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In altri Termini: abitare un non-luogo

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A Roma Termini, la stazione più grande d’Italia, ogni domenica sera alcune persone senza dimora si riuniscono attorno a un tavolo per consumare insieme un pasto caldo. A portare il cibo e altri oggetti di prima necessità ci pensano i volontari di MamaTermini

Aeroporti, stazioni, centri commerciali con immensi parcheggi e grandi palazzi pieni di uffici o appartamenti. Cosa hanno in comune? L’antropologo Marc Augé nel suo libro Non-lieux, pubblicato nel 1992, teorizza i non-luoghi: spazi emblematici della modernità, dove le persone passano ma non si fermano e dove è impossibile instaurare relazioni a causa della provvisorietà della propria condizione di passante. Roma Termini, la più grande stazione d’Italia, ne è un esempio perfetto. Eppure, per molti, Termini non è un luogo di passaggio. Non solo. 

Con la Notte della solidarietà del 31 marzo 2023 ha avuto inizio lo studio della popolazione senza dimora a Roma, in collaborazione con l’Istat: nella zona dell’Esquilino sono state censite 168 persone, in una notte. Secondo la più recente indagine Istat, al 31 dicembre 2021 le persone senza dimora in Italia erano 96.197

Una delle parole più frequenti nei titoli di giornale quando si parla di Termini e della sua popolazione senza dimora è «decoro», insieme a «degrado» e «sicurezza». Negli ultimi anni si è diffusa la percezione di un più scarso livello di sicurezza, appunto, e soprattutto le stazioni hanno fatto il possibile per rassicurare chi le frequenta con il miglioramento delle strutture o l’introduzione di maggiori controlli. «Degrado» sembra essere un’etichetta che assomma e banalizza diverse difficoltà, oltre a respingere le responsabilità: povertà, disagio psichico, difficoltà ad accedere alle poche strutture che si occupano di chi è senza dimora. Ci sono stati casi in cui, in nome del decoro, si è arrivati a chiedere alle associazioni di volontari di smettere di portare cibo per i senza dimora nei luoghi da dove si vorrebbero allontanarli, come la Galleria Umberto I a Napoli, che è stata lo scenario di un’operazione “anti-degrado” nel 2022. Un divieto simile ha riguardato anche Roma Termini all’ inizio del 2022. Ferrovie dello Stato aveva risposto che l’azienda è impegnata nella gestione di 18 help center in Italia e dell’Osservatorio Nazionale Solidarietà nelle stazioni, ma che ci sono delle regole da rispettare

«“Decoro” è una parola dal significato equivoco, infatti in altre lingue è difficile tradurla». A parlare è Francesco Conte, ideatore dei progetti TerminiTv e MamaTermini. «Ecco, il “decoro” lo reputo un concetto semplicistico, mistificatorio e superficiale. Termini ha un sacco di bei negozi scintillanti, intorno alla stazione pure ci sono bei locali. Dove ci sono ricchi a consumare ci sono anche i poveri che cercano di carpire un po’ della loro ricchezza: chiedendo, mendicando, talvolta rubando o anche solo guardando. Secondo la logica del decoro, in stazione dovremmo vedere una città diversa da quella che Roma è: una città piena di poveri. “Eh, ma è la vetrina della città”, rispondono, e infatti è piena di vetrine, ma è anche un grande vetro rotto attraverso cui si vedono i detriti di questa città votata al dumping lavorativo e all’assenza di prospettive lavorative decenti. Quando si parla di decoro si dà più importanza al pacchetto che a quello che c’è dentro la scatola».

Si può dare forma e identità a un non-luogo?

«Abbiamo iniziato portando la musica e intervistando i viaggiatori, inclusi i migranti. L’esigenza era quella di un cambiamento di paradigma nel racconto di chi ha background migratorio. L’obiettivo era normalizzare l’essere stranieri», spiega Francesco. 

TerminiTv è un canale online fondato nel 2014 per raccontare la stazione Termini da diversi punti di vista. Lo scopo era raccogliere le storie delle persone che passavano per Termini o di quelle che invece si sono ritrovate a vivere nelle zone circostanti. Le persone senza dimora non sono “invisibili”, come spesso vengono definite, ma è fondamentale raccontarle affinché vengano viste.

Sugli account social di TerminiTv vengono pubblicati video e foto che raccolgono testimonianze, pensieri, opinioni e ricordi delle persone che quotidianamente vivono, lavorano o passano per Termini: negli anni si è creato un archivio storico multimediale di visi e voci. Si tratta anche di un modo per contrastare la freneticità e la provvisorietà che sembra essere intrinsecamente legata a un non-luogo.

Nel 2020, anche come risposta alla pandemia che ha contribuito a peggiorare le condizioni di vita delle persone senza dimora e di quelle già marginalizzate, è nata l’associazione MamaTermini, che ogni domenica sera offre un pasto caldo a chi è senza dimora o in situazione di povertà e si trova nei dintorni della stazione. Attraverso la condivisione del cibo si creano legami tra persone di culture diverse, si condividono storie, alcuni provano almeno per quel momento a uscire dalla propria solitudine e soprattutto dall’emarginazione sociale

«Sono passati quattro anni e non abbiamo mai saltato una domenica, grazie alle centinaia di persone che hanno contribuito in questi anni. Lo scopo è stare insieme, praticare la stazione come luogo di incontro, dove il decoro è sostituito dall’affetto e dalla gentilezza. Cerchiamo poi non solo di servire la cena ma di creare relazioni, aiutiamo con i documenti, per quanto possiamo, siamo un bel gruppo molto variegato, facciamo un giornalino raccogliendo un po’ l’eredità di TerminiTv, ma coniugata con un’azione concreta di costruzione di comunità». 

Guardare gli “invisibili”: hanno facce e voci

Cosa significhi vivere ai margini, non essere preso in considerazione da chi avrebbe la responsabilità sociale di occuparsi delle situazioni di povertà e di disagio? L’ho chiesto a Francesco.

«Conosco varie persone che vivono a Termini da anni, come A., che ci ha vissuto per periodi alterni da 50 anni. La maggior parte delle persone “stabili” sta a Termini da oltre 10 anni», dice. 

«Ci sono tanti nordafricani, soprattutto tunisini, che però non dormono proprio a Termini. La stazione è divisa in zone: c’è quella delle persone che si drogano e che non hanno nulla da perdere, giovani e non. Poi c’è la zona degli africani, ragazzi giovani solo di passaggio, che cercano anche di uscire indenni dai tanti furti che succedono di notte. Poi ci sono persone più solitarie, anche donne, che stanno in stazione da anni e hanno la scorza dura. Sarebbe difficile per me dire che qualcuno in particolare mi ha fatto capire cosa significhi vivere in stazione. Posso dire che ho imparato ad ascoltare e a smettere di fare sempre la stessa domanda: “Come sei finito in strada?”», continua.

«A Termini ho imparato il prezzo umano dello sfruttamento lavorativo di tante persone, soprattutto nei campi a sud di Roma e in provincia di Latina. Poi ho imparato a riconoscere lo sguardo di chi non riesce a guardare il futuro a causa della mancanza di documenti. Però imparare ascoltando è un conto, vivere queste ingiustizie un altro. Soprattutto, ogni storia è diversa: c’è l’ex prostituta osteggiata dai fratelli, che non è riuscita a ereditare la casa della madre ed è finita in stazione. Ci sono figli o genitori di qualcuno morto in un incidente stradale la cui vita è cambiata da quel giorno. Per queste persone la stazione è l’ultimo pezzo di società che possono frequentare».

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