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Quando (e quanto) bisogna lottare per esistere. Parla lo scrittore trans* Elia Bonci

Intervista a Elia Bonci, scrittore transgender e attivista intersezionale per i diritti della comunità Lgbtqia+ su cosa vuol dire abitare un corpo trans* oggi in Italia

«Il mio corpo è fortemente politico perché sfugge al controllo che lo Stato esercita sui corpi di tutti i cittadini e le cittadine, perché non gli è subordinato, non è né A né B. La soluzione più comoda allora diventa ignorare le persone trans * e i loro diritti, perché mettere mano a una revisione migliorativa della legge, che tenga conto delle istanze delle generazioni di oggi – ovviamente molto diverse da quelle delle persone trans* di 40 anni fa, quando la legge 164 è stata istituita – gli impedirebbe di continuare a perpetuare l’oppressione sui nostri corpi, “divergenti” da una presunta normalità». A parlare è Elia Bonci, scrittore transgender, divulgatore social (lo trovate come @elia.lien), attivista per i diritti della comunità Lgbtqia+ e autore dei romanzi Diphylleia, Solo l’amore può distruggere l’omofobia (2019) edito da Caravaggio Editore, Controcuore. Non avere paura di essere chi sei (2021) e Il cuore nei ricordi (2023), pubblicati per New-Book Edizioni.

La storia personale di Elia ha inizio, come per tutte e tutti, con la sua nascita, 28 anni fa, in una cittadina di provincia nel sud del Lazio, ma la sua “maratona” politica con lo Stato parte cinque anni fa, quando sceglie di iniziare il percorso di affermazione di genere.

«Prima di potermi presentare di fronte a un giudice per l’avvio delle pratiche di rettifica dei documenti ho dovuto attendere un anno per ottenere la valutazione psicologica – con una lunga terapia a carico mio – psichiatrica ed endocrinologica che certificassero la mia incongruenza di genere». Solo in possesso di questi “pass” è possibile rivolgersi a un avvocato o richiedere il gratuito patrocinio – come ha fatto Elia – e una volta smaltiti i tempi di attesa per l’assegnazione di un legale si viene indirizzat* al tribunale di residenza che chiede, a sua discrezione, una lista più o meno lunga di documenti burocratici, che richiedono, nei casi peggiori, tempi biblici. 

«Questa disomogeneità nell’iter richiesto dal tribunale è il primo elemento di disuguaglianza», spiega Elia, «perché i tempi di scorrimento della pratica, e anche il trattamento che subisci tu come persona trans * in aula, cambiano molto a seconda che tu viva in un centro grande o piccolo e che tu viva al nord o meno. Io, per esempio, mi sono ritrovato ad aspettare la pianificazione della mia udienza dal 16 gennaio di quest’anno, data dopo la quale la giudice incaricata del mio caso ha avuto diritto a 60 giorni di riserva, che poi sono diventati 120, per vedermi fissare la data fra altri sette mesi, precisamente il 17 dicembre». 

Elias Bonci. Foto: Gabriele Orlandini

Libera identità vs libero Stato

Se nel grande calderone delle cause civili può sembrare la norma dover sottostare ai tempi della magistratura, che comportano di frequente mesi o anni di attesa, in questo caso ha gravi ripercussioni ed è pericoloso per la salute psico-fisica delle persone coinvolte perché influisce su tutti gli aspetti della vita quotidiana, racconta lo scrittore: «Io mi sono perso l’università, o meglio, l’università si è persa me perché mi ha discriminato. Non posso ritirare un pacco all’ufficio postale perché non vengo creduto e lo stesso vale in tutti i luoghi in cui è richiesto un riconoscimento legale: aeroporti, caserme, uffici comunali, ma anche potenzialmente qualunque candidatura di lavoro o concorso pubblico». 

L’incongruenza tra il suo nome di elezione e il dead name (nonché quella visiva che non contempla i cambiamenti d’aspetto esteriore fisiologici quando si è in terapia ormonale), dilatata così a lungo nel tempo, costringe Elia a dover convivere con l’incongruenza di genere e con tutta una serie di disagi e ingiustizie quotidiane – o peggio, discriminazioni – che gli procurano uno stato cronico di depressione, diagnosticato come fattore di rischio per la sua incolumità personale, che è alimentata dal protrarsi delle lungaggini burocratiche che lo separano dalla rettifica. 

Come se non bastasse, a questo quadro si aggiunge anche la discriminazione sul piano dell’autodeterminazione economica di ogni persona trans *, che nel caso ottenga il gratuito patrocinio per l’assistenza legale (che non può permettersi di sostenere) è vincolata a condizioni e limiti di reddito previsti dal legislatore incaricato fino alla fine del procedimento, ragion per cui è condannata al controllo statale delle proprie finanze e, quindi, alla stasi in condizioni economiche precarie per un lungo periodo; lo stesso viene agito anche sul nucleo familiare.

Orgoglio (e rabbia) trans * emergono dal basso: contro l’invisibilizzazione istituzionale

In quest’ottica, le persone transgender rappresentano, anche all’interno delle soggettività che si riconoscono nella comunità queer, una matriosca stratificata che interseca diversi piani di oppressione, al centro di battaglie personali e collettive che «rivendicano con rabbia legittima la propria mostruositrans», aggiunge Elia, «perché noi viviamo sulla nostra pelle la discriminazione di essere diversi e unici allo stesso tempo e non vorremmo essere qualcos’altro perché sarebbe rinnegare la nostra transgenerità. Io non conosco un altro modo di vivere la vita, cioè senza essere una mostruosità, e sono fiero del fatto che questo mi renda la persona che sono, perché ho maturato una decostruzione intersezionale a cui probabilmente non sarei mai arrivato senza vivere, ogni giorno, tutto questo».

«Lo vedo quotidianamente – aggiunge Elia – in molti ragazzi cisgender che vivono intrappolati tra l’eteronormatività e la mascolinità tossica e si comportano con me da “maschi alfa” come per prendere le distanze da me o, al contrario, nelle ragazze cisgender, che mi trattano come se fossi una ragazza come loro».

Lo scrittore denuncia poi un totale senso di abbandono da parte delle istituzioni politiche e di governo, che «al di là di poche proposte, appelli frammentati o slogan da campagna elettorale di qualche personalità alleata che però non dà (o non riesce a dare) seguito a un avanzamento nella tutela dei nostri diritti, come comunità non possiamo contare su referenti strutturati che si incarichino concretamente delle nostre istanze, neanche le più basilari, come quella di garantire accesso e continuità farmacologica alle persone che sono in cura con il testosterone; io stesso ho dovuto cambiare moltissimi farmaci per questo motivo, e comunque ho dovuto pagarlo di tasca mia finché non è stato inserito nel Servizio sanitario nazionale alla fine del 2020».

Il fatto stesso che al di fuori della comunità, degli addetti ai lavori e di tutte le persone che gravitano attorno agli ambienti transfemministi l’opinione pubblica abbia poca percezione e informazione di quali siano le mancate tutele conferma quanto, spiega Elia, «siamo completamente silenziat* e invisibilizzat*. Se non ci si rende conto che una battaglia è valida e non è meno importante di un’altra, neanche si combatte per un obiettivo comune. Per questo la mia percezione è di essere parte attiva di una comunità di fratelli e sorelle trans * che fanno aggregazione e si assicurano reciprocamente supporto, uniti dalla rabbia di essere sempre gli esclusi ed emarginati. Siamo cittadini e cittadine di serie B che lottano per se stess* dal basso».

Foto: Quinn Dombrowski

La missione di Elia Bonci tra libri, social e formazione alle nuove generazioni 

Alla luce degli ultimi sviluppi a livello socio-istituzionale, il lavoro crossmediale di informazione e sensibilizzazione sulla transgenerità e contro l’omotransfobia di Elia Bonci assume ancor più rilevanza ed è un riferimento prezioso per le nuove generazioni di ragazzi e ragazze trans *, dentro e fuori dai social. Lui, infatti, parallelamente alla sua carriera da autore di narrativa Lgbtqia+, porta avanti da anni la divulgazione in rete in cui traspare la sua competenza, ma anche una travolgente ironia con cui veicola informazioni serie e dissacra miscredenze attraverso format leggeri e divertenti grazie a cui imparare e prendere coscienza degli stereotipi. Questo talento gli ha permesso di sviluppare nel tempo un grandissimo seguito, che mette a disposizione come cassa di risonanza per le richieste di aiuto che gli arrivano da altre persone, spesso giovanissime, o per fornire informazioni e contatti con le reti di accoglienza delle case rifugio. 

Lo stesso brio comunicativo caratterizza anche il primo saggio che Elia sta per pubblicare, in cui si propone di trasmettere i concetti sconosciuti al di fuori della bolla, come ad esempio il misgendering, attraverso una prosa tutt’altro che didascalica e seriosa, in cui il mero nozionismo resta a margine e prevale l’immediatezza della sua spontaneità. 

Quanto al mondo offline, Elia ha ideato, insieme alla sua compagna e manager Ginevra Di Spirito, Amore in movimento, un progetto interattivo rivolto a scuole medie e superiori per educare all’amore verso sé stessi e verso gli altri. «Il movimento è richiamato dal fatto che le varie attività proposte durante il laboratorio richiedono la partecipazione attiva in prima persona dei ragazzi sui temi che affrontiamo, come il subire outing o un atto transfobico. Per aiutarli parto dalla mia esperienza personale. Io cerco di promuovere il progetto contattando associazioni e collettivi, ma da un po’ di tempo sono soprattutto gli studenti a contattarci dicendo di avere bisogno di parlare di questi temi. L’unico ostacolo, a volte, sono le scuole stesse, non sempre entusiaste di accoglierci, ma per fortuna non è sempre così» racconta Bonci.

E infine Controcuore, in collaborazione con la Scuola Holden di Torino e il patrocinio del ministero dell’Istruzione e del Merito, che però ha ridotto di un terzo il numero di lezioni previste inizialmente. «Si tratta di un corso rivolto a tutt* le docenti per imparare a creare uno spazio sicuro per l* studenti trans* a cui insegnare le materie scolastiche rispettando le loro necessità peculiari; quindi partire dall’identità di genere per poi saper gestire la carriera alias, il dead naming, il misgendering eccetera», spiega lo scrittore. «Tutto è nato dal mio desiderio di impedire che altre persone perdano la scuola come è successo a me al tempo perché era un luogo trans-escludente. Non deve più accadere».

Nota di redazione: il segno grafico * è stato inserito accanto alla parola trans per includere il riferimento alle persone non binary e a tutte quelle che si riconoscono nell’ombrello trans * e in altri casi (più rari) laddove la formula di elencare, alternare o sovraestendere il genere non fosse funzionale a una lettura scorrevole.

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