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Violenza economica: se l’amore ti chiede lo scontrino

È forse il volto meno noto della violenza di genere, il più subdolo, eppure molto diffuso. Una donna su due ha subito violenza economica almeno una volta nella vita, un fenomeno riconosciuto dalla Convenzione di Istanbul ma che resta difficile da individuare e misurare. Ne abbiamo parlato con la direttrice del Museo del Risparmio di Torino, Giovanna Paladino

Anna, 17 anni, riceve una paghetta mensile dai genitori più bassa di quella del fratello maschio alla stessa età. Lucia ha un mestiere avviato, riceve uno stipendio regolarmente, ma ogni acquisto personale è una contrattazione con il marito: dalle scarpe per la figlia alla borsa che tante volte ha ammirato in vetrina. Stefania si occupa a tempo pieno della casa e dei figli: la sua “paghetta” è una busta lasciata a inizio settimana accanto alla tazza del caffè, un budget che deve bastare fino al lunedì successivo. Piccole storie di ordinaria, a volte impercettibile, violenza economica.

È forse il volto meno noto della violenza di genere, il più subdolo, eppure molto  diffuso. L’indagine Ipsos condotta per WeWorld in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 2023 ha esplorato le opinioni degli italiani in materia. Ne è uscito un dato che da solo dice tutto: il 49 per cento delle intervistate afferma di aver subito violenza economica almeno una volta nella vita. Eppure, il fenomeno viene considerato «molto grave» soltanto dal 59 per cento degli intervistati.

La violenza economica è subdola

La violenza economica riguarda metà della popolazione femminile, è riconosciuta dalla convenzione di Istanbul, ma resta difficile da individuare e misurare. Perché? Giovanna Paladino, direttrice e curatrice del Museo del Risparmio di Torino, si è fatta promotrice di alcune tra le pochissime indagini e studi esistenti sul rapporto tra mondo femminile e denaro. «La violenza economica è un abuso psicologico che si nasconde dietro comportamenti apparentemente normali all’interno di una relazione, come la richiesta dello scontrino», spiega. «Le dinamiche di potere e controllo complicano ulteriormente la situazione, facendo sì che le vittime si trovino intrappolate in un circolo vizioso di manipolazioni e dipendenza finanziaria senza rendersene conto. È una violenza che si fa fatica a denunciare, ma rimane tale. Pensiamo al caso in cui la vittima sia isolata perché viene controllata: chi può contattare e a quali risorse può accedere se non viene coinvolta nelle decisioni finanziarie della famiglia e le viene “suggerito” di non lavorare?».

Nel 2018, un’indagine su un campione rappresentativo a livello nazionale condotta proprio dal Museo del Risparmio evidenziava che il 21 per cento di donne tra i 15 e i 64 anni non possiede un conto corrente personale (non cointestato). E la percentuale non è diminuita nel 2021. «È fondamentale diffondere consapevolezza e fornire alle donne gli strumenti necessari per uscire da relazioni tossiche», aggiunge Paladino. «Nessuno dovrebbe vivere come “suddito” di qualcun altro; ogni individuo merita una vita dignitosa e libera».

Se l’amore ti chiede lo scontrino

Ci sono associazioni, cooperative, centri antiviolenza che ogni giorno accompagnano le donne vittime di violenza lungo il cammino. Le prendono per mano, superando fragilità e ostacoli quotidiani. Lo fanno soprattutto costruendo sentieri protetti di autonomia finanziaria. «Le storie che mi colpiscono di più sono quelle di donne forti e indipendenti che, nonostante la loro autonomia economica, si trovano intrappolate in relazioni tossiche», continua Paladino. «Sono donne che potrebbero mantenersi da sole, ma sono soggiogate da dinamiche malate, in cui spesso restano inserite nel tentativo di proteggere i propri figli. Abbiamo portato l’attenzione su questo tema quando ancora non se ne parlava, grazie alle nostre indagini sul mondo femminile italiano. Le relative evidenze sono state fondamentali nel dialogo pubblico. Penso che sia prioritario convincere le donne a valutare attentamente l’idea di entrare o rimanere nel mondo del lavoro, perché soltanto attraverso l’indipendenza economica si può davvero essere liberi di scegliere».

La realizzazione personale non dovrebbe mai essere considerata un aspetto secondario. Sembra scontato, ma per la società non lo è ancora. «La consapevolezza e l’autodeterminazione delle donne sono essenziali per portare un cambiamento culturale. I partner seguiranno, anche quelli più restii, perché saranno costretti a confrontarsi con una nuova realtà. A quel punto, saranno loro a essere isolati, non le donne».

Alfabetizzazione finanziaria

Il Museo del Risparmio ha sede in via San Francesco d’Assisi a Torino, in quello che un tempo (parliamo del 1519) fu sede del primo Monte di Pietà cittadino. Nato nel 2012 su iniziativa di Intesa SanPaolo, in un mondo economico molto diverso da oggi (alle prese con la crisi di sfiducia da parte degli investitori in seguito al fallimento di Lehman Brothers), la struttura da sempre crede nell’importanza di alzare il livello di alfabetizzazione finanziaria dei bambini e degli adulti, con un focus particolare sulle donne. «Il rapporto tra le donne e il denaro è spesso un terreno minato, permeato da stereotipi radicati, talvolta persino alimentati dalle stesse donne che tendono a sottovalutare l’importanza di questo argomento. È un circolo vizioso: poiché molte non si occupano attivamente delle questioni finanziarie, finiscono per avere una bassa alfabetizzazione a riguardo rispetto agli uomini e una scarsa fiducia in sé stesse quando si tratta di prendere decisioni sul tema, optando troppo spesso per l’opzione “non so”. Credo che il nostro museo possa svolgere un ruolo cruciale nel favorire un approccio più positivo e consapevole alla gestione dei propri soldi tra le donne».

Il lavoro

Strettamente connesso all’utilizzo del denaro, c’è il tema dell’occupazione: «È importante riconoscere che il lavoro al di fuori della casa non è soltanto un diritto, ma anche un dovere nei confronti della collettività. Non possiamo permetterci di sprecare i talenti femminili, soprattutto in un contesto in cui l’intelligenza artificiale sostituirà alcune tipologie di lavoro. Questo deve andare di pari passo con una ripartizione equa delle responsabilità domestiche, incluse la cura dei figli e degli anziani. Non possiamo più basarci su supposte propensioni naturali, ma dobbiamo lavorare per garantire una divisione equa del lavoro e delle opportunità, sia dentro che fuori casa. Soltanto così potremo costruire una società più giusta ed equa per tutti».

Perché le donne non parlano di soldi

Oltre a essere la direttrice del Museo, Giovanna Paladino è il capo della Segreteria tecnica di presidenza di Intesa SanPaolo e la senior director del Fondo di beneficenza Intesa SanPaolo. È stata young economist del Jean Monnet Fellow presso l’European University Institute e ha insegnato Economia dei mercati monetari e finanziari all’Università Luiss per circa dieci anni. Una donna che si occupa di soldi è ancora una rarità? «Sì, perché le donne sono spesso meno autonome economicamente e perché i soldi rappresentano un simbolo di potere che, storicamente, hanno avuto in misura molto inferiore rispetto agli uomini. Non è un caso che nel mondo del lavoro alle donne siano spesso affidati compiti di cura e riescano a crescere professionalmente in ambiti meno remunerativi. Le donne hanno fatto propria una cultura che le vede marginalizzate e con la storia del “tetto di cristallo” spesso non tentano neanche di salire e assumono atteggiamenti di autoesclusione. La sfida principale consiste nel partire da una posizione di parità. Parlare di denaro significa parlare di potere, che non ha soltanto un’accezione negativa, ma anche un significato positivo, che è quello associato al potere di fare e di cambiare».

Quanto influisce la famiglia d’origine sulle scelte delle donne di domani? «Le ragazze sembrano avere un punto di riferimento nelle madri, i ragazzi più nei padri. Di fatto, però, l’ultima indagine che abbiamo realizzato sulla famiglia evidenzia che anche i maschi hanno più facilità a parlare di questioni legate al denaro con la madre, semplicemente perché, nella maggior parte dei casi, è più presente a casa. La famiglia in generale rimane, comunque, centrale per l’apprendimento dell’educazione finanziaria. È quindi fondamentale lavorare con le donne adulte, le madri, e riuscire a migliorare il loro livello di alfabetizzazione».

Serve un cambio di paradigma, un esercizio di rinnovamento collettivo. «Per trasformare una cultura permeata da mentalità maschiliste, come quella ancora predominante in Italia, è necessario l’impegno di tutti. Gli stereotipi si scardinano anche con cinema e cultura, non soltanto con le leggi. Tuttavia, tutto ciò non sarà sufficiente senza un investimento nell’istruzione, educando al rispetto reciproco e all’importanza di perseguire i propri obiettivi senza dover sacrificare le proprie ambizioni e capacità personali».

Violenza economica: se l’amore ti chiede lo scontrino

Quattro domande per capire se si sta vivendo una situazione a rischio violenza economica:

1. Sei libera di spendere senza che qualcuno ti controlli gli scontrini?

2. Sei coinvolta nelle decisioni economiche che riguardano la famiglia?

3. Hai libero accesso al conto corrente familiare, nel caso non ne avessi uno individuale?

4. Sei trattata con rispetto nelle tue scelte lavorative o vieni ostacolata nel raggiungere la crescita professionale che desideri?

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