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La casa al tempo del domicidio di guerra: il filo che unisce l’Ucraina a Gaza

La distruzione deliberata e sistematica delle case è un crimine di guerra. Alle Nazioni unite si discute perché diventi un crimine contro l’umanità. Intanto, le popolazioni colpite perdono i propri ricordi e parte della loro memoria collettiva

Alina (nome di fantasia) viene da Kiev. Dopo l’inizio dell’offensiva russa del 24 febbraio 2022 ha preso qualche vestito, alcuni utensili e oggetti sparsi, li ha caricati in macchina ed è partita. Ma dice, e ripete, di essere preoccupata per qualcosa in particolare: «Ho dimenticato i cucchiaini d’argento». Martina De Rocco, assistente sociale e coordinatrice dell’emergenza Ucraina per Intersos, di storie così ne conosce a decine: «Diceva che erano di sua nonna. Raccontava che quei cucchiaini rappresentano la tradizione del ramo femminile della sua famiglia». 

L’argenteria, come le fotografie, i vestiti, gli arredi, i quadri, sono solo oggetti, all’apparenza insignificanti. Succede però a volte che essi siano investiti di un valore emotivo particolare, che li collega a ricordi e li elegge a portatori di memoria. In Ucraina come nella Striscia di Gaza quei simboli vengono distrutti, oppure finiscono sotto le macerie delle abitazioni. È quello che si definisce un evento traumatico. E De Rocco spiega perché la perdita della casa e di ciò che contiene può portare a perdere una parte del sé emotivo, psichico. Tra il 2022 e il 2023 il riemergere dei conflitti ha messo in luce la devastazione delle città sotto i bombardamenti e, con essa, quella delle abitazioni. Così nel 2024, è nata una nuova parola: domicidio. 

Il termine in lingua inglese esisteva già, grazie al libro dei due geografi canadesi John Douglas Porteous e Sandra E. Smith, Domicide: The Global Destruction of Home. Il domicidio indica la distruzione deliberata e sistematica delle abitazioni civili nel corso di un conflitto armato. Il fenomeno si fa risalire al bombardamento della città tedesca di Dresda da parte degli alleati anglo-americani nella Seconda guerra mondiale e si è ripetuto nella storia in città come Guernica in Spagna, Aleppo in Siria, Grozny in Cecenia, nella Cisgiordania occupata da 73 anni. Allora come oggi lo scopo – punitivo – era cancellare la memoria collettiva e annichilire le culture delle popolazioni colpite

In questi casi, spiega Giovanna Bianco, psicologa di Emergency, «la vita dell’individuo viene interrotta senza preavviso, minacciandone il senso di continuità e di sopravvivenza». Bianco, tra marzo e dicembre 2022, ha partecipato al progetto di Balti, in Moldavia, dove una squadra ha fornito cure e assistenza psicologica ai profughi ucraini: «La maggior parte delle persone proveniva da Odessa. Ho visto interi album fotografici delle vacanze dell’anno precedente, mentre facevano il bagno, delle famiglie in spiaggia. Tentavano di ricucire una frattura attraverso i ricordi».

L’evento traumatico ha spesso un effetto compattante per la comunità: «Nelle guerre succede quando le persone si mettono insieme e iniziano a scandagliare le macerie in cerca di corpi vivi o morti. Ma c’è un fattore da considerare: la guerra affama, e quando si ha fame, ma fame davvero, è molto più difficile solidarizzare con gli altri esseri umani». Il pensiero vola alla Striscia di Gaza dove, secondo le dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione europea Josep Borrell al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, la fame è usata come arma di guerra, e dove l’Ufficio dell’Onu per gli affari umanitari (Ocha) ha stimato che più del 60 per cento delle abitazioni è stato raso al suolo – una cifra che si alza all’84 per cento nella zona nord.

Una popolazione allo stremo, privata delle case in cui ripararsi e di che mangiare, non conosce solidarietà. In questo modo si crea un contesto pericoloso, ancora più grave per i bambini, che non hanno ancora maturato i complessi processi del ricordo e per i quali la casa equivale al luogo sicuro. Nell’infanzia e nell’adolescenza «la casa svolge una funzione strutturante dell’io», specifica Bianco: «E il tempo di cui avrà bisogno la popolazione di Gaza per ricucire i propri legami non si misura più in anni, bensì in generazioni». 

A dicembre 2023, l’ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano, Giora Eiland, aveva scritto sul giornale israeliano Yedioth Ahronoth che lo Stato di Israele «non ha scelta se non quella di trasformare Gaza in un luogo dove è impossibile vivere». In Ucraina, nella Mariupol rasa al suolo – il 32 per cento delle case è stato distrutto – e occupata dalla Russia di Putin va avanti un progetto di ricostruzione massiccia degli appartamenti destinati unicamente ai cittadini russi e preclusi agli ucraini che prima li abitavano. È sulla base di parole e azioni deliberate di questo tipo che il relatore speciale delle Nazioni unite sul diritto all’abitare, Balakrishnan Rajagopal, ha presentato a ottobre 2023 un rapporto per inserire il domicidio nei crimini contro l’umanità – non solo, come è ora, nei crimini di guerra – e, in questo modo, poter perseguire e condannare nei tribunali sovranazionali chi lo pianifica.

Perché le Nazioni unite approvino la risoluzione, però, potrebbero volerci anni. Mentre affinché le popolazioni colpite possano tornare alla vita precedente agli attacchi potrebbe non bastare tutta la vita. Lo dimostra il caso di una famiglia proveniente da Kherson, città che il 20 dicembre 2023 è stata bombardata 36 volte. «Anche con gli aiuti internazionali», spiega De Rocco, «tornare in Ucraina vorrebbe dire stare in una situazione precaria per anni in attesa che qualcosa, non tutto, della loro città venga recuperato». Tre bambini, padre dentista nel servizio pubblico e madre con un lavoro particolare: «Allevava api, che si nutrivano con piante aromatiche, per produrre un miele molto buono. Mi dicevano di volersi trasferire nel sud Italia. Volevano andare in uno di quei borghi da ripopolare. Ma nonostante la comunità ucraina sia la quarta in Italia, e abbia perciò una rete di sostegno, non ha i mezzi economici per sopravvivere con i propri risparmi». Ad oggi, la famiglia non è riuscita a spostarsi, così come non è tornata in Ucraina, dove non c’era più nulla ad aspettarla.

«La casa è molto di più di una struttura», ha dichiarato nella sua relazione Rajagopal. «Custodisce esperienze passate e sogni futuri, ricordi di nascite, morti, matrimoni e momenti privati con i propri cari, dentro un contesto che ci è familiare. L’idea di casa è confortante e dà significato alle nostre vite. La sua distruzione è la negazione della dignità e dell’umanità della persona».


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