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Reportage dal confine bulgaro, tra respingimenti e corpi senza nome

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Con il processo di inclusione della Bulgaria nell’area Schengen, la frontiera con la Turchia è diventata una delle più sorvegliate d’Europa. Ma tra i boschi della Strandža continuano a scomparire persone migranti, sepolte in tombe senza nome e dimenticate da istituzioni che non cercano, mentre famiglie siriane, afghane, attivisti e avvocati denunciano un sistema che nega il diritto all’identità

La Bulgaria entra pienamente nell’area Schengen a gennaio 2025: sulla frontiera con la Turchia si muovono sempre più numerosi la Border Police, i Defender, membri di Frontex, mentre nuove, sofisticate tecnologie di controllo e posti di blocco si moltiplicano. Diventa così uno dei confini più militarizzati d’Europa. La grande e lunghissima recinzione di metallo si affaccia minacciosa da entrambi i lati del confine. Come racconta Kapka Kassabova nel suo libro Confine. Viaggio al termine dell’Europa, è una frontiera che solo pochi decenni fa veniva attraversata dal lato opposto da migliaia di dissidenti in fuga dal blocco d’influenza dell’Urss. Oggi, invece, inghiotte chi arriva da Oriente.

«Mio fratello Rabi’ ha provato cinque volte», racconta Roze da Damasco. «Al quinto tentativo, dopo quattro giorni di cammino, si è consegnato alla polizia bulgara. Da quel momento non abbiamo più saputo nulla». Sono passati più di due anni, e come lei decine di famiglie siriane, afghane, marocchine e di altri Paesi vivono nell’attesa di una notizia che non arriva mai. «Quando una persona scompare, la procedura dovrebbe essere chiara», spiega l’avvocato Dragomir Oshavkov della Foundation for Access to Rights (Far). «Se una segnalazione interessa qualcuno in pericolo, la polizia è tenuta a intervenire subito. Ma nella pratica non succede quasi mai. I soccorsi non arrivano in tempo e le tragedie si moltiplicano».

Oshavkov racconta che spesso i respingimenti non avvengono sul confine, ma anche a 20 o 30 chilometri all’interno del territorio bulgaro. «È contro la legge nazionale e contro la Convenzione di Ginevra», spiega. «Quando le persone vengono intercettate nel Paese, dovrebbero avere la possibilità di chiedere asilo». Invece vengono caricate su camion e riportate oltre la recinzione, in Turchia. Senza registrazione, senza nome, come se non fossero mai esistite. Secondo l’avvocato, i respingimenti sistematici non sono solo una violazione del diritto internazionale, ma anche una conseguenza diretta delle politiche europee. «Quello che l’Unione europea chiede alla Bulgaria è di essere una frontiera esterna “forte”, cioè con meno rifugiati, meno ingressi, meno visibilità del problema», continua. La pressione arriva da Bruxelles: si finanziano tecnologie di sorveglianza, droni, termocamere, ma non si investe in strutture di accoglienza né in meccanismi di identificazione. Così il confine diventa un limbo legale dove le persone possono sparire senza lasciare traccia.

Nel frattempo, le famiglie si organizzano per cercare i propri cari. Alcune si affidano a Findsuri, organizzazione fondata dalla siriana Dima Aldera, che raccoglie denunce e campioni di Dna: «Insegniamo alle famiglie come segnalare i casi di sparizione e come richiedere test genetici. Ma serve un registro centrale, altrimenti i dati restano dispersi». A Burgas, l’associazione Mission Wings guidata da Diana Dimova offre sostegno legale e psicologico. «Negli ultimi due anni le richieste di aiuto sono esplose», racconta. «In Bulgaria non esiste un sistema che supporti le famiglie dei dispersi. I corpi vengono trovati da cacciatori o turisti, ma spesso sono poi sepolti senza identificazione. In alcuni distretti vengono conservati per anni, in altri sepolti dopo pochi giorni, anche senza avvisare i parenti». Nei cimiteri dei villaggi ai margini del confine, da Burgas a Sredets, fino a Yambol, semplici croci di legno recano la scritta “неизвестен, “sconosciuto”. Tombe anonime che raccontano l’altra faccia dell’Europa. La mancanza di un protocollo unico lascia spazio anche agli abusi. «Ci sono famiglie costrette a pagare per entrare negli obitori o per visionare fotografie dei corpi», denuncia Dimova. «Non dovrebbe essere così in un Paese dell’Unione europea».

Sul campo, il Collettivo Rotte Balcaniche lavora per documentare le sparizioni e assistere le persone in movimento. «Essere presenti nei boschi, anche accanto a un corpo, costringe le autorità a seguire procedure corrette di identificazione», spiega Giuseppe Pederzolli, membro dell’organizzazione. Dal 2024, insieme a Mission Wings, hanno creato la piattaforma Border Memory, che mappa tombe e persone scomparse nella zona di confine. In 170 comuni della Bulgaria sono state censite almeno 62 sepolture anonime riferite a persone migranti. Perlustrando i cimiteri della zona di confine insieme agli attivisti, sono state ritrovate 21 tombe a Burgas, 4 a Sredets, 2 a Ehlovo e 1 a Yambol. «Ottenere dalle autorità i dati sulle sepolture delle persone non identificate permette di dare al fenomeno una dimensione concreta e soprattutto di identificare le responsabilità», continua Pederzolli. «Perché ogni tomba sconosciuta racconta una responsabilità politica precisa». Nel frattempo, Roze e altre famiglie continuano a manifestare davanti all’ambasciata bulgara, chiedendo verità. «Ci hanno promesso risposte, ma non è arrivato nulla», dice. «Continueremo a fare pressione finché non prenderanno sul serio la nostra questione. Vogliamo sapere dove sono i nostri cari».

Tra le colline verdi della Strandža, la grande foresta di frontiera, il confine dell’Unione europea si confonde con quello dell’oblio. E mentre i governi parlano di sicurezza, centinaia di famiglie continuano la ricerca.

Questo articolo è stato prodotto grazie al supporto di Journalismfund Europe

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