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Non è un Paese per genitori under30: cosa significa oggi fare figli in Italia

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Fra inflazione, precarietà del lavoro e incertezza sul futuro, procreare nel nostro Paese è un’impresa, soprattutto per chi ha meno di trent’anni. Eppure, c’è chi ci prova lo stesso

In Italia non si fanno più figli, e le statistiche lo confermano. Ma il problema della natalità non si riduce a questo: diversamente da quanto accadeva nel passato, quando si diventava genitori molto giovani, oggi la maggior parte delle mamme e dei papà ha già superato i trent’anni quando arriva il primo figlio. Instabilità economica, precarietà del lavoro, timori per il futuro: tutti fattori che spingono le giovani coppie a ritardare sempre più il progetto di mettere al mondo dei figli. 

Eppure, ci sono coppie coraggiose che scelgono di compiere l’importante passo prima di questo traguardo anagrafico che funge idealmente da spartiacque fra la giovinezza spensierata e l’età adulta, piena di responsabilità e problemi. 

Per capire meglio come l’arrivo di un figlio possa cambiare la vita degli under30, abbiamo fatto qualche domanda a Marina, ventisette anni, da poco diventata mamma per la prima volta. Lei ha scelto di lasciare (almeno per ora) il suo lavoro part time per dedicarsi a tempo pieno al suo piccolo. Il suo compagno, ventinove anni, è operaio in una ditta edile.

Diventare genitori: una scelta di Stato o personale?

Perché avete scelto di avere un figlio così giovani? 

«Dopo due anni di fidanzamento, abbiamo deciso di andare a convivere: da lì, l’idea di mettere in cantiere un figlio ci è sembrata la più naturale del mondo. È vero, la maggior parte delle coppie che sceglie di vivere insieme, o che addirittura si sposa, non ha come primo pensiero quello di mettere al mondo dei bambini – ma il nostro era un desiderio profondo che abbiamo voluto assecondare».

Vi ritenete coraggiosi ad essere diventati genitori under30?

«In realtà no. Ognuno fa scelte importanti, siano esse riguardanti la carriera o la vita personale. C’è chi sceglie di cambiare radicalmente la propria vita e di trasferirsi dall’altra parte del mondo per inseguire un sogno lavorativo ambizioso… in quel caso, c’è bisogno di molto più coraggio!».

Vi sentite diversi dai vostri coetanei che non hanno ancora figli?

«All’inizio era un po’ strano portare nostro figlio alle uscite con gli amici o averlo a casa quando avevamo ospiti e doverci occupare anche delle sue esigenze, ma con il tempo questo imbarazzo è scemato. Come ho detto, fra i venti e i trent’anni le vite di tutti subiscono cambiamenti importanti: l’importante è continuare a mantenere i legami con le persone che ci fanno stare bene».

Che rinunce fanno i genitori under30? 

«È ovvio che la nostra vita sia cambiata rispetto a quando nostro figlio non c’era. Sono diversi gli orari, le routine, non siamo più così disponibili a uscire o fare gite fuori porta come lo eravamo prima, noi stessi siamo spesso esausti dopo una giornata passata ad accudirlo e non abbiamo le energie e la vivacità di un tempo. 

Detto questo, è vero comunque che siamo ancora giovani e che non vogliamo perdere l’opportunità di frequentare gli amici e di fare esperienze in coppia, come quando eravamo semplici fidanzati. Per fortuna, abbiamo i nostri genitori a cui lasciare il piccolo quando abbiamo impegni mondani o quando vogliamo ritagliarci del tempo che sia solo nostro, da dedicare a noi due». 

A questo proposito, chi vi aiuta?

«I nostri genitori sono ancora abbastanza giovani e hanno la forza di occuparsi di nostro figlio quando noi non possiamo farlo. Ma non solo: non nascondo che ci hanno aiutato anche economicamente per l’acquisto della casa e dei mobili – senza di loro non avremmo avuto sufficienti garanzie per fare il grande passo e andare a vivere da soli. 

Prima di andare in maternità, avevo un lavoretto precario che non garantiva entrate fisse e consistenti, e con il solo stipendio del mio compagno non saremmo riusciti a fare tutto quello che abbiamo voluto. Purtroppo, con l’inflazione è aumentato il prezzo di tutto e la spesa settimanale è diventata quasi un lusso. Per non parlare di latte, pannolini e di tutto ciò che serve a nostro figlio. Il fatto è che non siamo sufficientemente poveri agli occhi dello Stato per poter beneficiare di misure di sostegno economico, ma non siamo neanche abbastanza ricchi da poter vivere una vita serena senza essere costretti a farci sempre i conti in tasca».

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