«Alzati, svegliati e non fermarti finché l’obiettivo non sia raggiunto». La massima del mistico indiano Swami Vivekananda ben sintetizza l’ambizione di Narendra Modi. Alla guida del Bharatiya Janata Party (Bjp), il primo ministro ha promosso l’identità e il nazionalismo hindu con iniziative e discorsi che enfatizzano il patrimonio culturale e religioso dell’India, con l’obiettivo di unire il Paese attorno a una narrazione condivisa.
Trattasi di missione senza precedenti, considerando che l’India è un subcontinente con 22 lingue e circa 1,4 miliardi di abitanti. L’80 per cento della popolazione è di religione induista, seguito dall’Islam (14 per cento) e dal cristianesimo (2,3 per cento). Sono presenti anche minoranze che praticano sikhismo, buddismo e giainismo. La frammentazione interna ha sempre rappresentato una debolezza dell’India, esponendola al dominio straniero, prima islamico e poi britannico. Nel 1950, il Paese ha adottato una costituzione democratica, grazie anche a Gandhi, che unì musulmani e induisti sotto una stessa causa. Oggi, l’India è sempre più sotto il controllo di un governo centrale forte e orgogliosamente induista, che garantisce la coesione dei 28 Stati federati e degli 8 territori dell’Unione.
Una nuova era per il nazionalismo hindu
«Il 22 gennaio 2024 non è un giorno qualsiasi, ma l’alba di una nuova era», ha dichiarato Modi durante la cerimonia di inaugurazione del tempio Ram Mandir ad Ayodhya, nello Stato dello Uttar Pradesh, nel nord del Paese. Questo sito, conteso tra hindu e musulmani per secoli, è il luogo dove sorgeva la Babri Masjid, ritenuta costruita sul luogo di nascita del dio Ram e distrutta da estremisti hindu nel 1992. La costruzione del Ram Mandir, fortemente sostenuta dal primo ministro Modi, è centrale per il Bjp. Per molti hindu, il tempio è un simbolo di giustizia storica. Modi mira a riscrivere la storia del Paese e a marginalizzare l’eredità culturale dell’Islam, plasticamente rappresentata dal Taj Mahal, utilizzando il culto induista anche a fini elettorali, nonostante la religione non sia percepita allo stesso modo in tutto il Paese.
«Le persone provenienti dalla parte settentrionale dell’India tendono a essere molto religiose, mentre quelle provenienti dalla parte meridionale lo sono meno», spiega Sangeeth, trentenne originario del Kerala che lavora come ingegnere presso una multinazionale europea da dieci anni. «Nel Kerala, le persone sono moderatamente religiose ed è lo stato più alfabetizzato dell’India. Questo tasso di alfabetizzazione aiuta a spiegare perché Modi e il suo partito non sono mai riusciti a prendere piede nel sud».
Elemento fondamentale nell’armamentario di una grande potenza è la capacità di assimilare le minoranze. Nel 2019, Modi ha introdotto il Citizenship Amendment Act, che offre una via accelerata alla cittadinanza per le minoranze religiose non musulmane provenienti da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. La legge, per le sue caratteristiche, è discriminatoria nei confronti dei musulmani.
Il nazionalismo hindu di Modi ha trovato una piattaforma globale durante il G20 del 2023, ospitato da Nuova Delhi. Durante l’evento, Modi ha promosso il cambiamento del nome ufficiale del paese da India a Bharat, l’antica denominazione tradizionale risalente a testi sacri e storici. «Come primo ministro Modi dovrebbe essere neutrale, ma sostiene fortemente il Ram Rajya, il che significa che il Paese si sta dirigendo verso una nazione hindu, deviando dalle sue filosofie secolari», aggiunge Sangeeth. L’influenza crescente di Modi e del Bjp sta trasformando l’India, facendo leva sulla religione per consolidare il potere e cercare di unire il subcontinente sotto un’unica identità culturale.
Start-up nation
I rapporti del ministero indiano delle Statistiche e dell’attuazione dei programmi evidenziano una crescita costante del Pil, con previsioni economiche positive per il biennio 2023-2024. Nel 2023, il prodotto interno lordo dell’India ha superato quello del Regno Unito e si prevede che entro il 2030 sorpasserà anche quelli di Germania e Giappone, posizionandosi al terzo posto tra le principali economie mondiali, dietro gli Usa e la Cina.
Le statistiche energetiche del 2023 indicano un aumento della produzione e del consumo di energia. Nonostante l’impegno dell’India per la transizione verso energie più pulite, il carbone rimane una fonte predominante per la produzione di elettricità. La International Energy Agency prevede che la generazione di energia da carbone coprirà il 68 per cento della domanda di elettricità del Paese fino al 2026, con un incremento annuo del 2,5 per cento, contribuendo significativamente alle emissioni di gas serra. Tuttavia, l’India ha fatto notevoli progressi nell’espansione delle energie rinnovabili. Nel 2023 la quota di fonti di combustibile non fossile nella capacità totale di produzione di energia elettrica installata in India è salita al 44 per cento. Durante lo stesso anno, sono stati aggiunti circa 18 gigawatt di nuova capacità di energia rinnovabile, segnando una crescita del 21 per cento rispetto all’anno precedente e il governo ha spinto fortemente per potenziare l’energia solare. L’espansione economica, avviata dalle liberalizzazioni degli anni Novanta, è continuata con vigore negli anni Duemila, nonostante sfide come l’aumento dei prezzi delle materie prime, e ha mantenuto il suo ritmo negli anni 2020, posizionando l’India tra le economie a più rapida crescita del mondo. Il Paese è già oggi uno dei più grandi mercati per le start-up tecnologiche, con città come Bangalore e Hyderabad che fungono da centri nevralgici per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico.
L’iniziativa Start-Up India, lanciata nel 2016, ha introdotto una serie di misure per facilitare la creazione di nuove imprese, tra cui semplificazioni burocratiche, agevolazioni fiscali e accesso facilitato al credito. Il successo di queste iniziative dipenderà però dalla capacità del governo di affrontare le sfide che affliggono l’economia indiana, come la forte disuguaglianza. «Il Pil è cresciuto, ma il 10 per cento della popolazione detiene il 77 per cento della ricchezza del Paese. Inflazione e disoccupazione impoveriscono i cittadini, mentre solo il 2 per cento del budget va all’istruzione e alla sanità. La malnutrizione infantile è paragonabile a quella dei Paesi più poveri del mondo. Lo sviluppo di cui parla l’attuale governo ruota intorno alla minoranza più ricca», scrive Rajesh, ingegnere presso una multinazionale europea.
Geometrie variabili
La politica estera del neighborhood first di Modi mira a migliorare i rapporti con i Paesi dell’Asia meridionale, nonostante le tensioni persistenti con il Pakistan e la crescente influenza della Cina nella regione. Parallelamente, l’India ha intensificato la cooperazione con i Paesi dell’Asean (organizzazione internazionale di stampo economico del continente asiatico) e partecipa attivamente per garantire la stabilità nella regione indopacifica. La crescente assertività della Cina, espressa attraverso la Belt and Road Initiative, le rivendicazioni nel mar Cinese meridionale e le tensioni lungo la linea di controllo effettivo hanno creato un contesto competitivo per l’India. Modi ha cercato di contrastare questa influenza con la Act East Policy, rafforzando le relazioni con i Paesi dell’Asia orientale e partecipando a esercitazioni militari congiunte, come l’esercitazione navale Exercise Malabar nell’ambito del Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quad), alleanza informale con Stati Uniti, Giappone e Australia mirata a contenere l’influenza cinese. L’India ha rafforzato i suoi legami con gli Usa, diventandone un partner strategico nel contesto dell’Indo-Pacifico e rappresentando un contrappeso naturale alla Cina anche nell’ambito della strategia di de-risking industriale (strategia per ridurre la dipendenza economica da un singolo Paese diversificando i fornitori senza interrompere completamente i rapporti commerciali).
Le tensioni con il Pakistan, staccatosi dall’India britannica una volta ottenuta l’indipendenza dall’impero, rimangono un fattore di rischio securitario. Nonostante occasionali sforzi diplomatici, la disputa sul territorio conteso del Kashmir e il problema del terrorismo sponsorizzato dal Pakistan continuano a inasprire i rapporti bilaterali. In chiave anti-Islamabad, l’Iran rappresenta un partner non di secondo piano. Il porto iraniano di Chabahar, sviluppato con l’aiuto indiano, offre all’India un accesso strategico all’Afghanistan e ai mercati dell’Asia centrale, bypassando il Pakistan.

Infine, le relazioni con la Russia rimangono fondamentali per l’India, soprattutto nel settore della difesa. Nuova Delhi continua ad acquistare armi e tecnologia militare da Mosca, mantenendo una lunga tradizione di cooperazione che risale alla Guerra fredda. Questo rapporto si è ulteriormente consolidato con la firma di vari accordi di difesa, la partecipazione congiunta a esercitazioni militari e l’aumento degli scambi commerciali a seguito del decoupling in corso con il mercato europeo.
L’India, dunque, resta un alleato fondamentale per gli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico. Tuttavia, Modi vuole conservare un certo margine di autonomia strategica e decidere di volta in volta come schierarsi in base agli obiettivi della propria agenda. Obiettivo di lungo termine è diventare grande potenza. Nonostante la crescita dell’economia e della popolazione, l’India deve gestire il rischio di spinte centrifughe dovute a tensioni etniche (come nel Punjab), religiose (come tra hindu e musulmani), linguistiche (come nel Tamil Nadu) e regionali (come nel Kashmir), che minacciano la sua unità nazionale.




