«C’è un patto secolare tra la grandeur della Francia e la libertà del mondo», declamava nel marzo 1941 il generale de Gaulle, comandante delle Forze francesi libere e futuro primo presidente della V Repubblica d’Oltralpe. Ma che cos’è la grandeur? Cosa la differenzia dalle tante forme in cui l’amor di patria si è manifestato negli ultimi due secoli in tutto il mondo? Un viaggio nella storia di Francia con David Cumin, storico delle relazioni internazionali
Nell’abisso della Seconda guerra mondiale, è nella frattura fra i francesi di Londra, leali al movimento di Francia Libera del generale Charles de Gaulle, e quelli di Vichy – sottomessi all’umiliante esperienza del governo collaborazionista del maresciallo Philippe Pétain e, di fatto, al dominio nazista – che va ricercato il senso più autentico del concetto di grandeur. Lo stesso de Gaulle, che di Pétain è stato il secondo prediletto e che nell’anziano eroe di Verdun aveva visto un saldo punto di riferimento, non ammette alcuna ambiguità: dopo il 18 giugno 1940, giorno di trasmissione del primo appello ai francesi liberi pronunciato dai microfoni di Radio Londra, aveva spiegato che se Pétain, Weygand, Darlan (nomi dei militari filonazisti) avevano scelto la resa al nemico, Leclerc, Passy, Billotte e tutti coloro i quali avrebbero potuto unirsi alle fila di Francia Libera avrebbero combattuto l’invasore fino alla completa e definitiva liberazione della Francia.
Onore e orgoglio non si negoziano: presupposti senz’altro lontani da quelli dei «novanta milioni di italiani» evocati da Churchill in un mordente giudizio sul nostro Paese. Per quanto il sostegno alleato fosse di vitale importanza, per de Gaulle non era immaginabile che la guerra potesse stravolgere il sistema politico-giuridico di matrice westfaliana: la Francia avrebbe dovuto liberarsi da sola, o perlomeno convincersi in seconda battuta che le cose fossero andate così, e riconquistare la sua piena indipendenza. La diffidenza americana per questo approccio sarà causa di numerosi diverbi tra de Gaulle e il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, che, in quanto americano e allievo spirituale del suo predecessore Woodrow Wilson, ha in mente ben altra configurazione per l’Europa del dopoguerra.

«De Gaulle è il nostro grande statista, oggi riconosciuto all’unanimità nella sua statura immensa: tale non fu in vita. È un uomo di destra combattuto dalla destra politica, un militare avversato dai militari: una figura tragica nel senso storicistico del termine», spiega David Cumin, maître de conférence in Storia delle relazioni internazionali all’Université Lyon 3, intitolata a un grande resistente decorato dal Generale, Jean Moulin. La grandeur si rivela una formidabile chiave di lettura per la storia francese, non solo per la Weltanschauung gollista. Il rifiuto ostentato per le conclusioni della Conferenza interalleata di Yalta – con il cosiddetto mito della spartizione – daranno luogo a una retorica criticata dagli storici, ma funzionale allo storytelling del Generale. Nella levatura metafisica dei discorsi e degli scritti di de Gaulle non c’è solo un’incrollabile fiducia nella storia, ma anche l’idea di una missione suprema, le cui radici risalgono all’epoca della ragion di Stato del cardinale Richelieu. Il capo di Francia Libera si propone come strumento del destino, investito di un’autorità personale per ridefinire le sorti della Francia nel mondo. A tale scopo, de Gaulle propone nel suo discorso di Bayeux del 1946 «uno Stato forte, con un presidente legittimamente eletto come capo politico di un esecutivo forte, con prerogative incentrate su difesa e diplomazia, e un primo ministro operativo in politica interna, legato da un rapporto fiduciario con l’assemblea nazionale», analizza ancora Cumin.
Sconfessato nel 1946 dalla Costituzione assembleare della IV Repubblica, il Generale assiste da spettatore alla sequela di catastrofi in cui la Francia sprofonda, dalle guerre in Indocina e Algeria al cataclisma istituzionale che condannerà a morte la democrazia dei partiti. Lascia il governo, ma attende la chiamata di salvezza nazionale. La V Repubblica, nata nel 1958, è la traduzione costituzionale della grandeur, il sogno di quel militare battezzato dalla Storia che, appena decenne, scriveva nei suoi diari: «Voglio essere l’ultimo re di Francia». Il legame fra gollismo e grandeur è insomma inscindibile, tanto da suggellare una frase ricorrente nel repertorio cinematografico sul Generale: «La Francia è la Rivoluzione e de Gaulle». Pur se influenzata da retaggi di ancien régime, la grandeur – nella sua lettura gollista – si spoglia di ogni fasto per diventare un culto sobrio e austero, proprio come il suo tempio simbolico: non l’Eliseo, notoriamente detestato dal Generale, bensì la Boisserie di Colombey-Les Deux Églises, residenza privata dove ama trascorrere la vita privata con la moglie Yvonne. «Di una qualche malinconia è impregnato tutto ciò che è augusto», spiegava, già nel 1932, un ancora ignoto de Gaulle in una lezione all’Accademia militare di Saint-Cyr. Al di sopra di destra e sinistra, insomma, c’è la coscienza nazionale, quella che de Gaulle richiama sotto «una certa idea della Francia».
Quale progetto politico si cela dietro l’itinerario della grandeur? Sul fronte interno, lo Stato forte spiana la strada ai trente glorieuses, un trentennio di benessere destinato a riprodursi anche nel tempo libero, con le prime riforme di democratizzazione delle attività culturali promosse dal suo ministro della Cultura, André Malraux. In ambito economico, con l’atmosfera di generale ottimismo in Europa si apre un’era di prosperità senza precedenti per la Francia: la politica colbertista di de Gaulle, dopo una serie di riforme di stampo rigorista, punta sulla modernizzazione degli apparati produttivi, con l’accento su ricerca e innovazione. Fra le iniziative più significative, l’Aérospatiale, con gli aerei Concorde e Caravelle, il transatlantico France, ma anche il razzo Diamant e l’impulso al programma nucleare civile. I colossi nazionali pubblici servono anche a fare piazza pulita dei traditori della Patria, gli ex collaborazionisti: il primo a farne le spese, già sotto il governo provvisorio del 1944, è Louis Renault, fondatore dell’omonima casa automobilistica, nazionalizzata. Ripresa e amplificata sotto la presidenza Pompidou, questa strategia, con il consolidamento della società dei consumi, avrebbe nutrito nuove ambizioni. Nei decenni successivi, il capitalismo di Stato si sarebbe evoluto a fasi alterne, lasciando molto spazio anche ai colossi privati e dovendo fare i conti, fra l’altro, con un bilancio sempre più drenato da nuove voci di spesa assistenziale.
Tuttavia, è in politica estera che la grandeur trova la sua più compiuta espressione. Alla sempiterna divisa rivoluzionaria liberté, égalité, fraternité, il gollismo politico affianca un trittico evocativo: autorità, indipendenza, rango. Secondo Cumin, «l’indipendenza non coincide con l’isolamento, ma con il rifiuto di ogni forma di allineamento». Se il credo di riferimento è che in diplomazia esistono alleati ma non amici, la Francia di de Gaulle tiene a conservare una postura autonoma anche nell’alleanza atlantica, prima con la proposta di direttorio Usa-Francia-Inghilterra per la guida della Nato e poi con l’abbandono del Comando militare integrato nel 1966. Condanna seccamente le «provocazioni cubane» dei sovietici e la costruzione del muro di Berlino, ma fustiga la condotta degli Stati Uniti in Vietnam e critica la ritorsione di Israele durante la Guerra dei sei giorni. «Statista dell’altroieri e del dopodomani», per citare Malraux, sceglie il dialogo con la Cina di Mao Tse-Tung, in anticipo di qualche anno sugli altri Paesi occidentali, e i Paesi del Terzo mondo, lui che agli occhi dei movimenti di liberazione incarna lo spettro del passato coloniale. Multipolarismo e avversione per i blocchi alimentano anche la politica europea del Generale: «Il suo sogno era vedere un giorno la Francia mettersi alla testa del continente europeo, con la prospettiva di un’Europa delle Patrie, unita dall’Atlantico agli Urali e liberata dal giogo comunista», racconta Cumin. In questa chiave si spiegano sia lo sforzo profuso per la fabbricazione di un ridotto arsenale nucleare (la force de frappe) per scopi di deterrenza, sia la conservazione di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. L’alchimia fra realismo, pragmatismo e determinismo spazio-temporale si sposa con una visione classica, interstatale e fondata sui rapporti di forza della geopolitica e delle relazioni internazionali.

Se c’è chi sostiene che la politica estera francese abbia rilanciato, con Emmanuel Macron all’Eliseo, alcuni canoni del gollismo – su tutti, l’autonomia strategica dell’Unione europea – Cumin si dice in disaccordo con questa lettura: «A partire da Giscard d’Estaing, europeismo e atlantismo si sono riaffermati e imposti. Del gollismo resta qualche elemento, come lo scrupolo di una maggiore indipendenza e la conservazione di un certo rango, ma non i fondamenti». E conclude: «Tutti i vecchi popoli europei hanno bisogno di grandeur. Non mi sento di escludere che lavorare comunemente a una federazione europea che non neghi le identità differenziate e i patrimoni dei popoli del continente possa aprire una nuova stagione in questo senso». Un progetto che forse non coincide pienamente con i pronostici del Generale, avversario irriducibile di ogni forma di sovranazionalità e tenace difensore del concerto fra le nazioni, che ad Alain Peyrefitte descrisse come «la sola realtà internazionale durevole, in questo secolo e sicuramente nel prossimo [il ventunesimo, ndr]». Resta scolpita nei secoli la sua massima: la Francia non può essere la Francia che nella grandeur.
Charles de Gaulle
Nato a Lille nel 1890, sceglie la carriera militare sin da giovanissimo. Partecipa alla prima guerra mondiale come ufficiale di un reggimento comandato da Philippe Pétain. Nel giugno 1940, rifiutando la capitolazione delle truppe francesi piegate dalla Germania nazista, vola a Londra e incita i francesi liberi a continuare la lotta. Con l’appoggio di Churchill fonda le Forze francesi libere e, tramite la figura di Jean Moulin, federa la resistenza interna. Capo di un governo di unità nazionale dopo la guerra, si ritira nel 1946 per dissensi con i partiti. Nel 1958, è richiamato in servizio: la IV Repubblica è al collasso. Promulga una nuova costituzione di stampo semi-presidenziale e, nel 1965, diventa il primo capo dello Stato eletto direttamente a suffragio universale. Nel 1969, sconfitto da un referendum, si ritira. Muore nel 1970, lasciando incompiuto il suo monumentale lavoro di memorie personali.
Il gollismo
Più che un’ideologia autonoma, il gollismo è una Weltanschauung, termine usato dalla filosofia tedesca per indicare una concezione storica del mondo e della missione dell’uomo in esso. Nella Francia del XX secolo, traduce una forma di nazionalismo ispirata dall’eroismo romantico e dal rifiuto di ogni fatalismo. Nella sua accezione politica, il gollismo si fonda su uno scrupoloso rispetto della sovranità popolare, delle nazioni come entità umane create dalla Storia e sull’opposizione strenua a soggezioni ideologiche di respiro “imperiale”. Dopo il 1970, sotto l’aggiornata nozione di neogollismo, diventa la fonte d’ispirazione della destra francese, accusata però di aver tradito i tratti fondamentali del pensiero del Generale.




