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Quando la molestia è quotidiana

Si parla di molestie nei confronti delle donne come casi isolati, messe in atto da uomini definiti “mostri”. La realtà, invece, racconta che una donna subisce molestie ogni singolo giorno, di diverso tipo

Telefono in mano con 112 già pronto. Camminata veloce, che diventa corsa quando si sentono passi alle spalle. Chiavi pronte in mano. Il portone di casa è vicino, manca poco, ce l’ho quasi fatta. «Credo che la vera molestia sulle donne oggi non sia quella reale, ma il clima di terrore in cui viviamo, in cui ci viene insegnato ad avere paura, a stare attente. E questo clima ci fa vivere tutto male, ci fa pensare di doverci proteggere, di dover evitare di comportarsi o di vestirsi in un certo modo. Tutto questo ci fa male e rende la vita  un calvario». Beatrice ha 25 anni, è originaria di Bologna. È famosa nel suo gruppo di amiche per essere l’unica che non ha paura a tornare a casa da sola la sera e che spesso non si vuole far riaccompagnare.

«Sono cresciuta in una famiglia dove eravamo tutte donne, a parte papà», racconta Giulia. «Nessuna di noi, da piccola, ha mai fatto caso alle proprie forme che si sviluppavano o ha mai riconosciuto in sé stessa una bellezza che potesse essere usata come arma con gli uomini o contro le altre ragazze». Giulia e le sue sorelle crescevano tutte insieme, in età diverse, e imparavano a gestire i loro corpi attraverso l’osservazione delle sorelle più grandi. «Non abbiamo mai creduto di avere una “femminilità” che ci potesse contraddistinguere in qualche modo, o che ci avrebbe potuto ferire». Ma con l’inizio delle scuole medie, le cose sono cambiate. «Tutto quello che per noi era sempre stato così innocuo e naturale si è rivelato essere un’arma, che, a volte, non avendo mai imparato a vederla come tale, veniva usata contro di noi». 

«Vuoi davvero che ti racconti un episodio in cui ho subìto una molestia? Non saprei neanche da dove cominciare e no, non ne ricordo uno in particolare perché purtroppo gli uomini hanno iniziato a urlarmi per strada quando ero appena adolescente e a un certo punto ho smesso di farci caso». Lisa ha 21 anni ed è un’infermiera. «Così come per la discoteca, quante volte sono stata toccata, palpata. Allora ho smesso di andare in certi posti a ballare o ci vado con gli amici maschi, che si mettono tra me e chi prova a toccarmi».

Secondo un’indagine svolta a livello mondiale dalla Ong per la parità di genere Right To Be (fino a qualche anno fa Hollaback!) e il Dipartimento di Relazioni industriali e di lavoro della Cornell University, l’84 per cento delle donne di tutto il mondo ha subìto molestie per strada per la prima volta prima dei 17 anni e oltre il 50 per cento ha riferito di essere stata palpeggiata o accarezzata in situazioni diverse, come sui mezzi di trasporto pubblici o in discoteca.

Ma la cosa che stupisce più di tutte è che, sebbene esista una definizione di molestia, questa spesso e volentieri finisca con l’essere rimessa alla percezione soggettiva della “vittima” in questione e posta al vaglio di testimoni. Qual è allora la vera distinzione tra ciò che molestia è e cioè che può essere considerata una nostra percezione? E come si fa a tracciare una linea di confine tra la propria percezione di una cosa e una forma di violenza in un contesto che viene visto come soggettivo?

«Oggi lo chiamate “catcalling”, ma non è che prima di dargli un nome non esistesse». Teresa è da poco diventata nonna del quarto nipote, ma pur non essendo «più giovane da un po’», come racconta scherzando, ricorda bene la fatica dell’essere donna nella quotidianità negli anni del Secondo dopoguerra. «Si trattava di camminare per strada ed essere continuamente in balia delle opinioni altrui, che venivano urlate a gran voce. “Cosa ci sarà mai di così terrificante nel sentirsi dire che hai un bel culo? Mica ti ha dato della cessa, alla fine è solo un complimento”. Frasi che avrò sentito ripetere almeno un miliardo di volte nella mia vita, da fidanzati, amici e amiche. Perché ormai queste cose sono così comuni che si cerca di normalizzarle, lo si è sempre fatto». 

La normalizzazione è talmente diffusa nella nostra società che può andare dal subire avance all’essere palpate durante un turno di lavoro come cameriera. Così come ci si abitua a ragazzi o uomini adulti che ti seguono per strada, ad avere paura a tornare a casa da sole, a stare al telefono con il proprio fidanzato o un amico fino al portone di casa. 

Solo qualche mese fa è stato ripetuto da un microfono di fronte alle televisioni quanto questo processo sia al tempo stesso pericoloso per le donne e dannoso per gli uomini. A parlare ad alta voce, con grande determinazione, era Elena Cecchettin, sorella di Giulia, che lo scorso novembre è stata uccisa dall’ex fidanzato. «Filippo Turetta [ex fidanzato e omicida della sorella, ndr] viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. I mostri non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro. Il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela».

E quante volte ci siamo sentite dire che siamo ragazze facili perché vivevamo la sessualità nello stesso modo in cui la vive la maggior parte degli uomini che abbiamo conosciuto? «Non ti sembra di starti svendendo?», «Perché vai a letto con tutti questi uomini? Cosa stai cercando davvero?», «Guarda che se gliela dai al primo appuntamento poi è normale che questo pensi che tu voglia solo sesso», «Non sarebbe forse ora che ammettessi a te stessa che così non ti basta, che ti lasciano solo più vuota delle relazioni occasionali?». Queste sono solo le prime frasi che vengono in mente e che ci si è sentite ripetere ad amiche tantissime volte. Perché per una donna vivere il sesso con enorme libertà si trasforma nel fatto di essere una ragazza facile; se lo fa un uomo, invece, è uno che si sa godere la vita e che vive la sessualità come una cosa bella e divertente, che non per forza deve sempre significare altro.

La verità è che negli ultimi anni il binomio uomo-donna non piace più a nessuno. Così come in tanti penseranno a quanto le frasi di cui sopra possano essere retrograde. Eppure, è la realtà che le giovani vivono tutti i giorni; è la realtà di Francesca, Beatrice, Lisa, Teresa, Alessandra, Alice, Ilenia ed Elena. E questa differenza, che stiamo cercando di rendere sempre meno importante e discriminatoria, continua a discriminare noi donne nei nostri gesti quotidiani.

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