Lo diamo per scontato. Premiamo l’icona della videocamera in una qualsiasi app di messaggistica e in un frazione di secondo siamo in collegamento con un cliente a Chicago, con la zia che vive in Australia o con gli amici sulle Ande. Acquistiamo un oggetto in uno dei tanti shop asiatici e in un battito di ciglia viene controllata la capienza del nostro saldo in Europa, il pagamento è autorizzato dal server del circuito della nostra carta negli Stati Uniti, e il denaro è bello che arrivato in Cina. Questi – e molti altri – sono tanti piccoli gesti quotidiani che sono diventati da tempo la normalità. Non ci chiediamo, però, come fanno i nostri dati a viaggiare da un capo all’altro del pianeta alla velocità della luce.
Dati, geografia, conflitti
Risposta breve: il 97 per cento dei dati intercontinentali mondiali passa attraverso i cavi sottomarini. La scelta di questa tecnologia non è un caso. Per fare un esempio, un cavo terrestre tra l’Europa e la Cina richiederebbe uno sforzo burocratico ed economico enorme per mettere d’accordo gli Stati attraversati, realizzare l’infrastruttura e pagare i diritti di passaggio. Così, fare il giro largo posando un cavo in fondo al mare (meglio ancora in acque internazionali) diventa la soluzione più logica.
Il problema è a chi appartiene quel tratto di mare. La situazione, infatti, si ingarbuglia in concomitanza di uno stretto o di acque contese. L’abbiamo visto con la crisi nel Mar Rosso, uno dei principali colli di bottiglia al mondo con ben diciassette cavi tra quelli realizzati e quelli in costruzione. A nord c’è l’Egitto, passaggio obbligato per arrivare al Mediterraneo, che fa pagare a caro prezzo questo transito. Dall’altra lo stretto di Bab el-Manded, con lo Yemen da una parte e Gibuti dall’altra. Una zona calda, con i ribelli houthi che dallo Yemen rendono la situazione alquanto delicata: lo stretto è largo appena 26 chilometri e il 90 per cento dei dati tra Europa e Asia passa di lì. Chi lo controlla ha in mano un’importante leva contrattuale nei confronti dell’intera comunità internazionale e gli houthi non si fanno scrupoli a usarla.
Il concetto di ridondanza nella rete dei cavi sottomarini mondiale
Il motivo per cui il danneggiamento dei cavi sottomarini colpisce tutti e non solo le aree limitrofe sta nel concetto stesso di rete internet. Nato come infrastruttura militare capace di garantire le comunicazioni anche in caso di bombardamento di uno o più nodi, ha nella ridondanza la sua polizza vita: in una rete con molti nodi e molti collegamenti tra di essi, il traffico può essere reindirizzato su altri percorsi in caso di interruzioni.
Proprio sullo stretto di Bab el-Mandeb, a metà febbraio, la nave commerciale Rubymar è stata colpita con un missile dai ribelli houthi. Abbandonata dall’equipaggio, è andata alla deriva con l’ancora appoggiata al fondale, danneggiando tre cavi sottomarini: lo AAE-1, il Seacom/TNG e lo Europe India Gateway, che da soli portano il 25 per cento dei dati che transitano per lo stretto.
Com’era prevedibile, la natura stessa della rete ha fatto sì che non si interrompesse la linea e il traffico è stato reindirizzato su altri percorsi. Tuttavia, non si tratta di altro se non di distribuire un problema locale spalmandolo sul resto della rete: qualsiasi tipo di collegamento ha una capacità massima di trasmissione, superata la quale i rallentamenti sono inevitabili. Ogni danneggiamento, caricando ulteriormente le altre linee, può per questo creare disservizi generalizzati, cosa che è accaduta con rallentamenti nelle comunicazioni tra Europa, Asia e Africa.

Guerra ibrida e cavi sottomarini
L’incidente ha evidenziato la vulnerabilità di queste infrastrutture, tanto che nell’ambito della guerra ibrida – quelle operazioni militari volte a colpire una nazione avversaria evitando che la responsabilità sia attribuita al reale aggressore – è divenuto evidente che se l’ancora di una nave commerciale ha fatto così tanti danni, un sottomarino militare potrebbe compiere sabotaggi ben più impattanti.
L’attenzione cade in particolare su un attore spregiudicato sotto questo ambito: la Russia. La sua capacità nella guerra sottomarina, l’aggressiva politica estera e l’estensione territoriale la mettono ulteriormente sotto i riflettori della Nato, che più volte ha rilevato forze russe nell’intento di eseguire operazioni di mappatura della rete dei cavi sottomarini. Niente di nuovo, le infrastrutture di comunicazione sono da sempre un importante bersaglio militare: durante la Grande guerra, per esempio, gli inglesi tagliarono i cavi del telegrafo sottomarini ai tedeschi. Non è quindi un caso che il progetto di un cavo che avrebbe collegato Europa e America lungo la costa artica euroasiatica sia stato cancellato in seguito all’aggressione russa dell’Ucraina.
Il ruolo dell’Italia
Questo non significa che non si continui a investire ingenti capitali nella posa di nuovi cavi. In via di costruzione, per esempio, è Anjana, che attraverserà l’Atlantico dalla Spagna agli Stati Uniti con una impressionante portata di 480 terabit al secondo. O Medusa, che collegherà i Paesi del Mediterraneo alla stessa velocità.
Proprio nel mar Mediterraneo, la posizione geografica dell’Italia è cruciale, in particolare per quanto riguarda la Sicilia. L’isola e i mari di pertinenza sono zone di approdo e di passaggio di moltissimi cavi sottomarini, dovuti alla sua posizione geografica particolarmente felice, al centro del Mediterraneo e al contempo vicinissima alla terraferma, con la penisola a fare da dorsale meridionale dell’Europa. Una posizione, quella italiana, che offre oneri e onori. Da una parte, molte possibilità in un settore di cruciale importanza; dall’altra, la responsabilità della difesa di queste infrastrutture, cruciali per tutta l’Europa. Soprattutto se consideriamo che i battelli russi incrociano nei nostri mari.
Trasmettere a lunga distanza
Come funzionano i cavi sottomarini?
La tecnologia ci mette a disposizione vari modi per trasmettere dati a lunga distanza. C’è il rame, ma richiede spessori proibitivi ed è costoso, non va d’accordo con l’acqua, ha un’elevata dispersione del segnale e richiede costante alimentazione e ripetitori. Ci sono i satelliti, i ponti radio e le varie tecnologie di comunicazione wireless. Tuttavia, sono spesso inefficienti, soffrono il tempo meteorologico e richiedono investimenti enormi. Così, da anni, la stragrande maggioranza dei dati a lunga distanza è codificata sotto forma di impulsi luminosi e trasmessa all’interno di fibre ottiche, cavi con un cuore trasparente avvolto da una guaina riflettente in grado di trasmetterli per migliaia di chilometri con una bassissima attenuazione del segnale. All’altro capo, un sensore capta i segnali e li converte in informazione che la rete locale provvede poi a indirizzare al destinatario. Quando è necessario collegare due territori divisi da un tratto di mare, o addirittura da un oceano, si utilizzano lunghissimi cavi sottomarini con più paia di fibre ottiche (una riceve, l’altra trasmette), adagiati sul fondale.




