Nella regione di Merauke, all’estremo sud della Nuova Guinea indonesiana, il suono dei canti Marind si intreccia al fruscio delle palme di sago. Da quelle fibre nascono sacchi intrecciati a più mani: gesti di lutto e di guarigione collettiva in cui ogni filo rievoca la memoria di una foresta distrutta per far spazio a distese di palma da olio. Ogni intreccio custodisce la voce di una perdita, umana o non umana.
«I Marind non parlano di piante e animali come risorse, ma come persone, come parenti o antenati», spiega l’antropologa eurasiatica Sophie Chao, che ha visitato per la prima volta questa regione tra il 2011 e il 2025 come attivista per i diritti umani per Forest Peoples Programme. «All’epoca», racconta, «conducevo una ricerca sull’impatto dell’espansione delle piantagioni industriali di palma da olio sui diritti fondiari delle comunità indigene nella Papua occidentale». Nell’ultimo decennio i Marind hanno visto oltre un milione di ettari di foresta destinati alla conversione in piantagioni agroindustriali, spesso senza il loro consenso libero, previo e informato. «Mentre gli attivisti come me parlavano di piante e animali come risorse o specie», spiega, «i Marind ci parlavano di parentele», andando oltre quella distinzione tipicamente occidentale tra umano e non umano. Il lutto multispecie, spiega Chao, è «il termine che uso per descrivere le pratiche che i Marind di Merauke hanno sviluppato nel contesto della deforestazione su larga scala e dell’espansione delle piantagioni di palma da olio». È un insieme di gesti, canti e rituali con cui piangono la morte di esseri non umani: un cinghiale travolto da un camion, un uccello avvelenato dall’acqua contaminata, una palma sradicata per far posto alle piantagioni industriali. La memoria è una componente essenziale di queste pratiche.
«Nei versi», spiega Chao, «si ricordano i gesti che hanno permesso la coesistenza tra viventi: il trapianto delle giovani palme, la dispersione dei semi, la creazione di corsi d’acqua per i cinghiali e i casuari». Questi ricordi, trasposti in melodia, diventano un archivio orale di resistenza e un modo di onorare la continuità della vita nonostante la perdita. «La salute dei Marind è inseparabile da quella della foresta», osserva Chao. «Quando muoiono gli alberi, muore una parte del loro benessere spirituale e psicologico. Senza la foresta, non esiste proprio la possibilità stessa di essere Marind».
«Si tratta di un lutto che rifiuta di dimenticare chi muore per il progresso ed è un atto profondamente politico», afferma Chao. Questo perché i Marind non si limitano a rappresentare la sofferenza, ma la trasformano attraverso un’azione collettiva che si oppone alla triade statale, aziendale e militare, dove lo Stato assegna concessioni, le aziende impiantano monocolture e l’apparato militare garantisce controllo. Non solo perdita di biodiversità, quindi, ma anche di socialità, dividendo le famiglie tra chi si oppone con fermezza ai progetti di piantagione e chi, invece, sceglie di collaborare, cercando in essi un salario, un’istruzione o un’opportunità di avanzamento economico. «Le persone si trovano sempre più divise su questioni di consenso, denaro e contratti: se resistere o negoziare».
Chao ricorda il ruolo decisivo delle donne Marind, custodi della continuità tra generazioni, che portano i bambini tra gli alberi rimasti in piedi. «Erano convinte che solo lì, nel cuore della foresta, i più piccoli potessero apprendere le conoscenze necessarie a diventare pienamente umani», racconta. In quei frammenti di paesaggio sopravvissuti alla monocoltura, le donne insegnano a riconoscere le piante commestibili, a distinguere il suono degli uccelli che indica la presenza dell’acqua e a intrecciare le fibre del sago. Il camminare stesso nella foresta, dice Chao, «è una forma di cura e di filosofia pratica».
Una delle immagini più potenti del proprio lavoro che l’antropologa ricorda è quella di una spedizione di mappatura partecipata guidata non da un Gps, ma dal canto di un uccello sacro, il ghau. «Seguivamo il suo richiamo senza vederlo, nascosto tra le fronde», racconta. «Era lui a indicarci i luoghi della memoria di cui prendere nota. In quel suono invisibile ho capito che la foresta parla, se impariamo a stare in silenzio e ad ascoltare». «Il futuro stesso dell’umanità continua a poggiare sulla possibilità di sfruttare e rendere sacrificabili gli esseri non umani. Eppure, quasi mai ci concediamo di piangerli. In Australia, durante la black summer», ricorda, «tre miliardi di animali sono morti negli incendi. Molti hanno capito allora che non si trattava solo di una crisi ambientale, ma di un crimine contro quegli esseri». Forse, dice Chao, è questa la lezione più urgente per l’Occidente: «Imparare a piangere insieme ai nostri mondi più che umani, perché solo così possiamo immaginare futuri oltre l’estrattivismo».



