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La sessualizzazione delle donne è un caposaldo del giornalismo sportivo

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Le donne nell’universo sportivo, non solo le atlete, spesso vengono raccontate solo come corpi, specchietti per le allodole, modi per fare audience o per dare onore agli uomini loro associati. Un’altra narrazione si può.

Cosa hanno in comune Alessia Orro, Lia Wälti, Ilaria Limelli e Giulia Scamacca? Lo sport, ma solo in senso lato. Alessia Orro è una pallavolista italiana fresca di titolo iridato da MVP; Lia Walti è una calciatrice svizzera, campionessa d’Europa in carica con l’Arsenal, appena sbarcata alla Juventus; Ilaria Limelli fa l’influencer sui social parlando di calcio e Giulia Scamacca è la sorella di Gianluca, calciatore dell’Atalanta. Quattro storie diverse, un unico trattamento: una gallery di foto, per la quasi totalità in costume, pubblicate da siti sportivi. Non da forum e gruppi Facebook, ma da siti e profili ufficiali delle testate italiane più conosciute. Talvolta è necessario fare “nomi e link’’: Sportmediaset per Scamacca e Limelli e TuttoSport per Orro e Wälti. Ma ce ne sono altre, su altre testate.

Si tratta di gallery con brevissima didascalia, non pezzi informativi. Nel caso di Wälti si legge: «Capitana della Svizzera, amica di Alisha Lehmann, vanta esperienza e successi a livello internazionale: per il club bianconero un grande colpo». Lehmann è una svizzera ex Juve, nonché totem e tabù della stampa italiana nell’ultimo anno. Giocatrice normale, passata al Como, è diventata un caso dopo essere giunta in Serie A insieme al suo compagno dell’epoca, Douglas Luiz (anch’egli alla Juventus), portandosi dietro oltre 15 milioni di follower. Cosa ha reso ancora più evidente, suo malgrado, la ventiseienne svizzera sessualizzata sistematicamente? Il maschilismo della narrazione italiana.

Il racconto del corpo delle atlete

Il problema però non è soltanto nostrano: basti pensare che per i Giochi olimpici di Parigi del 2024 il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) ha ritenuto opportuno divulgare linee guida per i media insistendo in più punti sulla situazione che tocca le atlete. Si denuncia il fatto che nella copertura dello sport praticato dalle donne l’attenzione si concentra su questioni terze, molto spesso legate all’aspetto fisico, mentre prestazioni e risultati, quando ottengono spazio, arrivano solo dopo. Come riportato nel documento del Cio, secondo Anna Watkins, canottiera britannica doppio oro ai Giochi di Londra del 2012: «Gli uomini non sono immuni da commenti sul loro aspetto fisico, ad esempio quando indossano costumi attillati, ma le donne ne sono più colpite ed è più importante a causa della loro storia di disuguaglianza». Scorrendo il documento, restano impresse le indicazioni relative alle immagini: sì alle raffigurazioni visive attive, autentiche e rispettose; no a immagini passive e sexy di sportive e sportivi che rafforzano gli stereotipi.

… e delle altre donne

Parlare però solo alle atlete sarebbe riduttivo. Nel mondo dello sport le donne entrano da diverse porte: ci sono quelle che lavorano come professioniste negli staff di ogni tipo, le direttrici di gara, quelle che si occupano di comunicazione, ma anche le ’’donne di’’, madri, compagne, fidanzate, sorelle di atleti, come nel caso di Gianluca Scamacca. Se restassimo nel quadro della narrazione italiana di cui parliamo, per capirci dovremmo dire che Scamacca ha fatto doppietta. Testualmente da Sportmediaset: «Scamacca ha già una Dea in famiglia: è la sorella Giulia. Oltre alla fidanzata Flaminia, non è escluso che a vedere le gare di Scamacca ci sarà anche la sorella Giulia, che con le sue forme e la sua sensualità strega i social».

A giudicare dai commenti, in molti notano quanto questo modus operandi sia scorretto: a fare da contraltare ci sono però like, apprezzamenti e condivisioni. Per provare a trovare una quadra viene in soccorso Pierre Bordieu, sociologo e antropologo francese nato nel 1930 e scomparso nel 2002: «[mi stupisce] il fatto che l’ordine stabilito, con i suoi rappor­ti di dominio, i suoi diritti e i suoi abusi, i suoi privilegi e le sue ingiustizie, si perpetui in fondo abbastanza facil­mente, se si escludono alcuni accidenti storici, e che le condizioni d’esistenza più intollerabili possano tanto spes­so apparire accettabili e persino naturali. E ho sempre vi­sto nel dominio maschile, nel modo in cui viene imposto e subito, l’esempio per eccellenza di questa sottomissione paradossale, effetto di quella che chiamo la violenza sim­bolica violenza dolce, insensibile, invisibile per le stesse vittime, che si esercita essenzialmente attraverso le vie pu­ramente simboliche della comunicazione e della cono­ scenza o, più precisamente, della misconoscenza, del ri­conoscimento e della riconoscenza o, al limite, del senti­mento». Per Bourdieu, questo rapporto sociale costituisce un’occasione per cogliere la logica del dominio del maschile, e non del maschio, come è importante sottolineare, perché perpetrato anche da donne.

In breve, gli uomini risultano essere i soggetti che agiscono nel mercato dei beni simbolici; le donne, gli oggetti di scambio. Il corpo femminile è infatti costantemente esposto all’oggettivazione che i discorsi e gli sguardi altrui attuano. Le donne esistono prima e attraverso lo sguardo altrui, in quanto oggetti attraenti. Per dar conto di questo si può fare anche la prova del nove: cosa succede quando una donna è diversa dagli standard di bellezza su cui si basa l’accettazione sociale? Si viene derisi. È il caso di Declan Rice, preso di mira in quanto fidanzato con Lauren Fryer, colpevole di non avere un corpo magro 90-60-90, come piattume vuole si confaccia a uno sportivo.

Le ragazze immagine

Ma non ci sono solo l’elogiato Scamacca e il dileggiato Rice. Altri spettri anacronistici si aggirano sul giornalismo italiano: le ragazze immagine. Qualche mese fa, Michele Criscitiello, direttore di SportItalia, ha parlato della sua strategia per scegliere le ragazze da inserire nei suoi programmi. «La base è che a me serve la bella ragazza», ha commentato, che poi «va istruita». In interventi successivi ha poi sottolineato come per SportItalia passino anche ragazzi, rimettendo la colpa della maggior fama delle donne a chi guarda. La realtà è che per la televisione sportiva si scelgono quasi sempre donne che rientrano in determinati canoni estetici. Talvolta si preferisce formare una donna ritenuta bella, ma impreparata, e non farne lavorare una senza requisiti di bellezza richiesti, ma competente. E no, per gli uomini non succede. E sì, se si guarda solo a un tipo di pubblico, può anche funzionare, perché il sistema si conserva. Ma il pubblico può cambiare.

«Sono un tifoso di calcio, sono uomo, mi piace vedere il calcio e mi piace abbinarlo a una bella donna»: per rispettare fedelmente tutti i cliché a Criscitiello manca citare la birra. Peccato l’abbiano finita durante il mondiale femminile di rugby all’Amex Stadium di Brighton.

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