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No, Israele e Hamas non sono la stessa cosa

Tra Israele e Hamas nessuno è senza macchia. Tuttavia, è errato fare di tutta l’erba un fascio. Analizziamo la questione dal punto di vista politico e militare insieme al politologo e professore universitario Vittorio Emanuele Parsi e al colonnello in congedo e analista di intelligence Orio Giorgio Stirpe

Nelle tasche dei pochi terroristi di Hamas abbattuti durante l’attacco a Israele del 7 ottobre scorso sono stati ritrovati versi del Corano, manette e bombe termobariche progettate per arrivare a millecinquecento gradi centigradi. Insieme al materiale, come riportato dal Washington Post, una semplice istruzione scritta a mano: «Uccidi più persone che puoi e prendi tutti gli ostaggi che riesci».

L’attacco è stato brutale: neonati macellati nelle loro culle, genitori arsi vivi insieme ai propri figli, stupri sistematici, cadaveri di donne violentate appesi ai pick-up come trofei. Millequattrocento persone hanno perso la vita e più di duecento sono state prese in ostaggio. Il più grande massacro di ebrei in un solo giorno dai tempi dell’Olocausto.

Com’è potuto accadere?

Vittorio Emanuele Parsi, a sinistra, e Orio Giorgio Stirpe, a destra.

«Il potere politico israeliano ha dato priorità ai disordini civili in Cisgiordania», spiega Orio Giorgio Stirpe, ex colonnello della Nato Rapid Deployable Corps Italia e analista di intelligence. «Israele è un Paese piccolo con un’enorme dispositivo militare, che però si attiva solo all’atto della mobilitazione. Senza di essa, ha risorse limitate e deve orientarle in base alle priorità del potere politico».

Da questo punto di vista, la responsabilità del premier israeliano Benjamin Netanyahu è indubbia. «L’impatto della strage del 7 ottobre sul suo futuro sarà devastante: la sua carriera politica è finita», secondo Vittorio Emanuele Parsi, politologo e professore presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Università della Svizzera Italiana, nonché capitano di fregata della riserva della Marina Militare.

Le cause

«Per Hamas, Israele è una presenza da eliminare dal panorama geografico, politico e fisico del Medio Oriente», spiega Parsi, che individua gli obiettivi politici alla base degli attacchi. «Primo, mettere in discussione la presunzione di sicurezza assoluta costruita da Israele sulla supremazia militare; secondo, mobilitare i palestinesi della Cisgiordania, dimostrando loro che Israele è vulnerabile; terzo, agire contro gli accordi di Abramo, che erano oggettivamente fragili».

Gli accordi di Abramo: clicca per leggere l’approfondimento

Gli accordi di Abramo, firmati il 15 settembre 2020, segnano la prima normalizzazione delle relazioni tra un Paese arabo e Israele dopo quella dell’Egitto nel 1979 e della Giordania nel 1994. Tramite la mediazione statunitense, essi coinvolgono Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

I luoghi degli attacchi del 7 ottobre

Sul piano militare, Stirpe aggiunge che il governo israeliano ha frainteso la situazione. «Recentemente si era perfino avuta una certa cooperazione fra i due avversari in Siria, dove gli integralisti sunniti e Israele sono di fatto alleati contro il regime di Assad, appoggiato da Hezbollah e dagli sciiti. Tanto che guerriglieri sunniti sono stati regolarmente curati negli ospedali israeliani. Questo ha condotto il governo Netanyahu, particolarmente ostile all’Iran sciita, a sottovalutare la minaccia sunnita di Hamas».

La reazione israeliana e i crimini di guerra

Il mancato allarme da un lato, i ritardi nella prima risposta sul campo dall’altro sono stati un’umiliazione cui è seguita la risposta durissima dell’Idf, le forze armate israeliane.

Il problema è che Hamas nasconde basi, depositi e accessi ai tunnel sotto a condomini, scuole e ospedali, anche pediatrici. Così non è possibile bombardare i primi senza colpire anche i secondi. Il motivo lo spiega Stirpe: «Hamas è un attore “asimmetrico” e dà un valore differente alle perdite. Le proprie perdite “militari” sono già in conto, Hamas sa che perderà fino all’ultimo dei suoi militanti; quelle avversarie più sono e meglio è; quelle civili proprie sono funzionali a rendere Israele e l’Autorità nazionale palestinese impopolari e bloccare il processo diplomatico in atto. Collocare armi in prossimità di edifici civili è quindi una scelta strategica».

L’Autorità nazionale palestinese: clicca per leggere l’approfondimento

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) è un’organizzazione politica di autogoverno palestinese ad interim, formata nel 1994 in seguito agli accordi di Oslo tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e il governo di Israele. L’Anp governa le aree A e B della Cisgiordania e, de jure ma non de facto, la striscia di Gaza. Il presidente dell’Anp è Mahmud Abbas, in carica dal 2005.

Per Parsi, questa strategia «è un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. È una tattica tipica della guerriglia, ma non si deve scendere al loro livello. Petraeus sconfisse la guerriglia in Iraq con un massiccio intervento delle truppe di terra – con maggior rischio di perdite contingenti – per stanare gli obiettivi militari veri rinunciando ai bombardamenti a tappeto. C’è una dimensione politica di cui tenere conto: questo lo diceva Clausewitz, mica Madre Teresa di Calcutta [Carl von Clausewitz è tra i principali teorici militari della Storia, N.d.R]».

C’erano davvero delle alternative?

Stirpe ha un’opinione diversa sul targeting mirato applicato al conflitto in corso. «Colpire in maniera chirurgica tutti i giorni, mandando dentro Gaza le forze speciali per cercare di liberare gli ostaggi, richiede tempi molto lunghi. Israele non può permettersi di mantenere a lungo la mobilitazione in atto: con tutti i richiamati alle armi, l’economia è bloccata».

Parsi sottolinea poi un altro aspetto: «Hamas ha messo in luce la natura ambigua dell’Autorità nazionale palestinese, vista sempre più come una forza collaborazionista, debole, corrotta. Intendiamoci: è corrottissima anche Hamas. Netanyahu ha lasciato l’unico pezzo di territorio palestinese indipendente nelle mani di Hamas e ha minato di continuo l’autorevolezza di Fatah e dell’Anp [Autorità nazionale palestinese, che governa la Cisgiordania, N.d.R] con una serie di comportamenti criminali dal punto di vista giuridico e suicidi da quello politico». Il riferimento è alle colonie israeliane in Cisgiordania, rimaste nonostante il ritiro unilaterale di Israele dalla striscia di Gaza nel 2005. 

Fatah: clicca per leggere l’approfondimento

Il nome Fatah significa “conquista” o “vittoria” in arabo ed è l’acronimo inverso dell’espressione araba Harakat al-Tahrir al-Filistinya, che si traduce in Movimento di liberazione palestinese. Fatah è stato fondato nel 1959 in Kuwait da un gruppo di attivisti palestinesi, tra cui Yasser Arafat, con l’obiettivo di liberare la Palestina dall’occupazione israeliana attraverso la lotta armata. Nel corso degli anni le posizioni di Fatah si sono ammorbidite. Fatah ha guidato il processo di pace con Israele fino alla situazione attuale, nella quale incarna un’alternativa più moderata e collaborativa rispetto ad Hamas.

Il premier israeliano ha integrato nel governo esponenti dell’estrema destra dei coloni, come il ministro per la sicurezza nazionale Ben Gvir. Tuttavia, questo aspetto sta cambiando: lo Shin Bet (il servizio segreto interno israeliano) ha arrestato Ariel Danino, esponente dell’estrema destra dei coloni del West Bank, mentre il governo ha avvertito gli stessi di aver superato la linea rossa.

Israele e Hamas sono sullo stesso piano?

Hamas è un’organizzazione terroristica, ma è anche il governo de facto di Gaza, votato dai palestinesi nel 2006. Prima del 7 ottobre, infatti, l’area era un territorio non occupato da Israele. Di converso, Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, ma è anche responsabile di numerose violazioni dei diritti umani nei territori occupati. Anche per questo, molte persone mettono sullo stesso piano Israele e Hamas e, di riflesso, fanno altrettanto tra gli attacchi del 7 ottobre e la conseguente risposta militare. Cosa che richiama un’argomentazione nazista usata durante il processo di Norimberga, ossia che non ci sarebbe differenza tra ammazzare gli ebrei nei lager e bombardare deliberatamente i civili, come a Dresda. È un evidente straw man argument, una fallacia logica che consiste nel sostituire l’argomento di cui si sta discutendo con uno simile ma diverso, quel tanto che basta per rendere meno credibile l’argomento originario.

Per Parsi, «nel caso di Hamas c’è la volontà di uccidere i civili. Nel caso di Israele c’è la volontà di colpire obiettivi che sono protetti a forza dalla popolazione, senza una sufficiente attenzione ai danni collaterali. Possono configurarsi entrambi come crimini di guerra e, entro certi limiti, crimini contro l’umanità. Tuttavia, le modalità e le intenzioni sono diverse e questo non è affatto irrilevante dal punto di vista del giudizio politico né da quello del diritto».

Una reazione proporzionata

Secondo Stirpe, «Israele e Hamas non sono sullo stesso piano. Indipendentemente dagli aspetti politici, che richiedono discussioni interminabili, l’aspetto militare è che prima del 7 ottobre esisteva una situazione “armistiziale”, con i civili palestinesi che entravano con permessi in Israele per lavorare. Esisteva un contenzioso politico, ma non uno stato di guerra guerreggiata. L’attacco di Hamas è stato proditorio e non provocato. Non ha colpito i responsabili, chi oggettivamente rende miserabile la vita dei civili palestinesi, ma proprio quei civili israeliani più propensi a riconoscere i diritti dei palestinesi stessi, i kibbutzim».

Quello che rimane dei bambini bruciati nel kibbutz di Beeri

Tuttavia, spiega Stirpe, «l’operazione militare israeliana è una reazione proporzionata, tesa a neutralizzare l’organizzazione che ha perpetrato tale attacco proditorio, ed è accompagnata da un tentativo – di efficacia discutibile ma reale – per ridurre i danni collaterali: l’avvertimento di evacuare e il corridoio per farlo. Cosa non prevista, per esempio, dai russi a Mariupol». Corridoi che, in effetti, sono protetti dall’Idf, mentre Hamas cerca di impedire con la forza ai civili di scappare dalle bombe.

Una exit strategy esiste? 

Il 7 ottobre Hamas ha posto in essere una strategia win-win, che ha messo alle strette Israele. Nelle parole di Stirpe, «Israele non può non reagire, perché altrimenti inviterebbe ad attacchi simili, ma al tempo stesso non può reagire senza produrre enormi danni collaterali, in un ambiente così ristretto e densamente popolato».

Il bombardamento degli obiettivi militari protetti da scudi umani (siano essi volontari o lì tenuti con la forza) ha portato molti commentatori a concentrarsi sul definire cosa Israele “non” deve fare, come bombardare i civili, chiudere acqua ed energia elettrica, imporre l’evacuazione di più di un milione di palestinesi. Al contempo, gli stessi si guardano bene dal proporre una soluzione alternativa che rispetti questi paletti, che sia applicabile nella realtà e che al contempo assicuri l’esistenza dello Stato di Israele e dia giustizia alle vittime del 7 ottobre. 

Hamas è il principale ostacolo a qualsiasi proposta, compresa quella “due popoli, due Stati”. Se da una parte un interlocutore esiste – Israele – dall’altra Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas, è categorico: «Abbiamo bisogno del sangue delle donne, dei bambini e degli anziani per risvegliare in noi lo spirito rivoluzionario», come ha di recente affermato al sicuro da Doha, in Qatar.

La terza via

Per Stirpe, «non esiste una soluzione “giusta” e praticabile. Si invoca solo la tregua umanitaria, che è come tirare una pagnotta a chi sta morendo di fame, senza considerare cosa succederà quando la pagnotta sarà finita».

Parsi ha una sua proposta. «Hamas ha uno straordinario vantaggio e per neutralizzarlo serve una risposta politico-militare straordinaria. Occorrono due cose: da un lato, arrivare il prima possibile al termine di questa operazione militare; dall’altro, chiedere ai Paesi del Golfo firmatari degli accordi di Abramo, più l’Arabia Saudita, di fornire una forza araba d’interposizione. Una forza ad interim, ma capace di lottare contro le cellule di Hamas superstiti». Con un’importante clausola: «Tutto questo dev’essere accompagnato dalla promessa ufficiale e internazionalmente garantita della piena indipendenza di Gaza e Cisgiordania entro dodici mesi dalla fine dell’operazione militare e deve contemplare l’espulsione delle colonie illegali israeliane in Cisgiordania».

Le posizioni in campo sembrano però impossibili da conciliare. Tuttavia, per Parsi «il realismo di bassa lega di Netanyahu e dei vari interpreti del Medio Oriente fino ad oggi dove ci ha portato? A questo incubo. E da un incubo si esce solo con un sogno».

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