Nell’epoca dove tutto fa engagement, la morte è ancora censurata. Algoritmi e protocolli la oscurano, sostituendola con la promessa dell’eterno presente digitale. Ma è proprio nel modo in cui rimuoviamo la parola “fine” che si misura la fragilità del nostro tempo. La paura di andarcene ci rende ciechi davanti a ciò che davvero conta: il valore dei legami, della cura, della memoria.
Oggi trattiamo la morte come un’interruzione da evitare, un errore. Ce la prendiamo con il destino. In realtà, il modo in cui una società si misura con la morte rivela quanto sa prendersi cura dei vivi. Come li protegge, come li ricorda, come dà senso alle loro assenze. Parlare di morte, oggi, è un atto culturale che aiuta a restituirle dignità e a riempire il vuoto di senso.
In queste pagine raccontiamo l’economia della morte, tra death counselor e funeral planner che accompagnano i familiari nel lutto. Ci occupiamo delle morti sul lavoro nell’epoca del cambiamento climatico; ci interroghiamo poi sul suicidio, fenomeno complesso che richiede linguaggi rispettosi spesso trascurati dai media. Parliamo di carceri, luoghi sovraffollati forieri di troppi suicidi e poche risposte. Raccontiamo chi muore ai confini, tra Messico e Texas o lungo le rotte europee, e chi si batte per restituire nomi ai corpi dimenticati e garantire a chi piange il diritto al lutto. Osserviamo la morte del privato, in un mondo dove tutto si mostra e nulla si conserva, arrivando a chiederci: e se fosse meglio non essere mai nati?
Non è la morte a spaventarci, ma la perdita di controllo che essa rappresenta. Oggi cerchiamo di governarla come tutto il resto: pianificandola, monetizzandola, estetizzandola. Eppure, nella sua irriducibilità, la morte ci costringe a riconoscere che non siamo onnipotenti. La morte resta il nostro ultimo tabù, ma anche il più urgente da sciogliere per restituire umanità all’evento più umano di tutti. Dopotutto, ogni vita, per quanto lunga o narrata, resta finita.









