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I conti in tasca. Quanto ci costa l’industria dei mega-eventi

Sperpero di denaro pubblico, sfruttamento del territorio, rischio di corruzione e infiltrazioni criminali. In tutto il mondo l’impatto di Giochi olimpici, Mondiali, Expo si è rivelato insostenibile a livello economico, sociale e ambientale. Allora perché continuare a organizzarli?

«Se proprio vogliamo essere rigorosi, il mega-evento più sostenibile è quello che non viene realizzato». Parla con uno spiccato ma caratteristico accento francese Jérôme Massiani. E non nasconde una certa divertita circospezione quando si serve di un paradossale artificio retorico per illustrare il risultato delle sue ricerche sull’industria dei mega-eventi. «Chiedo scusa», aggiunge subito, «per essermi espresso in modo tanto semplicistico, ma è proprio questa la realtà». 

Basta controllare qualche cifra per accorgersi che il professore, che insegna Economia applicata all’università di Milano-Bicocca, non sbaglia. Edizione dopo edizione, la candidatura, l’organizzazione e lo svolgimento di Giochi olimpici, Mondiali di calcio ed Esposizioni universali si sono rivelate, a dir poco, attività dispendiosissime. In certi casi, le manifestazioni sportive e commerciali hanno aperto voragini nei bilanci pubblici . Per esempio, Atene 2004 quasi spezzò alla Grecia l’osso del collo. Pur di inseguire le sirene olimpiche, il Paese dilapidò 15 miliardi di euro, quattro punti percentuali del suo prodotto interno lordo. Fu soltanto una, insieme a trucchi contabili e spesa pubblica impazzita, tra le cause che precipitarono la fragile economia ellenica, dal 2010 al 2015, nella crisi del debito sovrano. 

Tutta colpa di aspettative irrealistiche. Sempre meno spesso gli introiti generati dal turismo di massa riescono a pareggiare o superare le spese sostenute dai Paesi ospitanti. Almeno per gli eventi sportivi, «non va scartata l’ipotesi», sostiene Massiani, «che queste manifestazioni rappresentino un dispositivo per il trasferimento di ricchezza dai singoli Stati a organismi sovranazionali». Del resto, la fetta più sostanziosa dei ricavi, i diritti tv, spetta di diritto al Comitato olimpico internazionale o alla Fifa. 

Un capitolo a parte riguarda il rapporto costi-benefici delle infrastrutture. Alcune, definite elefanti bianchi, rischiano di non essere completate in tempo a causa di ritardi nelle fasi di progettazione, realizzazione, collaudo e consegna. È il destino toccato in sorte alla Città dello Sport, a Roma. Avrebbe dovuto essere inaugurata in occasione dei Mondiali di nuoto in programma nel 2009, poi ospitati al Foro Italico. E dopo anni di abbandono e degrado, intorno alla vela disegnata dall’archistar Santiago Calatrava in zona Tor Vergata, sorge ora un cantiere per valorizzare l’area in vista del Giubileo 2025. Intanto, il progetto è costato alla collettività 240 milioni di euro. 

Altri complessi, portati a compimento, non se la passano meglio. Parecchi sono condannati a una legacy, un’eredità materiale e immateriale, di cronico sottoutilizzo. È il caso del Nido d’uccello, lo stadio nazionale dentro cui si celebrò la cerimonia di apertura di Pechino 2008. Edificarlo costò alla Repubblica popolare cinese 2,3 miliardi di yuan (all’epoca poco più di duecento milioni di euro) e, ogni anno, per la sua manutenzione ne vengono spesi altri 60 milioni. Di rado, però, ospita eventi in grado di riempire per intero i 90mila posti a sedere della sua capienza e di generare ricavi significativi. 

Per Massiani, il peccato originale dell’industria dei mega-eventi risiede negli studi d’impatto. Si tratta di documenti commissionati dalle istituzioni a team di economisti, che provano a misurare ex ante i potenziali effetti positivi con l’obiettivo di valutare la fattibilità di un mega-evento attraverso modelli predefiniti. «Quello più utilizzato è il sistema input-output». Tuttavia, questo presenta alcuni limiti: viene adoperato per mancanza di tempo, di risorse e di informazioni disponibili, è costruito secondo criteri troppo larghi e tende perciò a sopravvalutare il risultato finale. 

«Man mano che, ex post, emergono dati più dettagliati», spiega, «il metodo diventa più preciso». E le cifre finiscono per essere corrette al ribasso. «Un gruppo di studiosi», racconta, «si è occupato di rilevare l’impatto dei Giochi olimpici di Sydney 2000. Sia prima dell’evento, nel 1996, sia subito dopo, a intervalli regolari: nel 2005, nel 2010 e nel 2015. Il progressivo aggiustamento delle stime, inizialmente positive, ha permesso loro di stabilire che per l’Australia i Giochi sono risultati svantaggiosi». Altro che vettore di sviluppo diffuso. 

Quanto agli effetti sociali, i mega-eventi alimentano dubbi pure sull’opportunità di dare origine a processi di rigenerazione urbana. In un tessuto urbano, la costruzione di uno stadio o di un centro fieristico altera inevitabilmente l’equilibrio esistente in nome di una diversa messa a valore dello spazio. In altre parole, la massiccia riqualificazione di un territorio richiede una maggiore domanda di servizi che, a sua volta, si traduce in un’impennata del prezzo del metro quadro che, presto o tardi, cambia la composizione demografica originaria. 

Persino per Barcellona 1992, spesso e volentieri indicata come occasione spartiacque nel ridefinire fisionomia e vocazione dell’intera Catalogna, 620 famiglie furono ricollocate per eseguire gli interventi di modifica urbanistica del capoluogo. Nei sei anni successivi, nella città il prezzo del metro quadro crebbe dal 139 per cento al 149 per cento. Malgrado cambino numeri e modalità d’intervento a seconda del Paese, il rapporto di stretta funzionalità tra mega-eventi e trasformazione del territorio resta. A discapito del diritto alla casa.

A vantaggio di chi? Soprattutto delle imprese che operano nel settore edilizio. «Uno tra i più permeabili alle infiltrazioni da parte della criminalità organizzata», avverte Michele Riccardi, vicedirettore di Transcrime. I dati dell’osservatorio dell’università Cattolica di Milano lo confermano: il 30 per cento delle società confiscate dal 1983 al 2012 si occupava di costruzioni. Sebbene il dato non sia recente, per Riccardi il peso dell’edilizia non è affatto diminuito nella diversificazione del portafoglio finanziario delle mafie. La capacità delle cosche di fare affari grazie ai mega-eventi, più che un rischio, è una certezza. 

Per saperne di più: cos’è Transcrime

Transcrime è il centro di ricerca interuniversitario costituito dall’università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Alma Mater Studiorum di Bologna e dall’università degli Studi di Perugia. È diretto da Ernesto Ugo Savona, professore di criminologia presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha sede a Milano e ha uno staff composto da ricercatori accademici, ricercatori a contratto, dottorandi, interni e personale amministrativo. Nel corso degli anni il centro si è occupato di analisi dei fenomeni criminali, valutazione di politiche per la prevenzione del crimine, analisi e identificazione delle opportunità criminogene nella legislazione. Inoltre, Transcrime conduce attività di formazione su vari temi destinati a utenti del settore pubblico.

«Almeno in Italia», continua, «questi progetti permettono infatti di concentrare un robusto volume di investimenti su procedure d’appalto gestite spesso secondo una logica d’emergenza, con controlli abbastanza allentati». Per la stessa ragione, l’ombra dei reati contro la pubblica amministrazione si è allungata sui Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 poco più di un mese fa, quando la procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati i nomi di tre persone, tra cui un funzionario e l’ex amministratore delegato della fondazione organizzatrice, per i reati di corruzione e turbativa d’asta. 

A conti fatti, si ritorna al punto di partenza. Un’edizione dei Giochi, un Mondiale o un Expo non servono a nessuno se non a chi li prepara, promuove e partecipa. Il malinteso sulla loro utilità nasce dal pronome collettivo con cui ogni governo prova a convincere della bontà dell’iniziativa le rispettive opinioni pubbliche: «noi». Si allude a una prima persona plurale del tutto diversa da quella comunemente intesa. Per i potenti della Terra una competizione sportiva è un’occasione irripetibile per tenere un incontro informale, esercitare il soft power proprio e, per esteso, del loro Paese e testare le armi della diplomazia culturale. Dimenticate atleti, discipline, gare e record: in un mega-evento il vero spettacolo avviene lontano dai riflettori, nella tribuna delle autorità.

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