Sirine Charaabi ha 25 anni appena compiuti e una passione sfrenata per il pugilato. Sulla sua carta di identità c’è scritto «nata a El Fahs (Tunisia)», ma quando la si incontra la prima cosa che si nota è un irresistibile accento campano. Quello che i documenti non dicono è che Sirine è arrivata in Italia a 18 mesi e da allora ha vissuto a San Prisco, un comune di circa 12mila abitanti in provincia di Caserta. I suoi genitori sono tunisini, ma lei è cresciuta in Italia: qui ha frequentato le scuole, ha tessuto una rete di rapporti umani e ha scoperto lo sport che le avrebbe cambiato la vita. A cinque anni entra per la prima volta nella palestra di pugilato Tifata Boxe dove è iscritto il cugino: si guarda attorno, comincia per gioco a dare colpi a un sacco e scatta la scintilla. Il maestro Giuseppe Perugino la vede, invita la famiglia a portare la bambina alle lezioni e da lì non la lascerà più. Sirine si innamora di quello sport, il suo talento emerge, ma presto si scontra con il fatto che, nonostante lo ius soli sportivo le consenta di tesserarsi, le sue possibilità non saranno le stesse dei suoi compagni. La ragione è che non ha la cittadinanza italiana: non può, quindi, prendere parte a gare internazionali né entrare nella squadra nazionale. Le è preclusa una parte fondamentale dell’attività giovanile, fatta sia di tornei che di esperienze. Ma i veri problemi arrivano più tardi perché, se è vero che dopo il compimento dei 18 anni può richiedere il passaporto, è anche vero che i tempi sono lenti e la burocrazia è farraginosa.
Gli anni passano, Sirine attende la chiamata della questura e si chiede che ne sarà del suo futuro dato che, stando così le cose, la sua carriera è in stallo. Compie, per questo, la scelta più dolorosa: lascia il sogno della boxe, trova un lavoro e si iscrive all’università per costruirsi una carriera. Un piano B dettato dall’esigenza di trovare il suo posto nel mondo, lei che un posto nel mondo lo ha sempre avuto: l’Italia. Il maestro Perugino, però, non vuole rassegnarsi e le chiede di fare un ultimo sforzo e di tornare ad allenarsi per i campionati italiani 2021. Lei si fida, partecipa senza alcuna aspettativa e vince. Quel successo sarà determinante perché varrà come “merito sportivo” per ottenere la cittadinanza. Una vittoria per lei, forse una sconfitta per un sistema che non può basare su un’eccellenza il riconoscimento di un diritto.
Non è più semplice la situazione di chi ha genitori stranieri, ma in Italia è nato e si ritrova comunque a vivere senza la tutela della cittadinanza fino alla maggiore età. Oggi si stima che i minori nati nel nostro Paese non in possesso dei documenti italiani siano circa un milione. Un numero altissimo e in crescita, che rappresenta ragazzi che frequentano le nostre scuole e che fanno sport nelle nostre palestre, lasciati però in un limbo che risulta, a loro per primi, incomprensibile. Il tema torna spesso all’ordine del giorno, ma una soluzione sembra sempre lontana. Lo sport, però, ha il potere di accendere i riflettori su alcune vicende e su alcune persone che possono fare da esempio.
È successo a Great Nnachi, torinese di 19 anni che nel 2019 è salita alla ribalta perché a una gara nazionale giovanile ha stabilito il nuovo record italiano della categoria cadetti di salto con l’asta. Peccato che, avendo solo 14 anni e avendo genitori nigeriani, il suo primato non potesse essere omologato. Come si spiega a una ragazzina che i suoi sforzi non saranno riconosciuti? In uno sport in cui i numeri valgono più di ogni altra cosa, in cui chi va più in alto vince e in cui la misura la stabilisce l’asticella, come si fa a dire che i risultati ottenuti non sono uguali per tutti? Le parole giuste le ha dovute trovare Luciano Gemello, l’allenatore di Great Nnachi, che non si è limitato a consolare la sua atleta ma ha scritto alla Federazione italiana di atletica (Fidal) e persino al presidente della Repubblica per segnalare il torto subito dalla ragazza. Sergio Mattarella l’ha nominata Alfiere della Repubblica, pur non potendo fare nulla per accelerare la sua conquista del passaporto italiano, mentre la Fidal ha cambiato le sue regole sui primati nazionali, permettendo il riconoscimento dei record anche ad atleti stranieri a patto che siano tesserati per una società italiana, siano residenti in Italia e frequentino le scuole nel nostro Paese.
Lo stesso iter è toccato a Fausto Desalu, 30 anni, di Casalmaggiore, entrato nella storia con l’oro olimpico nella staffetta 4×100 ai Giochi di Tokyo 2020 e a Miriam Sylla, ventinovenne nata a Palermo e arrivata a essere capitano della nazionale femminile di volley. L’elenco potrebbe essere infinito perché quello che hanno in comune questi ragazzi, oltre ai grandi successi sportivi, è una vita che per anni è stata quella di italiani senza cittadinanza. Avevano un sogno: quello di rappresentare l’Italia nel mondo. Anche grazie allo ius soli sportivo, ci sono riusciti e ora gareggiano sfoggiando con orgoglio il tricolore, ma il loro percorso è stato in salita fin dall’inizio.
Nonostante le difficoltà oggettive, questi ragazzi hanno potuto contare sul sostegno di tanti e hanno potuto fare sentire la loro voce usando l’eco mediatica del mondo dello sport. Questo, però, vale solo per pochi. Dietro le storie di Sirine, di Great, di Fausto, di Miriam ci sono persone che restano nell’anonimato senza nessuno che combatta per la loro causa. «Non può essere un talento a determinare un diritto», sostiene Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale italiana maschile di pallavolo e della nazionale italiana di tiro con l’arco e oggi deputato e membro della segreteria nazionale del Partito democratico con delega allo sport. «Non può essere la velocità nella corsa, la bravura nel suonare uno strumento o la capacità di imparare meglio un copione a stabilire una maggiore rapidità di accesso a un diritto. Ognuno di questi ragazzi avrà un talento diverso: alcuni lo conoscono già, altri lo scopriranno più avanti, altri ancora magari non ne avranno neanche uno spiccato, ma la loro strada deve essere la stessa e deve essere facilitata il più possibile. Sarebbe una doppia ingiustizia “premiare” qualcuno a scapito di tutti gli altri».
Dal 2016 è in vigore lo ius soli sportivo, che prevede la possibilità per i minori stranieri regolarmente residenti in Italia di essere tesserati presso le federazioni sportive con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani, permettendo loro di fare sport con i coetanei almeno a livello nazionale. «Poi, dopo i 18 anni, per loro parte una trafila che per concludersi ci mette mesi, anni o a volte non si risolve proprio», spiega Berruto. «Il problema per i giovani non esiste, lo vedono solo gli adulti. Allora la domanda è: “Quanto ancora gli adulti potranno ostacolare una soluzione nei fatti?” È un discorso di giustizia prima di tutto. La politica deve capire che non si può fare la guerra sulla pelle dei ragazzi e che non ha senso restare fermi nelle proprie posizioni, issando le proprie bandierine ideologiche, quando quello di cui si parla è già realtà. Bisogna trovare una soluzione il più trasversale possibile e che produca effetti concreti».
Oggi Sirine Chaarabi è qualificata a Parigi 2024 nella boxe femminile pesi gallo, Great Nnachi e Fausto Desalu si preparano ai campionati europei di Roma, Miriam Sylla parteciperà per la terza volta ai Giochi Olimpici. Adesso possono indossare l’azzurro e si dicono orgogliosi di farlo perché l’Italia è casa loro. L’appuntamento a cinque cerchi di questa estate sarà l’ennesima occasione in cui il tema della cittadinanza potrebbe tornare alla ribalta grazie ai risultati dei nostri atleti, che sono già abituati a lottare contro chi giudica i loro tratti somatici, contro regole che li rendono invisibili, contro l’ingiustizia di chi nega loro opportunità. Adesso avrebbero bisogno di qualcuno che lotti per loro e per chi verrà dopo di loro.
Lo ius soli sportivo
Lo ius soli sportivo è stato istituito con la legge 20 gennaio 2016 n. 12. Prevede la possibilità per i minori stranieri regolarmente residenti in Italia «almeno dal compimento del decimo anno di età» di essere tesserati presso le federazioni sportive «con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani». Dal 1 luglio 2023, con la riforma dello sport, i minori di 18 anni che non siano cittadini italiani possono essere tesserati per società affiliate a federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate o enti di promozione sportiva anche paralimpici, con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani anche qualora non siano in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno, purché siano iscritti da almeno un anno a qualsiasi classe dell’ordinamento scolastico italiano.




