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Sfruttati, sottopagati, invisibili: la precarietà dei giornalisti italiani

C’è chi scrive per intrattenerci durante gli scrolling quotidiani, chi sta nelle agenzie di stampa per informarci e chi fa reportage per mostrarci cosa accade nel mondo. Sono i giornalisti e le giornaliste in Italia che appartengono a un’unica generazione, quella precaria

In un panorama globale (ma anche italianissimo) formato da gruppi editoriali monopolizzatori, pagine di media company che perseguono engagement e sponsorizzazioni con l’intento di fare “informazione”, content creator travestiti da giornalisti – che spiegano in un reel da trenta secondi la complessità filosofica del primato di nascita tra uovo e gallina – il mondo dell’informazione e il diritto alla stessa stanno morendo, sui social e altrove. «I giornalisti o aspiranti tali in Italia oggi si trovano in una situazione paradossale», spiega Matteo, giornalista digitale.

«Soprattutto per quanto riguarda le persone della mia generazione, che si sono formate in un contesto a immagine e somiglianza di un mondo ancora prevalentemente analogico. Ma il passaggio al digitale era dietro l’angolo: il paradosso è stato evidente. Siamo cresciuti e ci siamo fatti ispirare da una professione che, quando l’abbiamo abbracciata, non esisteva più. Siamo arrivati nel bel mezzo della crisi dell’editoria, dei quotidiani ormai cronicamente in perdita, dell’abuso di personaggi noti – spesso esperti in una qualche materia, ma costantemente chiamati a esprimere opinioni al di fuori di questa – che con il giornalismo non c’entrano poi tanto. Figure che vengono preferite ai professionisti del settore per la tendenza a fomentare la polarizzazione del dibattito, personalizzando ogni posizione attribuendola allo scrittore, influencer o virologo di turno. Per capirci, è più importante il commento della notizia che non la notizia in sé ed è cruciale che a commentarla sia qualcuno di familiare al pubblico: poco importa ciò che dice».

I problemi non si riscontrano solo sulle nuove piattaforme, ma riguardano aspetti diversi del giornalismo stesso. Lucrezia, ora professoressa nelle scuole medie e laureata in Arti Visive e Studi Curatoriali, spiega i limiti che ha incontrato nel giornalismo del settore artistico: «Le riviste d’arte sono senza fondi, si tengono in piedi con lo sputo. La cosa che mi fa sorridere è che esistono caporedattori che prendono accordi con multinazionali della moda e ne diventano ambasciatori senza alcun giudizio critico. A quel punto, mi chiedo se abbia davvero senso parlare ancora di critica d’arte o giornalismo: mi sembrano solo tanta pubblicità e preferenze evidentissime per alcuni artisti. Nelle riviste d’arte è tutto finto, ormai: io stessa non potevo dire le cose che pensavo davvero e di molte mostre recensite, spesso, non avevo niente di bello da dire. Era limitante fingere ogni volta entusiasmo per qualcosa che non mi entusiasmava affatto».

Precarietà economica e ambiente di lavoro malsano: gli stressor 

Secondo i dati dell’Osservatorio sul giornalismo dell’Agcom, tra il 2018 e il 2020 erano 35mila i giornalisti attivi in Italia, di cui il 39 per cento freelance. Irpimedia, centro di giornalismo investigativo italiano indipendente, ha restituito tramite un questionario compilato da più di cinquecento giornaliste/i una fotografia drammatica dell’aspetto economico riguardante la Generazione P e le conseguenze che ciò comporta per i giornalisti precari. Tra esse c’è l’insicurezza lavorativa, che «consiste in primis nella precarietà oggettiva del lavoro, per esempio legata a contratti inesistenti o precari, ma anche nella percezione soggettiva della minaccia della perdita del lavoro e nei vissuti emotivi» che possono scatenare ansia, disturbi del sonno, bassi livelli di autostima e anche depressione. 

In particolare, Irpimedia ha preso in analisi quattordici fattori di stress e, tra questi, «su una scala da uno a quattro, dove uno significa che quel fattore non impatta per nulla e quattro significa che impatta molto, l’85 per cento dei rispondenti dichiara che i bassi compensi incidono “abbastanza” o “molto” sulla propria salute mentale». In Italia, i pagamenti per la scrittura di un articolo si aggirano attorno a un compenso che non è mai chiaro e, aggiunge Matteo, «tutto questo non tiene conto del non pagato, degli articoli chiesti in anticipo come lavoro di prova salvo poi vederselo pubblicato – soprattutto online – senza essere stati precedentemente avvisati né tantomeno pagati. I prodotti giornalistici avrebbero anche un tariffario, che varia a seconda della tipologia di testata che lo pubblica e della sua tiratura. Ma questo raramente viene osservato, spesso il prezzo viene proposto (o imposto) e il giornalista che desidera proporsi non ha molti margini di contrattazione». 

Dopo la precarietà economica, i fattori di stress che si accaparrano il secondo posto sono i rischi legati all’ambiente di lavoro, come rimanere sempre connessi e reperibili (76 per cento), sostenere ritmi frenetici (70 per cento), ipercompetitività (65 per cento) e ambiente giudicante (57 per cento). «Ho mollato dopo due anni di prestazioni gratuite», aggiunge Lucrezia. «Non vedevo crescita personale o un modo per poter ottenere il tesserino da pubblicista, anche perché senza retribuzione diventa deprimente, è come regalare energie senza avere uno scopo reale. Un altro fattore che mi ha spinta a mollare è che a qualsiasi ora del giorno e della notte avevo artisti che mi chiedevano di andare da loro in studio o di recensire la loro mostra. Si sono spesso offesi davanti ai miei no e mi è dispiaciuto molto perdere certe occasioni, ma stava diventando economicamente pesante spostarsi di continuo per scrivere».

E se le agenzie stampa iniziano a licenziare? 

Il 29 dicembre 2023 il governo, si legge nell’appello dell’agenzia stampa nazionale Dire, «ha
sospeso in modo improvviso e dirompente i fondi del Dipartimento per l’Editoria facendo seguito al fermo giudiziario amministrativo disposto dal ministero dell’Istruzione e del Merito nei confronti della Com.e». Com.e è la società editrice della Dire, coinvolta in una vicenda giudiziaria su cui è a processo il precedente editore. Alla decisione del governo ha fatto seguito, tramite una e-mail mandata nella notte di Capodanno, la sospensione di diciassette giornaliste e giornalisti della sede romana con effetto immediato e senza retribuzione. Venerdì 26 gennaio il provvedimento, definito dai sindacati «privo di fondamento giuridico», è stato rimosso, ma solo dopo che il Mim e il Dipartimento per l’editoria sono tornati sui loro passi.

Ma, oltre a vicende processuali e burocratiche, «l’attuale editore aveva già licenziato quattordici persone il 28 di dicembre», dichiara Alessandra Fabbretti, giornalista e membro del comitato di redazione della Dire, «sebbene per venire incontro alle difficoltà finanziarie dell’agenzia noi redattori avessimo accettato contratti di solidarietà per 23 mesi fin oltre il 30 per cento. Ma ciò non è bastato, e ora viviamo una fase di totale incertezza». Una vicenda che rivela uno spaccato del panorama editoriale in cui è lecito chiedersi se i fondi pubblici possano sostituirsi a investimenti e piani di rilancio di lungo periodo.

«Dire si occupa di politica, sanità,  cronaca locale», continua Fabbretti, «e si distingue per un’attenzione particolare al sociale e anche alla regolarizzazione contrattuale dei confronti dei giornalisti. La maggior parte di noi è giovane, siamo donne e tra noi ci sono giovani famiglie con figli piccoli. Se fallisce, oltre a essere un danno per i lettori, si rischia di lasciare decine di professionisti in balia di un precariato devastante», conclude.

Che ne sarà dei giornalisti precari

In questo mare magnum che è il giornalismo italiano, di cui solo gli addetti ai lavori conoscono la situazione e con fatica provano a fare luce sui troppi coni d’ombra che si sono creati negli anni, c’è chi però continua a fare questo mestiere. 

Matteo racconta: «Avevo da poco pubblicato un articolo per una testata online con la quale collaboravo e che pagava, tutto sommato, regolarmente. Lo stesso giorno noto un articolo sulla versione online della Stampa. Mi era molto familiare. Titolo pressoché identico, stessa foto e testo manipolato, ma del tutto uguale al mio nella struttura. Anche l’incipit era identico. Con l’aiuto del mio caporedattore ho provato a contattare la giornalista che l’aveva scritto, che aveva prontamente provveduto a pubblicarlo sul proprio profilo. Le abbiamo fatto notare che i pezzi erano uguali e, quasi immediatamente, lei ha cancellato il post che aveva fatto. Ma è rimasto sulla homepage, in bella vista. Non ci sono stati ulteriori provvedimenti né azioni da parte della mia testata».

«Anche questo è molto esplicativo della poca trasparenza che in generale aleggia sulla professione. Ho quindi preferito destinare le mie energie ad altre collaborazioni, per evitare di regalare idee. Perché, nonostante tutto, qualche realtà editoriale che decide di premiarle e dare fiducia, scegliendo di non reggersi su una schiera di persone sottopagate volenterose di fare una professione che non esiste più, ancora c’è».

C’è poi chi fa il giornalista ma anche altro per poter vivere (ufficio stampa, comunicazione, social media) e chi ha invece cambiato mestiere, come Lucrezia. «A un certo punto mi è sembrato di essere parte del sistema che garantisce la sopravvivenza di questa realtà fatta di prestazioni gratuite e, per cambiare le cose, certe volte è necessario dire no. Io l’ho fatto e ne sono molto fiera: preferisco fare un altro lavoro piuttosto che consentire a queste realtà di campare su prestazioni gratuite da parte di studenti e neolaureati. Ogni tanto ripenso alla me “giornalista” e ne sono comunque soddisfatta, ma se tornassi indietro sceglierei subito la scuola: per quanto possa essere un percorso tortuoso, è un lavoro molto gratificante e in continua evoluzione. Non tornerei mai e poi mai indietro: gli studenti sono curiosi e critici più di molti artisti».

Alcuni nomi degli intervistati non sono completi per rispettare la loro privacy. 

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