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La lotta per la vittoria: Olimpiadi e doping

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Vale la pena rischiare la propria vita per una vittoria olimpica? E perché si dovrebbe arrivare a tanto? Il doping, le sue ragioni, la sua (ir)razionalità

L’essere umano anela da sempre alla vittoria. Prima prevalendo sull’altro fisicamente, poi simulando questa prevaricazione con lo sport. Ed è proprio con lo sport, e quindi con la regolamentazione dello scontro, che nasce il fenomeno del doping. Perché vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. Anche a costo della propria vita. Il doping viene definito dall’articolo 1 della legge n. 376 del 14 dicembre 2000 come «assunzione o la somministrazione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche e idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti». Sebbene vi siano testimonianze sull’utilizzo di sostanze dopanti fin dalle prime Olimpiadi nell’antica Grecia, il doping e la conseguente lotta in suo contrasto fecero la loro irruenta comparsa nell’edizione di Roma 1960, quando il ciclista danese Knud Enemark Jensen morì a seguito di una caduta dovuta, come si evinse dall’autopsia, alle sostanze che aveva assunto per migliorare la sua prestazione.

Questo episodio portò il Cio, il Comitato olimpico internazionale, a istituire dei controlli ufficiali ai Giochi invernali di Grenoble nel 1968. Il fenomeno del doping, infatti, fu evidente sin da subito nei Giochi olimpici. Precursori furono gli Stati dell’Europa orientale, primo su tutti la Germania Est, con il caso del pesista Andreas Krieger che nel 1986 vinse un oro agli Europei come Heidi Krieger. Krieger intraprese successivamente un percorso di transizione di genere anche in seguito alla pesante assunzione di ormoni maschili.

Il doping di Stato per la vittoria alle Olimpiadi

Il caso più clamoroso rimane quello degli atleti e atlete russi coinvolti nel tristemente celebre caso di doping di Stato. Le indagini avvennero a seguito di un documentario andato in onda sulla televisione tedesca nel 2014, che portava alla luce un sistema atto alla somministrazione di sostanze dopanti agli atleti di matrice statale. A seguito di questo la Wada, l’Agenzia mondiale anti-doping istituita dal Cio nel 1999, indagò il caso scoprendo anche la complicità dello stesso laboratorio Wada di Mosca. Le misure più pesanti furono prese dalla Federazione di atletica leggera, che revocò i titoli ottenuti tra il 2011 e il 2015. Gli atleti furono anche squalificati da ogni competizione, salvo per quelli riconosciuti come totalmente estranei a qualsiasi sostanza dopante oppure residenti lontani dal suolo russo. Questi ultimi avrebbero potuto partecipare alle competizioni come atleti neutrali.

Ma cosa spinge un individuo ad assumere sostanze dopanti? Prima dell’istituzione di controlli più stringenti, con ogni probabilità era l’impunità a spingere molti a doparsi. In Italia è noto il caso del dottor Francesco Conconi, che tra gli anni Ottanta e Novanta sperimentò su diversi atleti l’utilizzo di steroidi e eritropoietina (conosciuta anche come Epo) per migliorarne le prestazioni. Gli atleti coinvolti, secondo una sentenza del tribunale di Ferrara, sarebbero stati circa 470.

Il caso Alex Schwazer

Con i controlli, doparsi è diventato sempre più complesso, ma non impossibile. È ancora attuale il caso di Alex Schwazer, marciatore italiano che vinse la medaglia d’oro nella 50km di marcia di Pechino nel 2008. Alla vigilia dei Giochi olimpici del 2012 a Londra venne trovato positivo all’Epo e squalificato per tre anni e sei mesi. La condanna verrà poi prolungata fino al luglio di quest’anno a seguito di una presunta seconda positività nel 2016, rendendo impossibile per l’atleta altoatesino la partecipazione ai Giochi di Parigi.

Nel 2023 è uscito per Netflix un documentario in cui Schwazer racconta senza veli la sua storia, dalle vicende personali ai casi giudiziari, alcuni dei quali ancora in corso. Schwazer riconosce la sua colpevolezza per la prima condanna, affermando che avrebbe «preferito arrivare quinto dopandomi che primo senza doparmi». Questa affermazione trova radice in due ragioni: la prima è il successo nei Giochi, che ha reso l’atleta demotivato e senza più un chiaro obiettivo. La seconda ha a che fare con lo strapotere degli atleti russi, che era sotto gli occhi di tutti, così come era chiaro che ci fosse qualcosa che non andava. Giocare ad armi impari sarebbe stato motivo di frustrazione e rabbia.

Non è chiaro quanto siano efficienti allo stato attuale i controlli. Quel che è certo è che gli unici laboratori che possono testare gli atleti e le atlete professionisti sono quelli accreditati dalla Wada. Questo per evitare che gli atleti e i loro staff possano capire come passare i controlli procedendo per tentativi, come è avvenuto in parte nella sede Wada di Mosca nel decennio scorso.

Quale futuro per lo sport pulito? Dopo i casi degli ultimi anni, sembra sempre più complesso eludere i controlli. Come conseguenza, sempre meno atleti sono portati a tentare di migliorare le loro prestazioni con sostanze non consentite. Eppure, la sensazione è che questo non basti. Perché una volta raggiunto l’obiettivo, l’essere umano non si accontenta, vuole sempre altro. Anche a costo della sua stessa vita.

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