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Diventare genitori: una scelta di Stato o personale?

A chi spetta la scelta di avere figli? Ecco perché l’imposizione statale di leggi sulla natalità si rivela, quasi sempre, un fallimento

Decidere di avere un figlio può essere una scelta complessa. Spesso, diventare genitori, si tratta di una decisione che viene presa sottogamba, con leggerezza, vista come un qualcosa di dovuto o, più semplicemente, naturale. Fare figli o meno diventa non più una volontà, bensì un proseguimento di una tradizione, una sorta di automatismo sociale.

L’equazione si complica – e di molto – quando all’interno della scelta si aggiunge la variabile dello Stato. Quest’ultimo è fortemente interessato a poter dire la sua in quella che, apparentemente, sembrerebbe a tutti gli effetti una scelta strettamente privata. Per la sua sopravvivenza, infatti, lo Stato deve garantire un determinato numero di nascite ogni anno, soprattutto per poter disporre di una forza lavoro sufficiente al sostentamento sia del sistema economico, sia del sistema di previdenza sociale. Niente nati, niente soldi. 

La scelta dello stato: il caso cinese

Uno dei casi più clamorosi di questa imposizione dall’alto nella scelta di diventare genitori degli ultimi anni è rappresentato dalla politica del figlio unico attuata dal governo cinese nel 1979. A seguito di una vertiginosa crescita della popolazione, il governo ha deciso di imporre un limite massimo di un figlio per famiglia. Per quanto abbia effettivamente raggiunto il suo scopo iniziale (rallentare la crescita della popolazione) tale misura ha d’altro canto causato una serie di problematiche non indifferenti. Una su tutte, quella legata alla questione del sesso biologico. La nascita di figlie femmine, infatti, è stata catalogata, dall’attuazione della riforma in poi, come un problema. I motivi sono due: da un lato una figlia femmina non poteva garantire il proseguimento della dinastia; dall’altro, l’aspetto legato alla dote. Molte famiglie si trovavano in difficoltà nel garantire una somma o dei beni alla famiglia dello sposo. Questo ha portato a una serie di aborti, nel peggiore dei casi, e di figlie non registrate, nel migliore.

I genitori e la loro scelta oggi

Nella Cina di oggi il problema continua a riproporsi, con un altissimo numero di uomini che fatica a trovare compagne con cui sposarsi e, di conseguenza, diventare genitori. Per ovviare a questa e ad altre conseguenze negative legate alla politica del figlio unico, come ad esempio le criticità di tipo assistenziale e previdenziale, la Repubblica Popolare Cinese dal 2016 ha tentato di incentivare le famiglie a fare più figli attraverso la politica dei due figli per famiglia. L’esito non è stato, però, quello sperato. Dopo anni di imposizione, non è semplice cambiare la mentalità degli individui su un tema vitale come la maternità.

Fonte: China Statistical Yearbook

Pari al caso cinese vi sono molti altri esempi, forse anche più estremi, come i piani di sterilizzazione obbligatoria in India. Il punto in comune, però, è il generale fallimento laddove lo Stato ha tentato di avere voce in capitolo in quella che, a tutti gli effetti, sarebbe una scelta privata. La libertà individuale, infatti, passa anche da questo aspetto. Che sia l’avere figli o meno, diventare genitori comporta una serie di prese di coscienza e responsabilità non indifferenti. In primis perché, una volta diventati genitori, si è responsabili legalmente di un nuovo individuo.

La questione morale: di chi è la scelta

Oltre alla sfera legale, subentra anche un dovere morale. Per composizione storica e sociale, l’Italia in particolare dà speciale importanza all’educazione privata e, dunque, famigliare. I figli saranno quindi i cittadini di domani, con il bagaglio culturale che i genitori decideranno di dare loro. Permettere allo Stato di avere voce in capitolo in una scelta tanto delicata sarebbe molto rischioso, partendo dal presupposto che poi, oltre a qualche assegno di sostentamento e sgravo fiscale, sarebbero comunque i genitori biologici a occuparsi in tutto e per tutto dell’esistenza del nuovo individuo. E se tale scelta non viene effettuata con cognizione di causa ma per un’imposizione statale, il rischio è di far crescere il neonato con un’educazione sommaria nel migliore dei casi, inesistente nel peggiore.

Quale strada seguire, dunque, per rispettare la scelta individuale e al contempo evitare che lo Stato collassi per via di un tasso di natalità sempre più basso? Un buon primo passo, all’apparenza banale ma nella sostanza piuttosto complesso, consiste nel rendere consapevoli le persone dell’importanza di tale scelta. Questo porterebbe a diversi benefici: approfondire questo argomento metterebbe gli individui in posizione di compiere una scelta, invece di escluderla a priori, come pare avvenga nello scenario di crisi attuale. Inoltre, genitori più consapevoli del loro ruolo saranno genitori più attenti nell’educazione dei figli, permettendo loro di crescere in ambienti più edificanti e favorevoli allo sviluppo della loro persona. Lo Stato non dovrebbe imporre nulla, se non rendere le persone consapevoli del loro ruolo potenziale. E questo vale sia nella sfera privata come genitori sia nella sfera pubblica come partecipanti attivi al benessere dello Stato stesso.

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