Le case sono il teatro della vita delle persone. Secondo gli studiosi, all’interno di esse si passa circa il 90 per cento della propria esistenza. Di questo scrive Francesco Bianconi in Atlante delle case maledette, edito da Rizzoli nel 2021. Attraverso un viaggio introspettivo nelle case dove ha abitato, Dimitri, il protagonista, racconta la propria esistenza. Si tratta di un processo di ingegneria inversa insolito, che parte dal contenitore per parlare del suo contenuto.
Appena nati non si fa caso a dove si vive. Le quattro mura che custodiscono le prime memorie sembrano essere una suppellettile trascurabile quando si ripensa ai ricordi degli anni d’infanzia. Solo con la maturità ci si accorge di come ogni singola stanza, ogni muro, ogni colonna avesse un ruolo imprescindibile nella costruzione di sé. È così per la stanza in cui si giocava, teatro di infiniti scenari originali che solo un bambino può partorire. Oppure per la casa dei nonni, luogo dei doposcuola e di ristoro, con il calore unico che trasmetteva. O infine una spoglia casetta nel bosco, ultimo avamposto di civiltà nell’assedio del presente. Le memorie vivono una relazione inscindibile di interdipendenza con i luoghi in cui si sono formate.
Le case sono teatro inconsapevole della vita degli uomini. All’interno di esse si consuma la vita. Il valore dell’abitazione si è palesato con sacralità ancor più alta durante il lockdown imposto dalla pandemia, nel 2020. Milioni di persone in tutto il mondo sono state costrette all’interno delle proprie dimore. Quelli che prima erano solamente luoghi anonimi, muti oggetti che circondavano tacitamente la vita, sono diventati poi, in questa perversa convivenza forzata, compagni di vita, confidenti, amanti. La struttura ha preso vita, sostituendo chi prima, in carne e ossa, ne formava la parte viva dell’esistenza.
In Monumentale, brano dell’album Fantasma dei Baustelle, Francesco Bianconi canta come «i camposanti non hanno rimpianti, sei tu che li covi, li rendi fantasmi». Discorso analogo si può fare con le case, partendo proprio dal titolo del libro. Le case non sono maledette perché possedute. Bensì è l’uomo che, nel renderle luogo sicuro e inattaccabile, costruisce attorno a esse quella che poi diventa una maledizione. La casa diventa luogo sacro e la sacralità porta con sé un peso specifico straziante, che si trasla da persona a persona per poi, infine, sopprimere il sé individuale, rendendo impossibile la scissione tra ciò che si è e dove si vive.
Le case diventano, quindi, senza nemmeno che vi sia la possibilità di accorgersene, luoghi di morte. Succede, come scrive Bianconi, «perché le abbiamo volute santificare, rendere salvifiche e assolute. Ci siamo sentiti bene a starci dentro e a chiudere le porte. Ci siamo chiusi dentro».




