetti come normali e ormai inseriti nell’attualità, ci si avvia verso un mondo giornalistico ed editoriale in cui gli omosessuali e la comunità Lgbtqia+ non vengono più combattuti o discriminati ma soltanto rappresentati per ciò che sono. 

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