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Il sogno dell’Europa attraverso lo sport: le storie degli atleti della Squadra Olimpica Rifugiati

L’Unhcr stima che al mondo ci siano 114 milioni di rifugiati, molti dei quali cercano in Europa una vita migliore. Tra loro anche tanti sportivi, che dal 2016 possono partecipare ai giochi olimpici con la Squadra Olimpica Rifugiati. Ne abbiamo parlato con Cindy Ngamba, qualificata a Parigi 2024 nella boxe, e Alireza Abbasi, apolide residente in Iran qualificato nel taekwondo

Ci sono bambini che viaggiano per terra e per mare, famiglie che si spezzano e qualche volta si ricompongono altrove, uomini e donne che lasciano tutto per una seconda possibilità perché sanno che c’è un luogo dove non saranno perseguitati per la loro fede, dove la loro vita non sarà in pericolo o dove, semplicemente, potranno dare forma alle loro ambizioni. Per tanti, ancora oggi, questo luogo è l’Europa, visto come un approdo sicuro per raggiungere le proprie aspirazioni e lasciarsi indietro realtà drammatiche. L’aumento di guerre in tutto il mondo, le disuguaglianze sociali e il gran numero di persone in fuga dai loro luoghi di nascita sono stati alcuni dei motivi per cui il Comitato olimpico internazionale (Cio), a partire dai Giochi di Rio 2016, ha deciso di creare la Squadra Olimpica Rifugiati.

Un’occasione per tutti coloro che, non avendo più il loro Paese di nascita a rappresentarli, hanno potuto ugualmente partecipare al più grande evento sportivo. Una svolta epocale che ha riscosso successo e, così, la squadra ha aumentato anno dopo anno i suoi membri, prendendo parte anche a Tokyo 2020 e, quest’estate, a Parigi 2024: sono in corso le qualificazioni, ma si prevedono numeri ancora maggiori dei precedenti grazie anche alle tante borse di studio fornite dal Cio agli atleti. Una collaborazione fruttuosa tra il massimo organismo sportivo mondiale e i nuovi Paesi di accoglienza, molti dei quali si trovano proprio in Europa.

A marzo la camerunense Cindy Ngamba è diventata la prima rifugiata a conquistare il pass olimpico nella boxe. Un risultato eccezionale per la venticinquenne, che da quando ha 11 anni vive nel Regno Unito, a Bolton. «Ho lasciato il Camerun per un futuro migliore», spiega, «e sono andata in Inghilterra con il mio fratello maggiore Kennet perché il nostro papà era già lì». Inizia così per la famiglia Ngamba una nuova vita con molti sogni, ma anche qualche difficoltà, soprattutto nei primi tempi. «Quando sono arrivata ho dovuto superare la barriera linguistica, perché allora non sapevo parlare l’inglese. Un’altra sorpresa è stato il clima, molto più freddo rispetto al Camerun. Imparare lo stile di vita inglese è stato complicato, ma quando cresci e ti mischi con la popolazione locale ti ci abitui presto».

Il percorso di inserimento è graduale ma costante ed è visto con gli occhi di una bambina che percepisce quasi sempre solo il buono attorno a lei. «Qui mi sono sempre sentita trattata bene perché faccio parte di una generazione in cui la diversità viene accettata. Sono andata a scuola, al college e all’università in Inghilterra e ho passato lì tutta la mia adolescenza e l’età adulta: per questo oggi mi vedo come una cittadina inglese a tutti gli effetti».

Lo sport, nel suo caso, ha avuto un ruolo importante sia come strumento di inclusione sia come mezzo di realizzazione personale. Cindy, infatti, inizia a giocare a calcio nei Bolton Lads, poi decide di mettersi alla prova con la boxe grazie a insegnanti che vedono in lei un talento e le propongono allenamenti sempre più intensi. I risultati cominciano a vedersi presto e, insieme ai miglioramenti tecnici e fisici, arrivano anche le vittorie prima in campo regionale e poi in campo nazionale.

Nel 2019, però, incontra una serie di problemi burocratici che mettono in crisi quella vita così stabile che aveva costruito. «Dopo il college ho dovuto prendere due anni di pausa dagli studi perché mi sono accorta di non avere tutti i documenti necessari per l’iscrizione all’università, come il passaporto. Quando sono arrivata in Inghilterra ero solo una bambina, non sapevo nulla di carte e regole, ma quando sono cresciuta ho capito che i miei documenti non erano a posto. Per questo, dopo avere compiuto 18 anni, andavo regolarmente all’ufficio immigrazione della mia città per risolvere la situazione, ma un giorno, proprio mentre aspettavo un appuntamento, sono stata arrestata, ammanettata e portata in un centro di detenzione femminile a Londra, dove c’erano donne e bambini: alcuni di loro erano lì da mesi, altri sarebbero stati addirittura rimandati nei loro Paesi. Ero sola e ho avuto molta paura di perdere tutto, ma per fortuna il giorno dopo sono stata rilasciata e messa su un treno per tornare a Bolton».

Conclusa questa esperienza traumatica, Cindy Ngamba nel 2020 ottiene lo status di rifugiata: tornare in Camerun per lei sarebbe oltremodo rischioso perché è dichiaratamente gay e nel suo Paese l’omosessualità è un reato punibile con la reclusione. Nel 2025 potrà fare domanda per la cittadinanza inglese, ma intanto un primo grande risultato lo ha già messo al sicuro: la partecipazione ai Giochi Olimpici di Parigi 2024 con la Squadra Olimpica Rifugiati. «Questo gruppo è una famiglia e io ne sono diventata parte grazie a una borsa di studio ottenuta per i risultati raggiunti nel pugilato. Siamo tanti in tutto il mondo, e così ognuno di noi ha l’opportunità di raggiungere i propri traguardi e andare lontano».

Parigi per lei sarà una doppia emozione perché parte della sua famiglia vive nella capitale francese, a cominciare dalla mamma. «Lei all’inizio non voleva che io facessi pugilato per paura che mi facessi male, ma adesso è entusiasta e non sta nella pelle. Tutta la mia famiglia è orgogliosa di me, so che mi supportano ed è bello pensare che mi vedranno dal vivo». La finale olimpica della gara di boxe femminile pesi medi, quella che la vedrà protagonista, è in programma il 10 agosto nella suggestiva location del Roland Garros. «Adesso mi sto allenando e devo lavorare sodo. Sono al settimo cielo per essermi qualificata e per essere la prima tra i rifugiati ad averlo fatto nella boxe. Il mio desiderio più grande, come quello di tutti, è di vincere l’oro e ce la metterò tutta».

Oltre al sogno sportivo c’è anche un progetto di vita che continua e che prosegue parallelamente alla carriera da atleta. Cindy, infatti, ha studiato criminologia all’università e l’anno scorso si è laureata. Spera in futuro di lavorare nel settore pubblico e di farlo proprio in Inghilterra. Se le si chiede dove vivrebbe, se potesse scegliere tra qualsiasi luogo, la sua risposta è immediata: «Preferirei sempre e ancora il Regno Unito. Penso che l’Europa abbia così tante opportunità per tutti: nonostante gli ostacoli c’è sempre una luce in fondo al tunnel, e io sento che la sto iniziando a vedere adesso».

La storia di Cindy Ngamba è quella di tanti come lei, che hanno lasciato il Paese di nascita, hanno lottato per ricostruire una vita con più possibilità in Europa, si sono ambientati in condizioni molto diverse e adesso sono grati per quello che hanno ottenuto e per avere trovato chi ha saputo dare loro un’altra chance.

Tra i rifugiati, però, c’è anche chi non ha ancora compiuto quel passo, ma è pronto a farlo, come Alireza Abbasi, taekwondoka nato nel 2003 in Iran, ma senza passaporto. Secondo le leggi in vigore, infatti, essendo figlio di genitori afgani non può avere la cittadinanza. «Mio padre è arrivato in Iran ben 43 anni fa», racconta, «ma questo non basta. E non posso neanche andare in Afghanistan per la situazione che c’è lì. Ho continuato ad allenarmi in Iran, nonostante io viva praticamente come un immigrato, con tutte le difficoltà e i problemi che ne derivano». Per questo motivo, anche lui sogna di andare via, in uno Stato che possa accoglierlo e riconoscerlo. Intanto ha scoperto la possibilità di entrare nella Squadra Olimpica Rifugiati e si è guadagnato un posto a Parigi 2024. «Questo era uno dei miei più grandi obiettivi, adesso mi concentrerò su questo appuntamento e poi penserò al mio futuro, che immagino altrove, magari in Europa».

Sia Cindy che Alireza proveranno a vincere la prima medaglia a cinque cerchi degli Atleti Olimpici Rifugiati, ma anche a catalizzare l’attenzione del mondo e a fare vedere che ci sono atleti che mettono in gioco molto più di una prestazione sportiva. Lo faranno pensando anche a chi a quel progetto non è riuscito a partecipare, come Samia Yusuf Omar, velocista somala che nel 2008 ha partecipato ai Giochi di Pechino, ma quattro anni dopo è morta tragicamente nel mar Mediterraneo mentre cercava di raggiungere le sponde dell’Italia, dove sperava di trovare un allenatore che la aiutasse a qualificarsi per Londra 2012.

Per un’Europa che accoglie, c’è anche un’Europa irraggiungibile; per un sogno che si realizza, ce ne sono ancora tanti, troppi, che si infrangono.

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