Nel caldissimo agosto 2024, Riccardo Magi, deputato e segretario di +Europa, entra nel Tavolo asilo e immigrazione (Tai) e propone il referendum per ridurre da dieci a cinque gli anni di residenza legale per richiedere la cittadinanza italiana, che si terrà l’8 e il 9 giugno 2025. «Io ero in vacanza», ride Fioralba Duma, segretaria e tesoriera di Italiani senza cittadinanza e coordinatrice degli italiani all’estero della campagna per il referendum. Duma ritorna seria: quello che le preme sottolineare è il silenzio stampa generale calato sul voto al referendum. Il rischio principale da evitare è che non si raggiunga il quorum del 50 per cento più uno di italiani alle urne. «Noi avevamo richiesto che i referendum fossero abbinati con il primo turno delle elezioni amministrative, quindi il 25 e 26 maggio», aveva dichiarato lo stesso Magi.
«In un universo parallelo in cui bastano cinque anni, io che non ho ancora la cittadinanza a causa del reddito avrei potuto averla». La crisi economica del 2009 non sarebbe arrivata a gravare sullo stipendio della madre di Fioralba Duma. E a loro, arrivate in Italia dall’Albania nel 2001, forse sarebbe bastato quel tempo per diventare cittadine italiane anche a livello di documenti. Se non hai la discendenza italiana – per la quale il governo ha annunciato il 28 marzo scorso una stretta: il nuovo limite necessario è un genitore o un nonno nato in Italia – oggi per ottenere la cittadinanza servono un decennio (prolungato da ritardi burocratici lunghi anche anni) di residenza senza interruzioni e un minimo di reddito percepito. Sono criteri stringenti che colpiscono più di un milione di persone nate in Italia o arrivate da piccole, senza un legame di sangue con il Paese. «Io vedevo i miei amici e compagni di università andare in Erasmus e non potevo farlo», commenta Duma.
Per tutte quelle persone italiane senza cittadinanza, quel freddo numero “dieci” è un accatastarsi continuo di situazioni mortificanti. Da quelle che furono le impronte digitali con l’inchiostro in questura a ogni rinnovo del permesso di soggiorno, con bambini che andavano a scuola con le dita macchiate del timbro di una discriminazione tangibile. Una condizione che adesso si è invisibilizzata, ma che persiste nei giorni di lezioni saltati per fare la fila di fronte alle questure per i documenti. O ancora, nelle gite all’estero precluse. E infine, nei periodi di studio in Erasmus a cui rinunciare sotto la minaccia di una residenza in Italia non continuativa.
«Quando abbiamo organizzato il primo flash mob era il 13 ottobre 2016: ci chiamavamo Fantasmi per legge». Quello stesso giorno nacquero tre pilastri: i flash mob, il rapporto con la politica tramite una conferenza stampa alla Camera dei deputati e la ricerca di spazio mediatico attraverso il racconto delle loro storie di vita. «Mi invitavano a parlare nei programmi e dietro di me c’erano le foto degli sbarchi. Oggi, la situazione è cambiata, si è capita la questione delle nuove generazioni», racconta Duma. Nonostante questo, la lotta per la riforma della legge 91/1992 va avanti da dieci anni. Nel 2017 c’è stato il potente affossamento della riforma: approvata alla Camera nell’ottobre del 2015 dal governo guidato dall’allora Partito democratico di Matteo Renzi, il voto al Senato è stato rinviato per due anni, fino al 23 dicembre 2017, quando la presidenza era passata a Paolo Gentiloni (Pd). Quel giorno, a pochissimo dalla scadenza della legislatura, la maggioranza dei voti a favore si sarebbe potuta ottenere, ma le assenze in Parlamento decretarono la fine del processo di riforma. La fondatrice del movimento, Paula Baudet Vivanco, disse: «Abbiamo perso la fiducia nei nostri rappresentanti in Senato e al governo, ma non abbiamo perso la fiducia nell’Italia di oggi». E firmò l’appello Presidente, non lasciateci soli ancora una volta, rivolto a Sergio Mattarella.
Oggi il percorso per la cittadinanza di tanti italiani di fatto prosegue, dopo essere nato anche dall’intuizione sullo strumento dello Spid da parte dell’allora portavoce del movimento, oggi scomparso, Omar Neffati. «Capì che con lo Spid tutti avrebbero potuto votare e un po’ si ossessionò», dice Duma con un sorriso. Proprio Neffati, durante il Festival della Migrazione del 2022, offrì uno sguardo fresco sul tema delle nuove generazioni, che oggi, di fronte ai fenomeni di razzismo istituzionale e profilazione razziale sempre più presenti, è più che mai attuale: «Invece di parlare di integrazione, dobbiamo iniziare a parlare di ben altro. Noi siamo già integrati, questa è già casa nostra, per quanto ci soffriamo, per quanto sia una terra bellissima e disgraziata. Dobbiamo parlare di inclusione. E l’inclusione parte dall’accesso universale alla cittadinanza per chi nasce e cresce in questo Paese».



