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Il conflitto israeliano e l’istruzione negata in Palestina

A Gaza la situazione umanitaria è drammatica e anche nei territori palestinesi occupati il diritto all’educazione è sotto attacco. Amnesty International ha redatto un rapporto secondo cui le autorità israeliane stanno mettendo in atto un sistema di discriminazione nei confronti dei palestinesi che vivono nelle zone sotto il loro controllo

«Gaza potrebbe essere un luogo felice per trascorrere l’infanzia. Ma, da quando ne ho memoria, Gaza non è un luogo come altri. Lo è stato, a tratti. La gente lo è. Persone comuni che affrontano le proprie sfide quotidiane come tutti. Ma a Gaza da quando sono nato, quarantacinque anni fa, ci sono stati convogli militari israeliani per le strade, recinzioni che impediscono alle persone di uscire da 360 chilometri quadrati di terra, periodici bombardamenti. Crescere in questo contesto, parlo della mia esperienza di vita, è complicato. Certi episodi sono difficili da superare, anche a distanza di anni».

Youssef, nato a Gaza, lavora come project manager nella Striscia per Educaid, Ong italiana che si occupa di fornire supporto alle fasce più deboli di comunità il cui territorio è colpito da guerre e crisi climatiche o sociali. 

In particolare, Educaid realizza progetti educativi e ricreativi rivolti a specifiche categorie di minori con lo scopo di supportarli nel far fronte alle difficoltà del quotidiano. Per ospitare queste attività, nel 2012 ha finanziato l’ apertura di un centro di empowerment per persone con disabilità. Come gran parte delle strutture e dei progetti presenti all’interno della Striscia, anche questo centro è andato distrutto dai bombardamenti israeliani che continuano incessanti dal 7 ottobre.

«C’è un episodio in particolare che non dimenticherò mai della mia infanzia nella Striscia. Stavo tornando da scuola, con un grande zaino sulle spalle. Avevo sette anni. In quel periodo, parlo degli anni Ottanta, i militari israeliani presidiavano le nostre strade. Erano soliti prendere di mira anche i bambini, praticando violenza verbale e fisica contro di loro, senza alcun ragionevole né evidente motivo, durante il tragitto tra casa e scuola. Erano azioni intimidatorie preventive. All’epoca ero con cinque o sei compagni di scuola quando un gruppo di militari israeliani ci buttò a terra e ci picchiò. Mi diedero un forte calcio nel petto, la sensazione fu quella di non poter più respirare. Una sensazione angosciante che ancora rivivo, parlandone».

«Nonostante il dolore riuscii a scappare, probabilmente grazie all’adrenalina. Mi venne istintivo. I militari fecero quello che spesso facevano in situazioni simili: entrarono nelle abitazioni circostanti, ribaltando mobili e sequestrando persone. Vennero anche a casa di mia madre, dove nel frattempo ero tornato, con il volto coperto di lacrime e i vestiti sporchi di terra. Appena rientrato, mia sorella mi chiuse dentro l’armadio per nascondermi e proteggermi. I militari ribaltarono i mobili, intimidirono mia madre e portarono via uno dei miei fratelli maggiori, di dieci anni più grande di me, che stava imbiancando il salotto di casa. Rimase in carcere per tre giorni, senza alcun motivo. Io invece, dopo più di sei ore, ero ancora chiuso nel mio nascondiglio. Mio padre era già morto e mia madre si occupava di dodici figli. Dopo l’incursione dei militari, mia sorella si era dimenticata di avermi chiuso lì dentro. Io non avevo chiesto aiuto. Cercavo di respirare senza emettere il minimo rumore e tremavo ancora».

«Sono episodi come questo, se non molto peggiori», continua a raccontare Youssef, «che segnano la vita di un bambino a Gaza. In seguito, per anni non sono riuscito a comprendere il motivo di ciò che avevo involontariamente causato alla mia famiglia e provavo un grande senso di colpa nei loro confronti. Normalmente, quando torna da scuola, un bambino non rischia di affrontare situazioni del genere, ma nella Striscia sì. Nonostante le numerose difficoltà, mia madre è comunque riuscita a crescerci dignitosamente, invitandoci a proseguire gli studi anche all’università e supportandoci».

La crisi del sistema scolastico e dell’istruzione in Palestina

A oltre trent’anni dall’aggressione raccontata da Youssef, la condizione di vita dei bambini a Gaza e in Cisgiordania in alcuni casi è migliorata grazie all’impegno dei cittadini palestinesi, delle associazioni locali e di associazioni estere con cui collaborano. In altri, purtroppo, no. Veronica ha trent’anni e negli ultimi dieci ha lavorato come cooperante nella Striscia e in Cisgiordania, gli ultimi tre di questi con Educaid. «Per evitare aggressioni come quella che ha vissuto Youssef, in Cisgiordania, dove i giovani palestinesi sono ancora soggetti a violente intimidazioni da parte di alcuni coloni israeliani, molti volontari li accompagnano da casa a scuola e viceversa». 

Negli ultimi tre mesi, precisa Veronica, per i giovani l’accesso all’istruzione in Palestina e in molte città della Cisgiordaniasi è fatto sempre più difficile, a causa delle crescenti ondate di violenza verso la popolazione palestinese locale. Da un lato c’è stato l’intensificarsi delle rappresaglie perpetrate da alcuni tra i 750mila coloni, ossia gli israeliani che occupano i territori destinati ai palestinesi secondo la risoluzione Onu 181 del 1994; dall’altro, c’è l’invasione di varie città da parte dell’esercito israeliano, che esegue anche ordini di demolizione di edifici pubblici e privati, insieme a bomardamenti sempre più frequenti sui centri abitati palestinesi, in particolare nel nord della Cisgiordania. Secondo un report di Ocha (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), dal 7 ottobre 2023 al 26 gennaio 2024 sono stati registrati ufficialmente 460 attacchi da parte di coloni israeliani a danno dei palestinesi, di cui un terzo a mano armata.

A cominciare dalla stessa data, 361 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, di cui 351 dalle forze armate israeliane, 8 dai coloni e 2 potrebbero essere stati uccisi dagli uni o dagli altri, non ci sono prove certe. «Per questi motivi», spiega Veronica, «anche io ho dovuto lasciare la Palestina e la mia casa a Ramallah dopo dieci anni. La scuola di mio figlio si è trovata costretta a chiudere e se fossimo rimasti lì lui avrebbe rischiato la vita. Nonostante ciò che sta accadendo, diverse comunità in Cisgiordania sarebbero disposte a ospitare gli innumerevoli sfollati di Gaza».

L’esercito israeliano si è ritirato dalla Striscia nel 2006, recintandola, sorvegliando e regolamentando gli accessi e le uscite. «Nella mia esperienza lavorativa a Gaza con Educaid ho interagito con il sistema educativo, favorendone l’accesso alle persone con disabilità», prosegue Veronica. «Negli ultimi quattro anni è stato complicato per tutti i giovani accedere all’istruzione pubblica in Palestina. I bambini e i ragazzi andavano a scuola su tre fasce orarie, in classi di cinquanta alunni per insegnante. Con la progressiva riduzione dei fondi a Unrwa e gli scioperi dei docenti, le lezioni sono diventate intermittenti e, oltre che per i bombardamenti israeliani, è successo che le scuole non fossero attive per anche sei mesi consecutivi. Tanti sono stati gli scioperi anche in Cisgiordania, nel 2023 uno è durato più di due mesi lasciando tutti gli studenti delle scuole pubbliche (la maggioranza) senza istruzione. Durante il Covid-19 abbiamo cercato di fornire supporto nell’insegnamento telematico ai giovani portatori di handicap (spesso conseguenza dei raid israeliani che bersagliano i civili), particolarmente complesso in una zona in cui l’accesso alla tecnologia e alle risorse è limitato da Israele. Da allora, il sistema educativo, già precario, ha attraversato crisi, oltre che economiche, anche umanitarie, come l’attacco israliano del 2021».

Secondo ciò che ha potuto vivere Veronica, negli ultimi dieci anni in Palestina «i giovani non hanno avuto il tempo di elaborare i traumi dovuti alla guerra e all’apartheid, in quanto sono costretti a subirli in continuazione. Allo stesso modo, il sistema educativo è stato impossibilitato a migliorarsi, dovendo ricostruirsi da zero ogni uno o due anni, in condizioni sempre più precarie». Dal 7 ottobre 2023, circa il 90 per cento di tutti gli edifici scolastici di Gaza sono utilizzati come rifugi per gli sfollati interni (Idp) e/o hanno subito danni di vario livello.

Un totale di 378 scuole (il 76 per cento del totale degli edifici scolastici di Gaza) ha subito danni, tra cui 117 scuole che hanno subito danni gravi o sono state completamente distrutte. Complessivamente, queste scuole servivano in precedenza circa 433mila bambini e più di 16.200 insegnanti. Da ottobre 2023, undici associazioni, attraverso partner locali, sono riuscite a raggiungere quasi 122mila studenti e insegnanti con supporto psicosociale, materiale didattico e ricreativo di emergenza, attività e sessioni di sensibilizzazione nei governatorati di Khan Younis, Rafah e Middle.

Il diritto di vivere

La continua diminuzione dei fondi internazionali destinati a Unrwa sta causando carenza educativa ai giovani palestinesi in Cisgiordania, Giordania, Libano e Siria. Anche in questi Paesi è presente un’apartheid nei loro confronti, che consiste in limitazioni imposte dagli Stati in cui vivono rispetto alla possibilità di residenza, istruzione, lavoro, indipendenza economica, movimento e in cui l’operato di Unrwa, per quanto limitato, è essenziale nel sistema educativo. Tra i palestinesi, compresi i rifugiati, la crescita numerica della popolazione è costante, anche come forma di resistenza nei confronti dell’apartheid che da oltre 75 anni subiscono. Dal 7 ottobre 2023 gli Stati che hanno congelato i finanziamenti a Unrwa sono Stati Uniti, Canada, Australia, Italia, Finlandia, Inghilterra, Olanda, Scozia, Germania, Svizzera, Francia, Islanda, Svezia ed Estonia, i suoi maggiori finanziatori. Senza questi fondi Unrwa, che ha 30mila dipendenti, di cui il 90 per cento sono profughi palestinesi e  13mila di questi sono a Gaza, non è in grado di fornire i servizi necessari alla popolazione. 

Riccardo Sirri è il presidente di Educaid. Ha lavorato a Gaza per lunghi periodi sia prima che dopo il 2006. «Da più di tre mesi, le attività scolastiche sono ferme e anche il nostro centro è distrutto. Negli ultimi quattro anni abbiamo aiutato oltre mille nuclei familiari, ma i beneficiari, i nostri operatori e le loro famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa dei bombardamenti e dell’invasione via terra: vivono nei campi profughi nel sud della Striscia. La principale preoccupazione ora, sia mia che di Educaid, è far sopravvivere le persone. Raccogliamo beni di prima necessità e li distribuiamo insieme alle tende. La nostra architetta a Gaza ha perso dodici familiari da inizio ottobre. Pochi giorni fa ci ha scritto così: “Fai in modo che il nostro centro esista anche dopo di noi”».

Oltre alla sopravvivenza delle persone che stanno subendo l’invasione israeliana, per Riccardo, che ha presentato insieme a Tina Marinari, portavoce di Amnesty International, la ricerca di Amnesty sull’apartheid israeliano nei confronti dei palestinesi, «è importante riconoscere la storia delle persone coinvolte e la loro condizione. Il cessate il fuoco è la condizione minima di cui hanno bisogno la popolazione di Gaza e le associazioni come Educaid per dare supporto a chi ne ha più bisogno».

Nella già disastrosa condizione umanitaria che il popolo palestinese ha vissuto con resilienza negli ultimi settantacinque anni, l’ultima fase del conflitto israelo-palestinese ha distrutto anche le sedi delle università di Gaza e complicato ulteriormente la possibilità di frequentarle a chi vive in Cisgiordania. Sono stati uccisi dai raid israeliani anche docenti universitari, intellettuali, scrittori, giornalisti. Coloro che hanno insegnato alla nuova generazione a riflettere liberamente sulla condizione dei palestinesi, per confrontarsi con il mondo.

Prosegue Veronica: «Una parte di giovani, in maggioranza ragazze, nonostante le difficoltà, hanno impiegato risorse ed energie nel percorso di studi universitario, credendo che, nonostante a Gaza sia difficile essere remunerati per delle mansioni qualificate, questo sarebbe stato utile per facilitare la vita delle generazioni future. In altri casi, per provare a costruire un futuro personale libero e indipendente, al di fuori della Striscia. Riconoscere il diritto di vivere a queste persone è fondamentale, come lo è permettere loro di elaborare ciò che hanno vissuto fino ad oggi, senza aggiungere altro dolore e distruzione».

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