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Appesi a un filo: chi c’è dietro la cornetta di Telefono Amico

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Nella linea di prevenzione suicidi ci sono anche giovani che trasformano il dolore in ascolto, affrontando storie di ansia, lutto e pensieri estremi

Hai bisogno di aiuto? 

Per le emergenze, chiama il 112.

Se vuoi parlare con qualcuno, chiama i Samaritans allo 06 77208977 tutti i giorni dalle 13 alle 22. Oppure contatta il Telefono Amico allo 02 23272327, tutti i giorni dalle 9 alle 24, o su Whatsapp al 3240117252, tutti i giorni dalle 18 alle 21.
Se una persona che conosci è in difficoltà, leggi la guida di Samaritans Usa: ascolta, fai domande e chiedi sostegno all’esterno.

Nel 2024, 6.700 persone con pensieri suicidari hanno chiesto aiuto a Telefono Amico Italia. Attiva tutti i giorni dalle 9 alle 24, è una delle principali helpline italiane gratuite dedicate all’ascolto anonimo di chi affronta momenti di difficoltà. A rispondere, ci tiene a sottolineare la presidente Cristina Rigon, sono volontari. «Non percepiscono alcun compenso, come non lo percepisco io».

Sono più di seicento, distribuiti in venti centri territoriali e un centro delocalizzato, il Tag (Telefono Amico Generation), formato da under 40 che rispondono da remoto. Operano principalmente per via telefonica, ma l’introduzione di WhatsApp Amico «ha permesso di intercettare gli utenti più giovani», raccontano gli operatori. 

Tra le voci del Tag c’è quella della venticinquenne Adele Nannetti, che ha deciso di diventare volontaria dopo che un amico si è tolto la vita. «Volevo convertire il mio lutto in aiuto pratico per il prossimo», ricorda. È lei che ci racconta come funziona il servizio. Telefono Amico offre «un luogo sicuro in cui essere ascoltati, creduti e non giudicati». Ad Adele è stato insegnato che è importante «rielaborare quello che viene detto, aiutando l’appellante [come viene definito anonimamente chi chiama, ndr] a destreggiarsi con le proprie emozioni». Le chiamate possono essere di vario tipo. «Attacchi di panico, crisi di pianto. Ci sono appellanti in difficoltà socioeconomiche, altri che hanno paura di condividere il proprio disagio con amici e familiari per paura di venire giudicati». 

Le chiediamo se sente il peso della vita altrui. «In un corso di primo soccorso mi dissero che l’obiettivo non è salvare una vita, ma rimandare la morte. Non abbiamo l’obiettivo di fornire soluzioni, ma quello di offrire un supporto immediato», ci dice. «Io non cambierò la loro vita, ma un momento. Tra le mani ho solo la condivisione della loro storia». La sensazione di responsabilità del volontario viene così ridimensionata. «Anche perché non ci è possibile sapere come l’intervento sia andato. All’inizio per me era difficile, ma poi è diventato una consolazione. So che la mia parte nella loro storia è finita». Capita che a chiamare siano persone con gravi malattie terminali. «Per me sono i casi più difficili», dice. «Come volontario devi sederti, ascoltare e basta. Niente di quello che dici o fai, né del valore che ti dai può cambiare le cose. Solo che tu ci sia». Succede inoltre che gli appellanti le chiedano di incontrarsi al di fuori della chiamata «perché si stabiliscono connessioni forti». Ma accettare per i volontari non è possibile, perché equivarrebbe a «perdere il senso del servizio. La relazione con gli appellanti si fonda sull’anonimato, che contribuisce anche a garantire la totale assenza di giudizi reciproci».

Come gestire la pressione di un volontariato psicologicamente sfidante? «Siamo invogliati dai formatori a condividere dubbi, preoccupazioni e difficoltà con i colleghi. Inoltre, abbiamo un sistema di schede interno in cui identifichiamo i nostri stati d’animo durante le chiamate, per tenere conto della nostra condizione nell’aver ricevuto il vissuto altrui». Quanto sia soddisfatta del suo volontariato ce lo ripete più volte. «Mi è servito nelle relazioni con gli altri e in quella con me stessa perché è un bagno di umanità inconcepibile», conclude. «Mi ha aiutato a vedere come persone reali l’autista del bus, il professore dell’università, la cassiera, anche mia mamma».

Lo scorso anno le richieste di aiuto totali sono state 110mila, di cui 95mila al telefono. Per la presidente Rigon, «chiamare è un gesto di coraggio che non può essere inascoltato». Eppure, nonostante ogni volontario presti servizio per almeno dieci ore al mese, Telefono Amico non riesce a rispondere a tutti. Per questo Rigon spera che i volontari possano aumentare sempre di più. «L’appello è soprattutto ai giovani. Serve un ricambio di menti più fresche, pronte a cavalcare i cambiamenti che ci sono stati».

Le richieste di aiuto – anche legate a pensieri suicidari – sono in aumento. E rispondere è sempre più urgente. Per questo, a settembre, Telefono Amico Italia e il senatore Guido Quintino Liris hanno presentato un disegno di legge volto a rafforzare gli strumenti di prevenzione del suicidio. «Parlarne è difficile, ma necessario», ha ricordato Liris. La speranza è che questo possa  far sì che l’offerta riesca a stare al passo con la domanda, che aumenta sempre di più.

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