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Numero 23 - Sulla morte

Home Shop Rivista cartacea Numero 23 – Sulla morte

Il ventitreesimo numero di Prismag è dedicato alla morte. Pagine: 136

In questo numero:

La morte del privato su internet di Anna Chiara Borrello – Charlie Kirk: la sua morte un dramma, ma non chiamiamolo assassinio politico di Camillo Cantarano – La digital death tra social media, Ai ed eredità digitale di Mario Catalano e Alessandro Ferrari – Vietato morire: sul fine vita lo Stato giudica e non accompagna i malati di Francesca Cicculli – Che fine fanno i tuoi beni quando muori? di Michele Corato – Come prevenire il suicidio di Pietro Cuccorese e Sofia Soldà – Decidere della propria morte in un altro Paese: la legge belga sull’eutanasia di Iolanda Cuomo – Della paura e della morte di Gianmarco Di Traglia – La linea d’ombra. Reportage dal confine bulgaro, tra respingimenti e corpi senza nome di Cecilia Fasciani – Oltre il Cpr di Ponte Galeria: vite spezzate, resistenza e giustizia di Antonia Ferri – Smettere di nascere per non morire di Rachele Liuzzo – Il grande boom dello sport a Hong Kong di Marta Mulè – Lutto multispecie: il canto dei Marind contro la foresta che muore di Alessandra Navazio – Appesi a un filo: chi c’è dietro la cornetta di Telefono Amico di Gloria Pessina – Il Día de Muertos: la morte in Messico si veste di colore di Marta Piazza – Make dodo great again: come far rivivere animali estinti di Francesca Radicioni – Morire di clima sul lavoro di Katherina Ricchi – Il cimitero di frontiera del Texas di Lucrezia Tiberio – Aiutare chi resta: ritratto dei professionisti del lutto di Miriam Viscusi –

 

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Nell’epoca dove tutto fa engagement, la morte è ancora censurata. Algoritmi e protocolli la oscurano, sostituendola con la promessa dell’eterno presente digitale. Ma è proprio nel modo in cui rimuoviamo la parola “fine” che si misura la fragilità del nostro tempo. La paura di andarcene ci rende ciechi davanti a ciò che davvero conta: il valore dei legami, della cura, della memoria.

Oggi trattiamo la morte come un’interruzione da evitare, un errore. Ce la prendiamo con il destino. In realtà, il modo in cui una società si misura con la morte rivela quanto sa prendersi cura dei vivi. Come li protegge, come li ricorda, come dà senso alle loro assenze. Parlare di morte, oggi, è un atto culturale che aiuta a restituirle dignità e a riempire il vuoto di senso.

In queste pagine raccontiamo l’economia della morte, tra death counselor e funeral planner che accompagnano i familiari nel lutto. Ci occupiamo delle morti sul lavoro nell’epoca del cambiamento climatico; ci interroghiamo poi sul suicidio, fenomeno complesso che richiede linguaggi rispettosi spesso trascurati dai media. Parliamo di carceri, luoghi sovraffollati forieri di troppi suicidi e poche risposte. Raccontiamo chi muore ai confini, tra Messico e Texas o lungo le rotte europee, e chi si batte per restituire nomi ai corpi dimenticati e garantire a chi piange il diritto al lutto. Osserviamo la morte del privato, in un mondo dove tutto si mostra e nulla si conserva, arrivando a chiederci: e se fosse meglio non essere mai nati?

Non è la morte a spaventarci, ma la perdita di controllo che essa rappresenta. Oggi cerchiamo di governarla come tutto il resto: pianificandola, monetizzandola, estetizzandola. Eppure, nella sua irriducibilità, la morte ci costringe a riconoscere che non siamo onnipotenti. La morte resta il nostro ultimo tabù, ma anche il più urgente da sciogliere per restituire umanità all’evento più umano di tutti. Dopotutto, ogni vita, per quanto lunga o narrata, resta finita.

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