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Make dodo great again: come far rivivere animali estinti

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A metà settembre 2025, l’azienda tecnologica Colossal Biosciences ha annunciato di essere vicina a riportare in vita il dodo, l’uccello terrestre originario delle isole Mauritius che si è estinto più di trecento anni fa per cause antropiche e che resta tutt’oggi un simbolo di grande impatto mediatico

Sul sito della start-up statunitense di biotecnologia Colossal Biosciences si parla di de-estinzione. Fondata nel 2021 dal genetista di Harvard George Church e dall’imprenditore Ben Lamm, l’azienda  combina ricerca e investimenti privati dietro il motto The science of genetics. The business of discovery. In questa frase c’è il fulcro dell’azienda: scienza e business. Colossal Biosciences si serve infatti di una tecnologia di frontiera messa al servizio di grossi finanziatori per realizzare progetti ambiziosi, tra cui quelli che mirano a riportare in vita specie estinte: il mammut lanoso, il tilacino e, soprattutto, il dodo. 

«Il dodo è un po’ una mascotte dell’estinzione», spiega Alice Mosconi, paleontologa molecolare. «Uccello non volatore, estinto, che viveva nelle Mauritius, è diventato il simbolo di come l’essere umano causi l’estinzione di altre specie perché in meno di un secolo dal contatto tra i coloni europei e le isole era già sparito».

Colossal Biosciences è un’azienda privata che non scrive paper scientifici. Ma, dalle loro dichiarazioni,  il piano aziendale sembra consistere nella modifica dei genomi dei discendenti ancora in vita di creature estinte per dar vita ad animali simili ai loro lontani cugini. Non si tratta esattamente di mammut o dodo, ma di quelli che Colossal chiama mammut o dodo funzionali. Un po’ come quanto avvenuto a inizio 2025 con l’enocione (noto anche come metalupo) per la cui “resurrezione” è stato riscritto il codice genetico del lupo grigio comune.

«Il ruolo della paleoantropologia molecolare in progetti di questo tipo è fondamentale», afferma Mosconi. Il meccanismo per creare una versione geneticamente modificata e funzionale del dodo si articola attraverso una complessa sequenza di passaggi. L’azienda mira a isolare e coltivare le cellule germinali primordiali, i precursori di sperma e ovuli, provenienti dal piccione delle Nicobare (il parente più prossimo del dodo, ancora in vita), per poi modificare con tecniche di editing genetico le cellule con i tratti del dodo, sulla base delle informazioni estratte dai resti conservati nei musei. Per accelerare il processo, Colossal Biosciences intende inserire queste cellule in madri surrogate polli, che poi produrranno uova da cui nasceranno i dodo, o meglio, polli geneticamente modificati. «Colossal Biosciences prevede di riuscire a farlo in circa cinque-sette anni», continua la paleoantropologa.

Colossal afferma di impegnarsi a «riportare in vita le specie estinte nel tentativo di costruire un mondo migliore». Per farlo, sta collaborando con la Mauritian Wildlife Foundation), la più grande organizzazione non governativa delle Mauritius che si occupa della conservazione e della salvaguardia delle specie animali e vegetali in via di estinzione nel Paese.Nonostante le intenzioni a sostegno dei piani di reintroduzione e conservazione, «non sappiamo cosa succederà poi all’ambiente in cui verranno reintrodotti, quanto effettivamente saranno compatibili con l’ecosistema e quanto sarà un vantaggio per la biodiversità già a rischio», rivela Mosconi.

L’azienda è riuscita a raccogliere in meno di quattro anni 555 milioni di dollari da privati, tra cui il regista Peter Jackson. Il dubbio è che la sensibilizzazione sugli effetti dell’essere umano sulle altre specie, sull’ecologia e sulla conservazione sia  in secondo piano rispetto agli interessi economici. «Le domande sono tante e sono critiche, così come i risvolti etici. A partire dal garantire il benessere di tutti gli animali, sia di quelli coinvolti nel processo sia di quelli che verranno “ricreati”», commenta  Mosconi, che aggiunge che «sebbene la de-estinzione sia un’illusione, potrebbe essere il banco di prova e uno stimolo per riflettere e per conservare la biodiversità che ancora abbiamo».

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