Se annaspiamo ma qualcun altro ce la fa, allora deve essersi infilato in qualche scorciatoia lurida. È un pensiero viscerale e molto italiano. Una raccomandazione, un peccatuccio morale, una qualsivoglia scappatoia. Che può anche essere vero, ma non per forza spiega il nostro fallimento. È lo stesso riflesso che ci prende quando, da giornalisti un po’ frustrati, puntiamo il dito contro gli autori dei talk show. Per quale motivo la gente si sorbisce ore di quei programmi ma non apre una pagina di giornale? Alcuni attribuiscono il successo di questi format alle scelte autoriali, volte a polarizzare i dibattiti in studio. Ma è davvero una caratteristica negativa? Siamo al telefono con Sara Spreafico, autrice per la trasmissione di La7 L’aria che tira, in passato a Piazza Pulita e Non è L’arena, sempre sull’emittente di proprietà di Urbano Cairo. «Noi arriviamo alle 11, dopo che molti spettatori hanno già letto o ascoltato alcune notizie», spiega. «Più che raccontare cosa sta succedendo, ci serve il confronto. Polarizzare è fondamentale per attivare una conversazione». Mentre chiacchieriamo, la sua TV è accesa sul suo programma. «In onda c’è il professor Raffaello Lupi, che spiega con una lavagna. L’informazione non urlata si può fare. Se vuoi spiegare non hai bisogno di polarizzare, ma di persone competenti». Anche perché polarizzare non significa necessariamente far funzionare il programma.
«A volte il confronto si accende tanto da sfuggire di mano anche a un buon conduttore. Questo può attirare attenzione, ma gli ascolti ci insegnano che, se le persone non capiscono cosa sta succedendo, smettono di guardare la televisione». Questi programmi sono un modo per «bilanciare la necessità di raccontare e fare ascolti. Questo è infotainment», dice. «Noi raccontiamo. Non decidiamo di essere insegnanti o moralizzatori. Chi guarda, poi sceglie». Secondo l’autrice la richiesta di una televisione pura è scorretta. «È anche uno show. Bisogna usare espedienti narrativi per mettere su uno spettacolo, facendo in modo che chi guarda ne sia attratto», conclude.
Scegliere gli ospiti bilanciando show e informazione può essere un compito complicato. Durante la pandemia la parola è stata data un po’ a tutti, anche in nome di una libertà di espressione il cui perimetro andrebbe meglio definito. Diversi medici sono stati messi a tavolino con personaggi scientificamente ignoranti ma comunicativamente impeccabili, tanto da far apparire i primi poco convincenti. «In quegli anni lavoravo con Massimo Giletti. La maggioranza delle persone stava dalla parte della scienza e sentivamo la responsabilità di non dire cose scorrette. A un certo punto, però, la pressione di chi non ci credeva era talmente forte che non potevamo non raccontarla», spiega, senza nascondere che la puntata del dottore che usò un braccio di gomma per eludere la vaccinazione sia stata una delle più viste. Aggiunge, però: «Russi e ucraini si possono confrontare? Noi abbiamo smesso di invitare certe persone per stare dalla parte dell’aggredito».
Usare tecniche di polarizzazione è un tentativo di mantenere lo spettatore incollato allo schermo, soprattutto in un contesto in cui la soglia dell’attenzione è sempre più bassa. «Le trasmissioni del passato erano quasi sempre esempio di garbo e di tono», ricorda Marco Zonetti, direttore di Vigilanza Tv. Ma erano anche più efficaci? «Un talk show tradizionale con opinioni contrastanti, se condotto da un moderatore responsabile, asettico e interessato a informare i cittadini è secondo me la formula migliore», dice. «Il problema degli ascolti però fa funzionare di più lo scalmanato in voga in quel momento, che infatti viene sempre invitato. Un confronto garbato avrà sempre meno audience di uno in cui ci si scanna. Se dalla finestra sentiamo urla, guardiamo».
Ci lamentiamo che la tv pubblica non informa bene. Ma la tv pubblica ha interesse a informare in modo imparziale, soprattutto se è sotto il controllo della politica? «No. È interesse politico che la Rai sia poco politicizzata nei contenuti delle trasmissioni. Nel day time abbiamo trasmissioni rassicuranti, nonostante lo spazio dato alla cronaca nera», aggiunge il giornalista. «Quando ci fu l’assalto al campidoglio di Washington, Enrico Mentana su La7 e Barbara Palombelli su Rete4 stavano seguendo i fatti con attenzione; su Rai1 c’erano I soliti ignoti».
Immaginiamo di non togliere il pepe, lo show. Alla luce del fatto che il dibattito può essere sostenuto anche senza provare odio sconfinato per le controparti, i talk show potrebbero tentare di contenere la polarizzazione affettiva – la differenza tra quanto vogliamo bene a persone appartenenti al nostro partito e male a quelle di un altro partito – nel pubblico? Gaetano Scaduto è un ricercatore che si occupa di comunicazione pubblica e politica. Ha notato che «quando gli italiani fanno zapping in TV usano euristiche per decriptare l’orientamento politico del personaggio e basano il loro giudizio su quello». Come agire, quindi? «La tecnica più efficace per ridurre la polarizzazione affettiva è, a livello individuale, l’ingaggio in conversazioni con persone di un altro schieramento. Non potendolo favorire, un talk show può lavorare sull’esposizione a figure controstereotipiche», spiega il ricercatore. «Quanto spesso capita che un partito come la Lega proponga una giovane donna laureata con un colore di capelli poco convenzionale?», ci chiede. «Se la vedessi in televisione, inizialmente potrei pensare sia un esponente di Alleanza Verdi Sinistra, per poi scoprire che non era come immaginavo». In pratica, fare così «limiterebbe la deumanizzazione». Ci permetterebbe quindi di percepire gli individui di schieramenti diversi più come esseri umani, più simili a noi. Questo, ovviamente, partendo dall’ipotesi per assurdo che limitare la polarizzazione affettiva sia negli interessi televisivi. «Se accettiamo che ci sono media che rispondono a logiche commerciali dobbiamo dare un po’ di responsabilità ai cittadini», aggiunge. «Se facesse soldi invitare persone che si coccolano, le reti televisive lo farebbero».
Un ultimo punto. Alcuni di noi gridano tanto alla dannata polarizzazione televisiva, quando invece il nemico è in casa. Contribuiamo alla polarizzazione del pubblico, spesso limitando la condivisione di virgolettati più moderati. La differenza è che la polarizzazione televisiva è spettacolarizzazione, mentre la nostra è un fallimento civico.
Quindi. Caro diario, vorremmo conduttori televisivi capaci di intercettare lacune e imprecisioni; meno permeabili alle fallacie logiche degli ospiti. Questo tutelerebbe la democrazia. Ma batterci contro la polarizzazione? Forse no. Cari colleghi, ce la prendiamo tanto perché scriviamo, scriviamo, scriviamo senza che nulla cambi. Attacchiamo la TV perché non sappiamo come farci leggere, ma non possiamo continuare a nasconderci dietro l’alibi di qualcun altro.



