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Le occupazioni abitative come pratica di resistenza

Pratica di resistenza: alcune organizzazioni e associazioni definiscono così la loro attività di occupazione. Ne abbiamo parlato con alcune di loro

Quando si varca il cancello rosso di via Santa Croce in Gerusalemme 55, a Roma, ci si ritrova in uno spazio di coworking pieno di persone intente a scrivere qualcosa al computer o a discutere tra loro, sedute a tavoli disposti a semicerchio. È uno dei primi spazi che si incontrano a Spin Time, uno stabile la cui occupazione è nata con il prevalente scopo abitativo ma che oggi è tra i principali poli socioculturali della città. Le dimensioni di questo immobile sono difficili da cogliere da fuori: un edificio che si sviluppa su nove piani, circa 16mila metri quadrati, casa per circa quattrocento persone di ventisei differenti nazionalità e sede di oltre trenta associazioni e organizzazioni. In passato, il complesso ospitava gli uffici dell’Inpdap, Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica.

«L’occupazione di Spin Time è iniziata per caso, perché ci avevamo già provato altre volte ma era un edificio chiuso molto bene e difficile da penetrare». Andrea Alzetta, più conosciuto con il soprannome di Tarzan, è il leader di Action-Diritti in movimento e fondatore di Spin Time Labs. Tra il 2012 e 2013, a seguito di una modifica dei criteri di accesso alle case popolari sotto l’amministrazione Alemanno, più di 40mila famiglie erano rimaste senza la prospettiva di un’abitazione del comune e l’emergenza si era riversata negli sportelli dei vari movimenti di lotta per la casa. Tra questi anche Action che, come racconta Andrea, «a ogni ondata emergenziale rispondeva con l’occupazione di una serie di immobili, per mettere pressione all’amministrazione romana e ottenere case popolari».

Ma nel 2013, con l’occupazione di Spin Time, è nato qualcosa di inaspettato e nuovo, anche per gli stessi protagonisti: un modello di lotta all’emergenza abitativa e per la rigenerazione urbana

«Quella di Spin Time sarebbe dovuta essere un’occupazione tradizionale, ma da subito non lo è stata. Quando poco dopo sono venuti a sgomberarci è stato impossibile: c’erano ormai più di mille persone dentro l’edificio. E così è iniziata quest’avventura, un pezzetto alla volta. L’edificio era distrutto, tutte le persone che ci vivevano dentro hanno fatto i muratori. Il primo anno si viveva soltanto al primo piano mentre si metteva a posto il secondo, e così via».

Questa realtà dura da ormai più di dieci anni e cerca di rispondere non solo all’emergenza abitativa, ma anche alla mancanza di luoghi di aggregazione per la popolazione, inserendosi in un vuoto sociale che il quartiere Esquilino aveva la necessità di riempire. Tutto è cambiato dopo qualche anno, quando le associazioni hanno iniziato a riflettere su quello che sarebbe stato il futuro di quel luogo. «Abbiamo iniziato a pensare che forse avremmo dovuto smettere di occuparci solo dell’emergenza abitativa. Sì, rispondevamo a un bisogno dei più deboli, ma così facendo rimanevamo isolati e non ci aprivamo a nessun tipo di dialogo con altri pezzi di società: in questo modo non ci saremmo mai messi in movimento e non saremmo andati da nessuna parte». Per cambiare in maniera strutturale le cose non bisognava chiudersi, ma aprirsi alla città.

«Così facciamo una cosa che ci è sembrata naturale: colleghiamo il tema dell’abitare a tutte le tematiche legate al welfare, come l’accesso alla cultura, all’istruzione, alla salute e quant’altro. E quindi proviamo a ragionare su come, invece di fare un ghetto chiuso militarmente, Spin Time dovesse aprire le porte di via Santa Croce». Da qui nasce la suddivisione degli spazi e delle attività all’interno dell’edificio: dal terzo piano in su vivono le famiglie e gli spazi vengono destinati a dinamiche di assistenzialismo, di servizi di vario tipo, di produzione culturale. Ed è proprio qui che Scomodo, giornale giovanile fondato nel 2016, stabilisce la sua redazione.

«Avevamo questa idea, questo obiettivo: costruire una comunità aperta, solidale e accogliente. E lo volevamo fare identificando quelle che erano le necessità del quartiere, della città». Ed è proprio quello che Spin Time è riuscito a fare, attraverso la collaborazione tra organizzazioni, movimenti e cittadinanza. Ed è il motivo per cui ancora oggi questa realtà esiste, o meglio resiste. Anche a politiche sempre più restrittive.

Pur non esistendo dati ufficiali rispetto al numero di immobili occupati, Confedilizia nel 2018 stimava che circa 92 stabili, di cui 66 a scopo abitativo, fossero in questa situazione in tutta Italia. Oggi questa stima sembra essere rimasta più o meno invariata, con circa 12mila persone che vivono in situazioni definite di «illegalità abitativa». Eppure, mentre i dati sembrano immutati, sono sempre più le città in cui sono avvenuti sgomberi a tappeto, condotti con brutalità, e tanti i politici che hanno usato questi atti di lotta al «disordine pubblico» per il loro tornaconto. Ne è un esempio Bologna, che dal 2015 al 2019 ha visto sgomberati alcuni centri sociali o realtà costruite a scopo abitativo, tra cui Xm24, Làbas ed ex Telecom. Nel caso del Làbas, il centro sociale che occupava un’ex caserma dei Carabinieri in disuso da anni, gli abitanti del quartiere sono scesi in strada a protestare contro il provvedimento comunale, riuscendo a ottenere un altro spazio in cui poter continuare le proprie attività. Anche nel caso di questa realtà si era cercato di costruire un luogo di aggregazione per la città, uno spazio in cui poter accedere a servizi e poter costruire un progetto di comunità solidale.

Oggi le storiche occupazioni a scopo abitativo del capoluogo emiliano non esistono più, ma l’emergenza abitativa rimane la stessa. Soprattutto con un mercato immobiliare con prezzi in continuo aumento e lo sviluppo di piattaforme sempre più numerose per gli affitti a breve termine. Infatti, nel panorama del turismo di massa, in cui da qualche anno è rientrata anche la città di Bologna, gli effetti delle piattaforme come Airbnb agiscono sul mercato immobiliare riducendo l’offerta abitativa di lungo termine e aumentando il costo degli affitti. Un fenomeno che oltre a mettere in crisi migliaia di persone, primi fra tutti i fuori sede o i più poveri, sta arrivando all’estremo: uno studio pubblicato dal Guardian denuncia che in alcune parti del Regno Unito una casa su quattro è un alloggio Airbnb.

«Questa occupazione di via de’ Carracci 63 nasce dalla volontà di opporsi alla svendita del suolo pubblico». Così racconta Giovanni Curci di Plat-Piattaforma di intervento sociale, che da anni lotta nel panorama di Bologna per cercare di dare una risposta all’emergenza abitativa. L’immobile occupato è, infatti, di proprietà dell’Azienda casa Emilia-Romagna (Acer) ed era destinato a case popolari. «È necessario opporsi a questa svendita soprattutto ora, con l’emergenza abitativa che attanaglia la città in una maniera devastante e l’esponenziale incremento degli sfratti. Questa occupazione vuole essere un po’ una risposta in questo scenario qui, un’alternativa possibile rispetto ai problemi che ci sono».

Come lo stabile in via Santa Croce, anche via de’ Carracci presentava grossi problemi strutturali. «Qui dentro vivono centodieci persone, di cui quaranta minori» continua a raccontare Giovanni mentre entriamo nell’edificio. «Quando è iniziata questa esperienza tante persone sono entrate con i caschetti in testa, a lavorare per sistemare questo immobile. La verità è che sono troppi gli stabili che vengono lasciati vuoti anche solo per cavilli burocratici».

Tra le varie cause di questa emergenza abitativa rientrano anche i parametri di accesso alle case popolari, che hanno portato all’esclusione di centinaia di famiglie. «Sono tantissime quelle che rimangono tagliate fuori dalle graduatorie. Si tratta per la maggior parte di persone che lavorano con contratti a tempo indeterminato, ma magari guadagnando settecento, ottocento euro al mese», continua Giovanni. «Come si può pensare che si riesca a mantenere una casa e una famiglia con uno stipendio così basso? Eppure, spesso superano la fascia di reddito per l’accesso alle case popolari e sono quindi esclusi dalle graduatorie, rimanendo intrappolati in una zona grigia. E stiamo parlando di uomini e donne che lavorano, si fanno un mazzo tanto però si ritrovano a dormire in macchina o per strada, magari insieme ai loro figli».

Negli ultimi anni l’emergenza abitativa sembra essere diventata un argomento escluso dalla politica e riservato soltanto ai movimenti popolari che hanno deciso di rispondere con azioni di occupazione di immobili abbandonati o dismessi. Ma, oltre alla necessità di avere un letto in cui dormire e un tetto sopra la testa, alle volte ci si dimentica di come la vita di un essere umano sia molto più complessa e bisognosa di tante cose. Come racconta Andrea, con Spin Time si è cercato di dare risposta anche a questo, una volta risolta la questione emergenziale di una casa, provando a costruire un apparato sociale e culturale che permettesse agli abitanti di via Santa Croce di condurre una vita dignitosa, in grado di rispondere alle loro varie necessità. «Perché il punto è che un uomo non ha bisogno solo di una casa, ma anche di dignità, di lavoro e di essere felice».


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